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Stefano Olivieri - Il Segreto di Casa Tindamo

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Messaggio Da Jamie Mc Gregor il Mer 25 Gen 2012, 11:37

Stefano Olivieri - Il Segreto di Casa Tindamo Tindam11

La società editrice Dante Alighieri ha appena pubblicato in ebook un mio romanzo. E' una storia d'amore e di avventura, adatta a tutte le età e ambientata nella Calabria di oggi.
Chi fosse interessato può scaricarlo direttamente dal portale della casa editrice oppure a questo link di Leggereleggere: http://leggereleggereonline.wordpress.com/2012/01/25/caccia-al-tesoro/

Per il forum di Inchiosto & Patatine lascio, come assaggio, le prime pagine del romanzo

Mi farà un piacere immenso ricevere commenti e critiche. Grazie



Virgilio

1

La bella stagione era appena iniziata ma al sud madre natura ha sempre fretta. Così, nel corso della notte, una imprevedibile miscela di caldo vento africano e brezza fresca aveva trasportato sul mare un’aria smaniosa e irrequieta che era riuscita a insinuarsi nel quieto paesaggio, conquistando prima la battigia, poi la macchia a ridosso della costa sabbiosa e infine le morbide dune circostanti il piccolo golfo. Come per magia, in un insieme impazzito accanto alle arance del vecchio casale si aprivano le gemme delicate di mimose e ciliegi e per terra, nei varchi tra gli alberi, cominciava a stendersi un fitto tappeto di margherite. Sullo sfondo il mare, con i raggi del sole nascente che disegnavano lame dorate sull’acqua appena increspata dalla brezza mattutina.
Il paese ancora dormiva mentre il piccolo furgone percorreva agile la strada principale. In quell’ora umida e sonnacchiosa il rombo del motore sfiorava appena le porte sprangate, lasciandosi dietro di nuovo un fitto silenzio. Perfino la chiesa e la pasticceria della stazione erano ancora deserte e l’unico segno di vita veniva dallo spaccio del piccolo forno, alla fine dell’abitato. La fragranza del pane caldo e del sesamo tostato invadevano la strada e convinsero il conducente a fare una sosta.
Virgilio era l’elettricista del paese. Un ragazzo sveglio, meglio dire un uomo perché aveva da poco compiuto 30 anni. Era alto e bruno, gli occhi scuri della madre, il fisico asciutto e atletico. Non pensava ancora al matrimonio, lavorava sodo ed era sempre di buon umore. Era figlio unico perché la mamma lo aveva avuto tardi e dopo era entrata in menopausa. Anche per questo, forse, i suoi lo veneravano. La donna gli faceva trovare ogni mattina camicie profumate sul letto e quando lui si infilava la tuta da lavoro gli si metteva davanti, tirandogli su le maniche e sbottonandogli il colletto della camicia, come si fa a un piccolo scolaro. Ma Sara, la madre, pensava certo a una moglie.
Quando fu sulla porta dello spaccio Virgilio salutò, annusando l’aria buona di pane caldo :
«Salute, donna Lina. Già al lavoro, eh?»
La donna alzò gli occhi sorridendo al giovane. Lina era vedova e aveva una cinquantina d’anni. Stava al bancone da quando, una decina di anni prima, le era morto il marito. Era stata bella da giovane ma ora si era lasciata andare, come unica civetteria portava la spilla di oro basso a chiudere la camicia sotto il grembiule scuro. Portava ancora il lutto ma nessuno ci faceva caso perché in Calabria una donna su tre veste di nero. C’è sempre un morto in famiglia da quelle parti, e spesso non di vecchiaia. Solo d’estate Lina cambiava abbigliamento, ad agosto, per non scoraggiare i turisti.
«Virgilio, bello mio, come andiamo? Che Dio ti protegga, hai sempre il sorriso sulle labbra!»
«Sono fatto così, donna Lina. E poi che motivo avrei di lamentarmi?»
La donna annuì in silenzio, squadrandolo con ammirazione. Virgilio era l’orgoglio del paese, i coetanei in genere scappavano via non appena iniziata la scuola superiore. Se ne andavano in città e anche oltre se potevano, nemmeno sfiorati dal rimorso di lasciare i luoghi di infanzia e le proprie radici. Lina incartò la merce con precisione e la pose sul banco, facendo scivolare con la mano briciole e denaro nel cassetto sottostante. Virgilio la salutò e uscì con le due buste calde in mano: i biscotti salati per la madre e una pagnotta ancora fumante. Entrando nel furgone posò con delicatezza le buste sul sedile accanto e staccò un pezzo di crosta dal pane, masticando lentamente e guardandosi intorno: ormai erano le sette passate e il traffico si era animato. L’uomo rimase in silenzio ancora per qualche attimo assaporando il boccone caldo, poi decise che era ora di rimettersi in movimento. A qualche chilometro da lì aveva da montare un’ antenna.
Il forno era l’ultima costruzione del paese. Subito dopo la strada faceva un’ampia curva, poi una breve salita per superare il ponte sulla Torrentella e quindi un tratto rettilineo, che fiancheggiava la tenuta e il casale della baronessa.
Casale Tindamo era ormai soltanto un rudere ma quelle pietre cotte al sole, malgrado l’abbandono, esercitavano un fascino incredibile. Le mura corrose dal tempo e attaccate da muschio e licheni sembravano calamitarsi addosso tutti i colori dell’ambiente circostante, dal bruno cinabro della terra al grigio sporco del granito fin su alle vecchie tegole, marcate da una muffa color senape.
Ai due lati della casa la recinzione: due muri a secco della stessa pietra scura e un po’ rugosa, qua e là interrotti dalla roccia affiorante, a circondare e proteggere il frutteto retrostante. Il casale stesso poggiava in parte sulla roccia, ma in modo così naturale che sembrava venirne fuori: soltanto un occhio allenato avrebbe distinto al volo dove finiva la natura e dove cominciava invece l’opera dell’uomo. Secoli, forse millenni prima, quelle rocce dovevano essere state uno scoglio, con il mare intorno.
Virgilio c’era stato tante volte da bambino nel frutteto, di nascosto con gli amici. Quel posto era stata la meta obbligata di tutti i loro giochi, d’estate. Lì dentro faceva sempre un gran fresco perché le piante, incolte da sempre, avevano continuato a crescere in libertà e le chiome scure e fitte degli aranci proteggevano dal sole anche a mezzogiorno.
Il padrone della tenuta, il barone Tindamo, era morto prima che Virgilio nascesse e sua moglie Caterina era tornata a vivere nel suo paese natale, di lei non si era saputo più nulla. Poi i loro figli avevano venduto parte delle proprietà a un villaggio turistico e si erano trasferiti a Roma.
Quella tenuta, casale compreso, era rimasta, a sentire le chiacchiere in paese, senza compratori perché la sovrintendenza non aveva autorizzato la demolizione della casa. E Virgilio di questo era contento, perché ogni volta che passava lì davanti poteva ammirare quella bellezza, anche se cascava a pezzi anno dopo anno.
Nei giorni precedenti aveva piovuto molto e questo era un bene per quella terra assetata. Adesso era tornato il sole e un poco d’umido ristagnava intrappolato qua e là tra le pietre. Qualcosa brillò mentre il furgone passava davanti al casale e Virgilio rallentò per vedere meglio. Pareva proprio che sotto a un tratto del muro di cinta il terreno avesse ceduto, forse per l’acqua. Poteva anche essere, visto che il casale era senza manutenzione da tanto tempo. Decise di accostare e fermarsi per dare un’occhiata: gli sarebbe dispiaciuto se fosse accaduto al casale qualcosa perché quella costruzione rappresentava ormai l’unico monumento storico di un paese che velocemente si andava affrancando, col fiorire improvviso di tanti cantieri in economia, da un modesto ma dignitoso passato verso la stuzzicante ma al tempo stesso anonima e disordinata avventura dell’edilizia stagionale.
L’elettricista attraversò la strada ancora deserta e si avvicinò alla casa. Effettivamente la violenza della pioggia aveva portato via molta terra lungo il muro di cinta, mettendo a nudo in qualche tratto l’antico basamento. Una lattina di birra gettata da qualche camionista era rimasta incastrata sotto una pietra. La lamina di alluminio era tutta accartocciata e rifletteva il sole da qualsiasi posizione la si guardasse. Era senza dubbio quella la causa del bagliore notato da Virgilio. Raccolse la lattina, osservandola deluso per un attimo per poi lasciarla cadere. Ma il profumo intenso delle arance lavate dalla pioggia, appena al di là del muro, lo aveva già sedotto: lanciò uno sguardo sulla strada deserta e si diresse verso il casale.
C’era un tratto dove un masso di granito liscio, agevole da scalare, interrompeva la recinzione muraria. Dalla parte del frutteto quella grossa pietra, incuneandosi sghemba nel terreno, creava un riparo: Virgilio lo ricordava bene perché era lì che i ragazzini facevano la conta per il nascondino. Arrivò in cima facendo i salti a memoria ma poi qualcosa non funzionò perché all’improvviso perse l’equilibrio. La sommità del masso, resa viscida dalla pioggia ristagnante, gli fece mancare la presa e così l’uomo ruotò all’indietro sbattendo violentemente la testa. Un attimo dopo era senza conoscenza, giù alla base del masso al di là del muro, in mezzo al fango del frutteto.



Federica

2

La donna cominciava a sbuffare vistosamente, spazientita per quell’interminabile lettura. Fece per alzarsi ma il notaio alzò gli occhi e la squadrò come un vecchio e severo professore. Tutto sapeva di vecchio là dentro: i quadri, i mobili e le tende, gli stucchi ingialliti del soffitto di quella stanza, al terzo piano di un austero palazzo nel quartiere Delle Vittorie, a Roma.
Federica Chieffi era indispettita: una come lei costretta a spostarsi dai suoi affari, a partire da Milano per quell’assurdo testamento di una donna che non aveva mai conosciuto! Ne fosse almeno valsa la pena: invece no, tutti fazzoletti di terra in piena campagna, con qualche baracca. Una pura follia! Non vedeva l’ora che tutto finisse e aveva già dato istruzioni al suo legale per cedere rapidamente la sua quota non appena terminate quelle inutili formalità. Non voleva avere a che fare con proprietà in aree depresse, perciò meglio disfarsene subito.
Quasi le avesse letto il pensiero il suo avvocato, che stava in piedi dietro di lei, le sfiorò una spalla avvicinandosi al suo orecchio.«Coraggio, Fede. Ormai manca poco, sta per leggere l’elenco dei beni…»
Il notaio notò il movimento e accelerò la lettura. «...a mio nipote Sergio lascio la tenuta di S. Caterina, l’annesso podere coltivato a orzo e grano, il capanno e gli attrezzi...»
Federica cambiò ancora una volta posizione sulla sedia accavallando le lunghe gambe e guardando il notaio con aria di sfida. L’ometto alzò per un attimo gli occhi dai fogli, aggrottando la fronte. Ai suoi tempi una giovane così nuda si era vista solo al teatro della rivista e quella sfacciata, invece, stava assistendo alla lettura del testamento della nonna. Alzò la voce, sperando di incutere un maggiore rispetto per la situazione. «Ai numeri civici 30 e 31 di corso Italia a Cariati marina, dando mandato al notaio Parisi di vendere l’appartamento annesso e pagare con il ricavato l’ipoteca accesa sui due immobili, dividendo l’eventuale rimanenza in parti uguali per i suddetti Giuseppe e Giovanna...»
La donna ascoltava stupefatta. Mai sentiti tanti nomi, tutti parenti mai visti o conosciuti. Meno male che non era venuto nessuno e il notaio aveva le deleghe degli altri eredi, altrimenti avrebbe dovuto assistere a chissà quali litigi. Era al limite della sopportazione, ma si trattenne perché Parisi aveva appena pronunciato il suo nome.
«A mia nipote Federica Chieffi, che spero ami tanto il mare, lascio il casale di Collepane, in località la Torrentella e il frutteto di aranci collegato...»
Federica sospirò, allargando platealmente le braccia. Ma il notaio non aveva terminato. «...a condizione che la stessa vi trascorra all’interno almeno una settimana e non si liberi della proprietà per almeno un anno dalla data in cui la riceve.»
La giovane trasalì, girandosi di scatto verso Aldo Fazioli, il suo legale. «Che scherzo è questo, Aldo ? Che significa che non si liberi? L’avessi saputo prima, non mi sarei mossa da Milano.»
«Calma, Fede, ora stai calma che ci penso io.» L’avvocato attese che il notaio finisse la lettura e poi intervenne, avvicinandosi alla scrivania. «La mia cliente, vede, non può onorare l’impegno. Lei capisce, notaio... la signorina Chieffi è una importante imprenditrice, una donna d’affari, molto impegnata.» Il notaio guardò prima il legale, poi lentamente ruotò gli occhi rotondi e vivaci verso la donna.
«In tal caso la procedura è complessa, cari signori. La baronessa nel merito è stata molto precisa, come d’altronde lo è stata sempre, durante la sua vita.»
«Va bene, d’accordo, molto precisa...e allora?» Federica aveva perso le staffe, si era alzata avvicinandosi minacciosamente anche lei al tavolo.
«Allora, gentile signorina Chieffi», riprese imperturbabile il notaio, «significa che lei non ha ascoltato con attenzione tutta la lettura del testamento. Ma forse il suo legale...» e così dicendo il vecchio sorrise ironicamente al giovane avvocato, che arrossì fino alle orecchie per l’imbarazzo.
«Va bene…», proseguì il notaio, «allora rileggo io per voi...» e cercò con calma tra i fogli quello giusto. Lo prese in mano e sentenziò: «Le proprietà eventualmente rifiutate dagli eredi devono essere vendute in asta da organizzare, a cura degli stessi, nella località in cui è situato il bene in oggetto...»
«Così vuol dire che insomma», sbottò Federica, «se voglio vendere, io laggiù ci dovrò andare comunque, vero?»
«Ho paura di sì, signorina», il notaio sembrava ora più accomodante, «vuol dire che si prenderà una piccola vacanza dai suoi affari. Magari potrebbe rilassarsi!»
«Ma che ne sa lei dei miei impegni? » La giovane milanese era in piena crisi di nervi. Non era abituata a farsi mettere i piedi in testa, tanto meno dal notaio Parisi. Stava per mandarlo al diavolo ma il suo avvocato intervenne prima che la situazione precipitasse. «D’accordo, notaio Parisi... dove deve firmare la signorina?»
Quando rimasero soli, nell’ascensore che scendeva Federica attaccò il suo legale. «Certo che mi hai fatto proprio un bel servizio oggi. Potevi almeno informarti prima!»
«Sai bene che sarebbe stato inutile, Fede. Le volontà testamentarie sono quelle…»
«E non chiamarmi Fede! Sai bene che detesto i diminutivi.» Federica era fuori di sé dalla rabbia.
I due non si scambiarono più una parola per tutto il tragitto fino all’albergo. L’avvocato Fazioli le lanciava ogni tanto un’occhiata per controllarne l’umore. Lei continuava a tenere il broncio, le braccia incrociate e le ginocchia appoggiate alla plancia della BMW. In quella posa la sua mini non riusciva a coprire che parte dell’elastico delle autoreggenti e la vista era eccitante, ma per l’uomo non era il momento più adatto per tentare avances: forse più tardi, se si fossero incontrati a cena. D’altra parte la disinvoltura di Federica Chieffi nei rapporti sociali era una fama arrivata fino a Roma, attraverso il tamtam dei tanti uomini che, curando le sue proprietà, erano finiti anche nel suo letto.
Poco prima di arrivare all’hotel il giovane avvocato prese coraggio e tentò comunque un timido approccio. «Senti, Fede...rica, pensavo che per stasera, noi...»
Lei tagliò corto. «Aldo, no, ti prego, lasciami in pace. Ora mal di testa e non mi va di pensare a nulla.» Fece una pausa e poi, guardando dritto davanti a se, proseguì «Niente di personale, credimi, ma in questo momento sento solo il bisogno di prendere una pillola e farmi una dormita.»
«Certo, certo...figurati! Comprendo il tuo stato d’animo.» L’uomo era deluso e un po’ inquieto ma preferì non tentare altri approcci per non rovinare tutto e si concentrò nella guida.
La voce della donna, tornata improvvisamente allegra, lo fece trasalire. «Anzi no, senti, ho deciso! Domani prendo un aereo e me ne vado laggiù. Chissà se da quel buco non possa ricavare qualcosa di utile... »
«Ecco, brava, così va bene!» L’uomo si sentiva di nuovo in sella. «Vedrai che troveremo facilmente un compratore.»
«No, guarda che non hai capito», Federica si girò verso di lui, i suoi splendidi occhi verdi erano di gelo, «io quel viaggio lo faccio da sola, so benissimo cavarmela da me, visti i risultati di oggi.»
Così era fatta. Come uno stupido, la frittata se l’era cucinata tutta da solo, stavolta. Ora il suo non era più un presentimento, la sua cliente stava per dargli il benservito. Arrivati all’ hotel l’avvocato fermò l’auto e l’affrontò di nuovo. «Mi sembra che tu ora stia esagerando. La tua è una tempesta in un bicchier d’acqua. Stai forse dicendo che per questa sciocchezza il mio compito è finito...»
«Per sempre! Hai capito bene. Ci rivedremo a Milano, per i dettagli», il tono della donna non lasciava dubbi, «oppure, se hai fretta, rivolgiti in amministrazione.» La sua cliente lo guardava fisso negli occhi, anche gli angoli della bocca si erano induriti. Al giovane avvocato non restò che prendere atto della situazione. «Bene, signorina Chieffi. Allora buon viaggio!»
Lei scese dall’auto e scomparve in un secondo, lasciando l’uomo alle sue preoccupazioni.
Qui comincia l’avventura.



3
Quanto tempo era passato? Virgilio sollevò con circospezione la testa ripulendosi dal fango che gli incrostava una guancia. Sentiva dolori dappertutto e le tempie gli rimbombavano. Per fortuna però sembrava ancora tutto intero. Si mise a sedere per terra continuando a massaggiarsi la nuca che gli doleva. Aveva ecchimosi ovunque, sul braccio sinistro la tuta si era lacerata e un graffio lungo e profondo continuava a sanguinare. L’uomo sorrise, pensando a come avrebbe dovuto giustificare quella disavventura. Sentiva già la voce della madre che gli diceva «Quando metterai la testa a posto?» e altre amenità simili. Quando si sentì sufficientemente sicuro provò a sollevarsi in piedi ma la testa prese a girargli e così, barcollando, si appoggiò al masso da cui era caduto.
Fu allora che la vide.
L’acqua piovana aveva scalzato la base del masso rivelando qualcosa che nessuno si sarebbe aspettato di trovare lì: ancora semisepolta dalla terra umida e con un angolo incastrato sotto la grande roccia era lì, davanti ai suoi occhi, una lastra di pietra, una sorta di sportello tombale, sicuramente un manufatto.
Da non credere.
Si chinò con fatica a osservare meglio. Non era pietra locale, era rugosa e porosa come la pomice ma aveva la stessa compattezza del marmo. L’uomo dimenticò tutti i suoi dolori e aiutandosi con una frasca ripulì dal fango il terreno alla base del masso. Era davvero una pietra, probabilmente di una antica tomba, e quella cosa lì serviva a chiudere l’entrata. Con la punta di un ramo cercò la scanalatura dell’imbocco e la trovò agevolmente. La sagoma era quadrata ma un angolo della botola era ostruito dal masso sovrastante. La fattura di quella pietra era rozza e la superficie non era omogenea, ma questo favoriva certo le sue capacità mimetiche. Oltre tutto il materiale utilizzato era di un colore ocra pallido nemmeno uniforme, molto simile a quello del terreno circostante. L’unico particolare che rivelava invece una grande perizia costruttiva era lo smusso, un solco molto preciso e non superiore a qualche millimetro, che separava la botola dalla roccia su cui era stato praticato il foro di entrata.
Entrata verso dove..?
Virgilio si fermò incerto sul da farsi, con il cuore che andava a mille. Quella cosa lì sembrava essere molto antica e per quanto ne sapesse da quelle parti c’erano stati i Greci, i Saraceni e chissà chi altro. Ricordò che a scuola, tanti anni prima, aveva sentito parlare più di una volta della tomba del celebre Cassiodoro, che nessuno aveva mai trovato e che pareva fosse proprio da quelle parti. Tanto che nei pressi del paese c’era una lottizzazione turistica che si fregiava del nome dell’antico scrittore. Forse la tomba era proprio lì davanti a lui in quel momento, e con chissà quali tesori nascosti dentro. Era così emozionato che la voce al di là del muro lo fece trasalire.
«Virgilio, Virgiliooo! Dove sei?»
Tonino, l’amico con il quale aveva appuntamento, aveva riconosciuto il suo furgone parcheggiato davanti al casale e ora lo stava cercando. Capì che nessun altro doveva sapere, almeno per il momento, quello che aveva scoperto. Con la frasca coprì di terra la pietra tombale, poi prese rami e foglie per mimetizzare il tutto. Alla fine si diresse verso il muro, strappando al volo da un ramo un’arancia. «Eccomi, Tonino, sto arrivando...»
Con un balzo fu di nuovo sul muro e salutò l’amico, che aspettava al finestrino del suo furgone. Tonino lo osservò incuriosito, notando subito la tuta sporca e le abrasioni sul viso. «Ma che hai fatto, Virgì? Sei caduto? Disgraziato, sei un uomo e ancora giochi, beato te. Vieni giù, va, fammi vedere se ti sei fatto male. E ora chi la sente a Sara, che le hanno rovinato il figlio! »
Tonino aveva un’innata passione per il melodramma. Virgilio sorrise, cercando di camuffare l’emozione che portava ancora dentro. «A mia madre non ci diciamo proprio niente, capito? Anzi, ecco, posso dire che sono cascato dalla scala, che si è rotto un piolo...»
«Eh no, caro mio!» lo corresse subito l’amico. «Così la colpa diventa mia, che sono quello che ci mette la scala. Trovane un’altra di scusa.»
Tonino aveva ragione, i due quel giorno si erano dati appuntamento per andare insieme a montare un’antenna. Virgilio era sprovvisto di una scala abbastanza lunga, che possedeva invece l’amico, che faceva il muratore. Per non insospettirlo accondiscese subito. «Vabbè, ho capito, le dirò la verità, che mi volevo fottere un’arancia. Va meglio?»
«E si capisce», rise Tonino, «il ragazzo aveva bisogno delle vitamine Tindamo!»
Scoppiarono a ridere insieme perché quella storia delle vitamine l’avevano tirata fuori tante volte da bambini per giustificare, quando erano stati pizzicati dal guardiano del casale, il furto di arance. Virgilio raggiunse la strada, spolverandosi le maniche della tuta dal fango e battendo le scarpe sull’asfalto. L’amico, osservandolo più da vicino, si accorse del graffio al braccio. «Ma guarda come ti sei ferito! Ti duole?»
«No, no, è solo un graffio», minimizzò Virgilio, «io sono una mala erba, ci vuol altro per farmi male.»
L’amico invece era scettico e preoccupato. «Guarda che se non ti senti di lavorare oggi, facciamo domani. Tanto don Rafele può aspettare, stasera si diverte ancora con la moglie, invece di guardare la tv...»
Tornarono a ridere perché la moglie di Rafele Chillà era la donna più brutta del paese. Lui era un brav’uomo, da giovane aveva fatto il pescatore, poi l’emigrante in Germania e alla fine era tornato a casa. Lei invece era una specie di strega. Il pover’uomo l’aveva dovuta sposare all’improvviso per il fattaccio e dopo il matrimonio la moglie, che già era stata punita nell’aspetto da madre natura, si era lasciata andare ancora di più, diventando una vera megera che comandava il marito a bacchetta.
Così a don Rafele erano rimaste solo le capre e la tv e un giorno, vedendone una accesa nel laboratorio di Virgilio, si era innamorato di tutti quei canali esteri che si riuscivano a captare con l’antenna parabolica. Sentendo parlare tedesco gli era tornata in mente la giovinezza e Virgilio, vedendolo imbambolato, gli aveva stuzzicato un poco l’appetito spiegandogli che la sera tardi davano dei programmi un po’ ...particolari. Così l’affare era stato subito concluso e quel giorno stava per andare da lui, a montargli l’antenna sul tetto.
Ma il braccio ferito effettivamente doleva e per fare un lavoro del genere doveva essere in forma. L’elettricista, riprendendo fiato, guardò l’amico. «Si, guarda, forse è meglio che rimandiamo. A salire le scale con questo braccio oggi proprio non me la sento.»
L’amico gli diede una pacca affettuosa sulle spalle. «Ma certo, Virgi’, non ti preoccupare. Quello è un lavoro di fino, non puoi farlo così. Ora torna a casa e medicati, ché magari, anche se è solo un graffio, poi si infetta e allora sono guai. Io me ne vado in cantiere, tanto è ancora presto... »
«Davvero non ti dispiace, Tonino?» Virgilio era mortificato per il contrattempo.
«Ma scherzi? » L’amico gli diede un altra pacca sulla spalla e risalì sul suo furgone. Il vecchio Ducato Fiat si perse in una fumata nera oltre il ponte sul torrente in secca, scomparendo dietro una siepe di fichi d’india.
Fu di nuovo silenzio e Virgilio restò un attimo a soppesare l’arancia, uno sguardo al muro e uno alla strada, incerto sul da farsi. Poi decise che era meglio lasciare perdere per il momento, tanto quel posto era abbandonato da anni e le probabilità che altri scoprissero la tomba erano remote. Sarebbe tornato verso sera, con gli strumenti adatti. Salì sul furgone, mise in moto e tornò verso il paese.



La milanese arriva in Calabria

4

Federica si voltò ancora una volta a guardare quella ridicola torre di controllo. La rachitica struttura si ergeva tronfia ai margini dell’unica pista di atterraggio, dando al paesaggio il tocco surreale e un po’ angosciante di avamposto dell’ignoto.
La donna ritirò il bagaglio a mano che gli porgeva l’addetto ai servizi, più interessato ai suoi jeans aderentissimi che al controllo delle formalità. Salutò l’uomo con un sorriso bieco e si diresse verso l’uscita. C’era vento, teso e da nord, che sollevava in mille mulinelli la polvere dal piazzale antistante la pista. Al parcheggio dei taxi i tassisti in attesa smisero di parlare tra loro perchè lo sparuto plotone di viaggiatori era appena uscito dall’aeroporto. Il gallismo emerse prepotente alla vista di Federica, bella, giovane e oltre tutto sola: il primo di loro, baffuto e impomatato, le si avvicinò ossequioso facendo il gesto di prendere la valigia. Ma lei aveva provveduto diversamente, prenotando da Roma una vettura a noleggio.
Poco distante, nel parcheggio Avis, attendeva infatti l’addetto per consegnare le chiavi. Le avevano promesso una Punto ma vedeva posteggiata soltanto una Golf blu notte e un’altra auto, una vecchia Simca, probabilmente dell’addetto. Storse la bocca per un attimo, ma affrettò il passo, sibilando un no, grazie! al tassista che la tampinava.
Quel tratto della Calabria è il punto più stretto della penisola. Nell’entroterra c’è un monte dalla cui sommità è possibile ammirare i due mari, il Tirreno e lo Ionio. Il tratto che collega le due sponde è servito da una specie di autostrada e così il viaggio di Federica fu particolarmente rilassante. Il paesaggio era bello e la siepe divisoria tra le corsie era fiorita allegramente di giallo e rosso bruno. La costa, sabbiosa a tratti, si allontanava dalla strada per poi avvicinarsi di nuovo, talvolta creando piccole lagune dall’effetto molto suggestivo. Dopo S. Eufemia la strada puntava all’interno, attraversando una pianura in parte coltivata; sulle colline circostanti il bianco sparso di piccoli paesi si fondeva con i colori della campagna.
Poi all’improvviso lo scenario cambiò e la strada penetrò in uno stretto vallone alluvionale, dove la vegetazione era molto più fitta e i rilievi più vicini. Sul fondo della gola scorreva una modesta fiumara, appena un velo d’acqua dal corso serpentino. Gran parte dell’antico letto era coltivato intensivamente, lunghi filari di piccoli alberi che da lontano le parvero peschi. La Golf giunse in corrispondenza di due cave di sabbia di fronte a una stazione di servizio. Federica rallentò l’andatura perché la cosa era segnalata nei suoi appunti e lì nei pressi doveva esserci un bivio: la deviazione da cui si arrivava sullo Ionio, a Catanzaro Lido.
Guidò l’auto verso la pompa di benzina e si fermò per studiare la carta stradale mentre il benzinaio provvedeva al rifornimento. Le rimaneva da percorrere ancora un piccolo tratto, pochi chilometri fino al litorale e qualcun altro scendendo poi in direzione sud, verso Reggio Calabria.
Scese per fare due passi. Tutto sommato, pensò, il vecchio notaio poteva anche aver avuto ragione. Cominciava infatti a sentirsi rilassata e ben disposta, quell’aria fresca e pulita e la tranquillità dell’insieme l’avevano messa di buon umore.
Lasciò cinque euro di mancia al ragazzo che le aveva lucidato a specchio il parabrezza, mise in moto e si arrampicò sullo stretto tornante che immetteva nel bivio. Guardò l’ora, le cinque e trenta del pomeriggio. Non si sentiva affatto stanca e forse aveva tempo di andare a dare un occhiata alla casa prima di arrivare in albergo. Decise allora di fare così, fermò di nuovo l’auto prendendo la valigia dal sedile posteriore per sistemarla nel portabagagli: meglio arrivare senza dare nell’occhio.



5
Donna Sara era preoccupata per il figlio. Lo vedeva strano, inquieto, insomma diverso. Tornando dalla spesa se lo era ritrovato a casa, e in più con quella ferita al braccio e sulla fronte. Virgilio era un ragazzo tranquillo, non era il tipo da attaccare briga con qualcuno e poi in paese gli volevano tutti bene. Sorrise, quasi per esorcizzare l’inquietudine: un’ arancia! Aveva rischiato di farsi davvero male per un’arancia. Benedetto figliolo, già uomo ancora faceva ragazzate.
Virgilio uscì dalla sua stanza con la borsa degli attrezzi in mano e si trovò la madre davanti, che lo fissava perplessa.
«Uffa, ma’, te l’ho già detto: sto bene, era solo un graffio! Ora mettiti tranquilla e fai le tue cose, che tuo figlio ha da fare.»
«Ma se sei tornato perché non stavi bene, perché ora esci di nuovo con la borsa ?» Sara non si dava per vinta.
Virgilio posò la borsa per terra e abbracciò teneramente la donna, per tranquillizzarla. «Perché ora il braccio non mi duole più, perché comunque non vado a montare l’antenna ma a fare un lavoretto tranquillo, di tutto riposo. Soddisfatta?»
Sara non pareva convinta, ma non si sottrasse all’abbraccio. «Questa povera donna ha solo paura che ti ficchi in qualche guaio…»
«Che cosa è questa novità: ora non ti fidi più di me?»
No, questo non poteva essere vero. Sara si fidava di suo figlio, ciecamente. Lo guardò rassicurata, si sciolse dall’abbraccio e gli diede un buffetto. «Vai, vai tranquillo, che quando tornate a casa, vi faccio trovare le seppie arrosto. Tuo padre sarà contento. »
«Ecco, brava, renditi utile» le rispose il figlio, e uscì di casa. Giunto al furgone aprì la borsa degli attrezzi per controllare il contenuto: aveva preso dalla cantina due grossi grimaldelli di ferro, la lampada a gas, una torcia elettrica e anche la luce da pescatore, una piccola fascia elastica che si mette in testa e che alloggia una torcia piccola ma molto potente. Nel retro del furgone si trovava anche un piccone e una piccola vanga: se le portava sempre appresso perché spesso capitava di dover scavare per posare qualche cavo. Bene, c’era proprio tutto. Anzi no, mancava la scala per scendere.
Ma era inutile correre con la fantasia. Non sapeva, non immaginava proprio che cosa avrebbe potuto trovare sotto quella botola. Magari si era solo suggestionato a causa della botta presa, forse quello era solo un tombino dell’Enel.
No, non poteva essere così, il masso gli stava sopra. Pensò che invece di una scala, forse, sarebbe stata più utile una corda robusta. Così scese dal furgone e senza farsi vedere dalla madre, che lavorava proprio davanti alla finestra della cucina, entrò in garage uscendone con la sagola da rimorchio. Quella poteva andare bene, era lunga più di sette metri e...se neanche quella fosse bastata, ci avrebbe pensato su in quel momento.
In paese era l’ora dello struscio, la rituale passeggiata pomeridiana che popolava la strada principale di giovani e anziani, di motorini e di auto con lo stereo a tutto volume.
Ma Virgilio non aveva tempo da perdere in chiacchiere e così imboccò una strada secondaria, meno frequentata, per arrivare alla fine dell’abitato. Riuscì a non farsi vedere da nessuno, soltanto l’amico Nicola, il meccanico della Ford, lo salutò con un cenno mentre passava davanti all’officina.
Quando fu fuori dall’abitato accelerò l’andatura portandosi rapidamente nei pressi del casale. Lo superò, raggiungendo l’imbocco di una stradina non asfaltata, appena un centinaio di metri più avanti. Percorse qualche metro di quest’ultima e poi si fermò, quando fu sicuro che il furgone non era più visibile dalla strada nazionale. Scese con la borsa degli attrezzi e aprì il portellone posteriore per prendere il resto della attrezzatura.
Lanciò un’occhiata verso il sole, che si era spostato verso le colline. Doveva far presto, aveva appena due ore scarse di luce. Abbassò il portellone e il rumore ruppe per un attimo la quiete circostante. Virgilio si guardò intorno, per controllare che non ci fosse nessuno: tutto sembrava tranquillo, perlomeno per il momento. La stradina che aveva imboccato portava direttamente sul greto della torrentella, ma di acqua lì non se ne era mai vista.
Soltanto qualche volta, d’inverno, quell’antico letto riusciva a captare qualcosa, ma mai sufficiente da portarla fino al mare. Qualche scriteriato, più a valle, aveva addirittura costruito invadendo il letto del torrente.
Comunque era meglio essere cauti: quella strada sterrata a una certa ora della sera diventava la meta preferita delle coppiette in cerca di intimità. Quindi doveva far presto, prima che facesse buio del tutto.
Legò insieme con la sagola la vanga e il piccone, sistemò la retina nuova alla lampada a gas, chiuse la borsa e si avviò verso il casale, attraversando la campagna. C’era un varco nel muro dalla parte del torrente, così non dovette faticare per entrare nella proprietà. Che attraversò però costeggiando la parte posteriore del casale, per evitare di esser visto da qualcuno dalla strada, sopratutto con quella attrezzatura. Si accorse dell’emozione che gli stava ritornando man mano che si avvicinava al masso e alla sua scoperta.
Si costrinse alla calma, ripetendosi che doveva essere prudente. Eppure la voglia di sapere era forte, l’avventura troppo eccitante. Virgilio era un tipo tranquillo ma aveva sempre sognato, se ne rese conto in quel momento, di vivere una storia come quella. Per un attimo nella sua mente si focalizzò l’immagine della copertina dell’ Isola del Tesoro, il libro di Stevenson che teneva sempre sul comodino. Sorrise pensando che si stava emozionando come un bambino e la cosa non gli dispiaceva affatto. Posò con delicatezza la borsa per terra e appoggiò al masso vanga e piccone, srotolando la corda che li legava insieme. Poi aprì la borsa e prese un cuneo di ferro, più piccolo dei grimaldelli. L’idea era quella di rimuovere la pietra dalla sua sede senza distruggerla. Voleva provare dapprima così, gli sarebbe dispiaciuto rovinare una cosa antica.
Prese uno straccio e ripulì bene la superficie della botola. Si accorse così che da una parte c’era un’incisione, o forse era soltanto una crepa nel materiale. No, era senz’altro un’incisione, si capiva dalla regolarità dei caratteri, pur sconosciuti. Forse era greco, ma non gli sembrava di vedere nessuna lettera alfa o sigma, le uniche di quell’alfabeto che lui conoscesse. Ma era comunque una scritta, lunga una ventina di centimetri, cominciava appena sotto il masso e probabilmente era anche più lunga. L’incisione era parallela al bordo della botola, distante da questo circa una decina di centimetri. Pensò un attimo da quale lato convenisse fare leva, senza rischiare di rovinare la scritta. Se anche lì sotto non vi fosse stato nulla, quel reperto da solo lo avrebbe ripagato di tutti gli sforzi.
Pulì bene il solco con un piccolo cacciavite, poi prese dalla borsa la boccetta dell’acido. L’aprì con cautela tenendola lontano dalla faccia e versò un poco del liquido sulla pietra. L’acido cominciò subito a friggere, scavando nell’interstizio tra la botola e l’apertura. Bene, la cosa funzionava ! Terminò di versare tutto il contenuto, badando a distribuirlo uniformemente lungo tutto il bordo. Poi prese la bottiglia d’acqua e completò l’opera rimovendo l’acido dalla pietra. Ora poteva dirsi soddisfatto: la botola era pronta per essere sollevata, tutto il sedimento di secoli o chissà, forse millenni, era andato via in un attimo con l’acido muriatico.
Si concesse una pausa studiando il da farsi. Doveva fare in modo di spostare la botola senza correre il rischio di farla precipitare giù. A parte la perdita del reperto, senza dubbio di valore, il buco sarebbe rimasto aperto, e ciò non andava bene per niente perchè poteva finirci dentro qualche animale o peggio, un bambino. Doveva riuscire a sollevare la botola facendo leva contemporaneamente da due lati paralleli, e poi inserire uno spessore che la facesse rimanere semiaperta. Prese del filo zincato che aveva con se, facendone un cappio delle dimensioni della botola. Poi si occupò di incidere con il punteruolo di ferro l’angolo che era incastrato sotto il masso: lì avrebbe dovuto comunque rompere, per poter proseguire nell’impresa. Quando l’incisione fu completata, Virgilio piazzò il punteruolo al centro del triangolo da sacrificare e cominciò a lavorare di mazzetta.
Per non fare rumore aveva rivestito il capo del punteruolo con lo straccio. La pietra si incrinò al terzo colpo, per fortuna proprio lungo l’incisione fatta poco prima. L’uomo mise da parte il punteruolo e dette un colpo deciso con la sola mazzetta. L’angolo della botola si frantumò, precipitando nel buio sottostante. Attese un attimo, per far depositare la polvere che si era alzata, poi prese la torcia e si avvicinò, strisciando con precauzione alla base del masso, fino alla stretta apertura. Era un buco troppo piccolo e la torcia riusciva a inquadrare solo un piccolo cono di polvere ancora in sospensione. Non si azzardò a avvicinare la testa per provare a guardare, ma gli venne in mente una cosa che facevano gli scout. Usò l’accendino, lo accese e lo avvicinò al buco. La fiammella si spense quasi subito, segno che all’interno c’era movimento d’aria!
Virgilio non stava più nella pelle ma si impose la calma. Prese i due grimaldelli lunghi e li piazzò in tensione su due lati della botola, lungo il solco di apertura. Quindi allargò il cappio di filo zincato posizionandolo a terra all’esterno della pietra. Sistemato il filo cominciò a premere sui due grimaldelli, trattenendo il respiro. Sulle prime sembrò uno sforzo inutile, la botola sembrava ancorata con il cemento. Ma Virgilio non si perse d’animo, bagnò di nuovo la pietra e riprovò. La botola si mosse di pochissimo, ma comunque i ferri riuscirono a infilarsi sotto e fare presa. Giocando d’equilibrio, l’uomo piazzò prima l’uno, poi l’altro piede sopra i due grimaldelli, che fecero leva sollevando ancora di più la pietra. A quel punto era fatta: con le mani libere riuscì a far scorrere sotto la botola, imbragandola, il cappio di filo zincato.

Si alzò in piedi tirando il fiato, quel lavoro era stato faticoso. Era a un passo dalla meta ma il sole era già arrivato a lambire il tetto del casale e l’ombra della casa aveva raggiunto l’area della botola. Non c’era più molto tempo, anche se intorno regnava la massima tranquillità. Appena un paio di rondini che si affrettavano alla costruzione del nido e ogni tanto il rumore di un’auto sulla vecchia 106, declassata a viabilità locale dalla superstrada aperta più in alto, a mezza costa.
Virgilio decise di continuare, per dare almeno una prima occhiata nella cavità. Poi avrebbe rimesso a posto tutto per tornare la mattina seguente. Così agganciò il moschettone della sagola al cappio di filo zincato, arretrando fino a raggiungere l’albero più vicino. Aveva fatto proprio bene a prendere una corda così lunga, ora gli tornava utile. Fece passare la sagola attraverso la biforcazione di due robusti rami, a circa un metro e mezzo da terra. poi tornò alla botola tenendo la sagola in mano. Prese a tirare, mettendo lentamente in tensione la corda e controllando nel frattempo che i grimaldelli continuassero a fare presa.
Stavolta la pietra cominciò a stridere, strusciando lentamente fuori dalla sua sede.
Virgilio aspettò che fosse tutta sul terreno per allentare lentamente la presa e posare così la pesante lastra per terra. Aveva il fiato grosso per lo sforzo ma sopratutto per l’eccitazione della scoperta che stava per fare. Prese da terra un sassolino e lo gettò nell’apertura.
Nessun rumore.
Non osava ancora accostarsi perché una sorta di panico infantile lo aveva preso di colpo. Ma chi mai poteva uscire da lì? Si mise a ridere per esorcizzare quella stupida paura e cominciò ad avanzare lentamente, con la torcia accesa in mano. Il fascio di luce illuminò per la prima volta la cavità. Si vedeva solo un cunicolo, con il soffitto a sesto acuto che, ai due lati, si restringeva di una decina di centimetri formando una specie di alto zoccolo, dove probabilmente gli antichi costruttori avevano collocato le loro lanterne. La volta era tutta in granito, completamente scalpellato a mano fino a raggiungere quella sagoma. Lo spazio per il camminamento era invece stato ottenuto scavando nel terreno roccioso, durissimo, che si intercettava già a quaranta centimetri di profondità. Quello che chiamano occhio-di-pesce, una sorta di conglomerato calcareo molto ricco di detriti ferrosi. Un materiale rognoso, che si poteva trattare solo con il piccone e che in paese conoscevano bene tutti quelli che si erano costruiti la casa in pendio.
Però lì, oltre al cunicolo, doveva esserci per forza dell’altro, a meno che quella non fosse una via di fuga dalla casa. Virgilio si affacciò nell’apertura per cercare di distinguere qualcosa. Ma il condotto era inclinato in direzione delle colline, rispetto al terreno di circa sessanta gradi : quasi uno scivolo, e dall’apertura non si vedeva granché. Provò allora con la lampada a gas, legata alla sagola. Ma l’attrezzo scendeva verticale e così, dopo circa un metro, finiva per incocciare sulla parete sghemba del condotto. Ritirò deluso la lampada e la spense, incerto sul da farsi. Sembrava proprio che non vi fosse altro modo se non quello di calarsi giù direttamente ma non se la sentiva di farlo da solo. Avrebbe dovuto per forza associare qualcuno all’impresa. Se qualcosa fosse andato storto, rischiava di fare la fine del topo. Prima che qualcuno avesse ritrovato il furgone sarebbero passate ore, forse giorni.
Rabbrividì al pensiero e decise che era necessario associare qualcun altro all’impresa. A malincuore rimise a posto la pietra, raccolse gli strumenti e li ripose nella borsa.
«E lei chi è ...uno del gas?»



L’incontro

6

La voce lo colpì alle spalle come una staffilata. Il giovane si girò di colpo, cercando di distinguere controluce la sagoma. Era una donna, anche giovane e bella, completamente sconosciuta. Lo guardava per niente impaurita, dondolando lungo il fianco una mano che stringeva una videocamera. Doveva essere una turista, una maledetta impicciona, ma chiunque fosse stata l’aveva sorpreso con le mani nel sacco.



... continua, naturalmente, nell'e-book.

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Messaggio Da Aspide il Mer 25 Gen 2012, 20:58

Grazie, Jamie. Congratulazioni cheers
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Messaggio Da caspiterina il Gio 26 Gen 2012, 15:32


I miei complimenti!


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Messaggio Da Jamie Mc Gregor il Gio 26 Gen 2012, 19:48

Grazie, troppo buone. Il segreto di casa Tindamo faceva parte del mio corposo "scaffale degli inediti" che ora è un po' più stretto...
Intendo svuotarlo del tutto, sperando di non aggiungervi nulla di nuovo, compreso il romanzo con cui parteciperò a Ioscrittore 2012. Aspide e Caspiterina, voi partecipate?
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Messaggio Da Aspide il Gio 26 Gen 2012, 19:52

Sì, Jamie. Cambio ancora. Io di inediti ne ho un casino! Speriamo che almeno uno lo sistemo! cheers
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Messaggio Da caspiterina il Ven 27 Gen 2012, 14:42

Partecipo anch'io, con lo stesso del primo torneo che era tra i 200. Sto sistemando l'opera. Chissà se i consigli che mi hanno dato servirà a rendere il romanzo più piacevole ai lettori di questa edizione!


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Messaggio Da Aspide il Ven 27 Gen 2012, 15:35

Io sto maturando l'idea che l'incipit deve essere costruito come una cosa a sé. Voglio dire, non è necessario che sia identico a quello del libro completo. Forse mi sbaglio, ma comincio a credere che si così. scratch
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Messaggio Da caspiterina il Ven 27 Gen 2012, 18:02

Aspide ha scritto:Io sto maturando l'idea che l'incipit deve essere costruito come una cosa a sé. Voglio dire, non è necessario che sia identico a quello del libro completo. Forse mi sbaglio, ma comincio a credere che si così. scratch

Sai che non lo so? Ho sempre creduto che bisognava mettere i primi capitoli del romanzo come incipit (con il limite di battute richiesto), ma in verità non mi ricordo bene le istruzioni.


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Messaggio Da Aspide il Ven 27 Gen 2012, 18:12

Sì, Casp, è così. Ma io volevo dire che forse possono essere adattati un po', per farlo funzionare meglio, visto che è così importante. Smile
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Messaggio Da caspiterina il Sab 28 Gen 2012, 14:12

Aspide ha scritto:Sì, Casp, è così. Ma io volevo dire che forse possono essere adattati un po', per farlo funzionare meglio, visto che è così importante. Smile

Allora si possono adattare, e una volta adattati, visto che funzionana meglio, non è meglio adattare tutto il resto del libro? drunken
(Sto scherzando, ma a dire la verità la cosa ha un senso!) Exclamation


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Messaggio Da Jamie Mc Gregor il Sab 28 Gen 2012, 19:48

L'incipit è bene curarlo in modo particolare, a prescindere dal torneo. Ma anche la fine del libro è importante, da non trascurare assolutamente. Io ho messo appena tre mesi a scrivere il 95 % del romanzo che presenterò al torneo, e quasi altri due mesi per il finale.
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Messaggio Da melaverde il Dom 29 Gen 2012, 17:07

caspiterina ha scritto:
Aspide ha scritto:Io sto maturando l'idea che l'incipit deve essere costruito come una cosa a sé. Voglio dire, non è necessario che sia identico a quello del libro completo. Forse mi sbaglio, ma comincio a credere che si così. scratch

Sai che non lo so? Ho sempre creduto che bisognava mettere i primi capitoli del romanzo come incipit (con il limite di battute richiesto), ma in verità non mi ricordo bene le istruzioni.

Davvero Aspide? Io penso che dovrebbe essere l'inizio del romanzo.

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Messaggio Da Aspide il Dom 29 Gen 2012, 18:10

Sì, certo, è l'inzio del romanzo. Volevo solo dire che uno ci deve lavorare con parecchia cura, come se fosse una parte a sé, altrimenti, se non si supera la prima fase, non si va da nessuna parte. Io, almeno, non ci sono mai andata. Smile
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Messaggio Da caspiterina il Dom 29 Gen 2012, 18:17

Aspide ha scritto:Sì, certo, è l'inzio del romanzo. Volevo solo dire che uno ci deve lavorare con parecchia cura, come se fosse una parte a sé, altrimenti, se non si supera la prima fase, non si va da nessuna parte. Io, almeno, non ci sono mai andata. Smile

Alla prima edizione a me è successo dii passare la prima fase e non superarela seconda. L'incipit era molto piaciuto, ma il testo completo no. Dai commenti sembrava addirittura che fossero due romanzi diversi! (Asp, missà che non basta l'ottimo, incipit!... Crying or Very sad )






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Messaggio Da Aspide il Dom 29 Gen 2012, 19:31

caspiterina ha scritto:
Aspide ha scritto:Sì, certo, è l'inzio del romanzo. Volevo solo dire che uno ci deve lavorare con parecchia cura, come se fosse una parte a sé, altrimenti, se non si supera la prima fase, non si va da nessuna parte. Io, almeno, non ci sono mai andata. Smile

Alla prima edizione a me è successo dii passare la prima fase e non superarela seconda. L'incipit era molto piaciuto, ma il testo completo no. Dai commenti sembrava addirittura che fossero due romanzi diversi! (Asp, missà che non basta l'ottimo, incipit!... Crying or Very sad )


Sì, ma siccome io vado male anche su quello No
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