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Annalisa Caravante - Il paese degli aghi di pino

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Annalisa Caravante - Il paese degli aghi di pino  Empty Annalisa Caravante - Il paese degli aghi di pino

Messaggio Da Annalisa il Mar 24 Apr 2012, 10:50

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I Parte
Capitolo 1 Il figlio del diavolo

Dei leggeri raggi di sole novembrini attraversavano le enormi finestre di un antico palazzo napoletano, su nei quartieri spagnoli; una giovane ragazza, stendendo il bucato, canticchiava allegramente un noto motivetto in dialetto e nel cortile sottostante c’erano ancora le consumate sedie di paglia, lasciate là dalla sera precedente.
Le scale scendevano ripide, ma Elisabeth, con la sua lunga e folta capigliatura bionda, svolazzante nell’aria, le faceva a due a due senza paura: conosceva bene quel palazzo, vi andava spesso per far visita agli zii. Zio Franco la rimproverava sempre per quella sua abitudine di correre e le gridava ogni volta, dal quarto piano, di fare attenzione; alcuni giorni l’uomo strillava così tanto che gli si gonfiavano le vene delle tempie, la ragazzina gli rispondeva di stare tranquillo che tanto non sarebbe mai caduta.
Quando Elisabeth giunse giù, al centro del cortile, con il suo solito modo di saltare e danzare come una farfalla, una donna dal terzo piano le disse:
- Elisabè, per favore, pigliame pure ‘nu pac’ e sigaret’! Chill, mariteme, nun se mov’ ‘a ‘cop!
- Va bene, signora Esposito! - rispose la fanciulla che, pur non parlandolo, comprendeva bene il dialetto napoletano. La piccola uscì dal portone e s’immerse nel caos della strada principale.
Clotilde, l’istitutrice di Elisabeth, giungendo da piazza Carità, la vide e le chiese:
- Tesoro, dove stai andando?
Elisabeth si voltò e la luce del giorno fece brillare ancora di più i suoi bellissimi occhi verdi:
- Vado a comprare il pane, serve qualcosa anche a lei? - rispose sorridendo.
- No, grazie, ma sta’ attenta!
- Va bene, signora maestra!
La giovane rivolse lo sguardo alla strada che andava verso piazza del Plebiscito e s’incamminò per un buio vicoletto.
- Com’è carina, vero? - esclamò Serena, amica di Clotilde.
- Sembra una principessa! - rispose l’istitutrice.
- Beh…ha sangue nobile nelle vene!…Povera piccola, però!
- Si…ma io le voglio un gran bene.
- Lo so, saresti una madre perfetta per lei, non come quella sciagurata della contessa!
- Non parlare così, tu non conosci la sua storia e non è una madre sciagurata!
- E perché non me la racconti questa storia?
- E’ molto lunga, non è il caso.
- E allora?…Io che ho da fare, tu che hai da fare?
- Ci vuole molto tempo.
- Ne ho!
- E va bene!
Le due donne si sedettero ad un tavolino all’aperto di un bar, si tolsero il cappello di stoffa rosa ed ordinarono due caffè; per strada c’era un continuo viavai di gente ed un mormorio di voci basse o assordanti.
- Dai, dai! - disse Serena incitando l’amica a raccontare.
- Allora, - cominciò a dire Clotilde guardando la grande chiesa di San Francesco di Paola - nel 1919 ad Aghi, un paesino chiamato così per la numerosa presenza di pini, c’era una grossa ditta di costruzioni, la Harris Edilizia…
◊◊◊
…La mano destra di Harris tamburellava sulla scrivania, la sinistra stringeva il mento fra le dita; dalla finestra entrava un avvolgente calore: luglio era alle porte e quasi si faticava a respirare. Dopo alcuni secondi l’uomo si alzò ed esclamò:
- Mi dispiace, non posso! Ne ho già assunti due questo mese e se le cose continuano così, devo chiudere anch’io.
I due ragazzi, dritti davanti a lui, abbassarono la testa, delusi dall’ennesimo rifiuto, e se ne andarono più tristi di prima.
- Cosa posso farci io se le cose stanno andando male? - chiese Harris affacciandosi alla finestra - Non posso assumere tutti i soldati di ritorno!
Corsi, il capocantiere, con un viso pallido e solcato da qualche ruga, esclamò:
- Speriamo di non dover chiudere veramente!
- Non arriveremo a questo, - ripose il titolare - è vero che qui ad Aghi e nei paesi limitrofi il lavoro scarseggia, ma ho intenzione di aprire due sedi in città, una a Napoli e un’altra a Caserta; in città c’è più richiesta, anche in periferia dove si stanno costruendo nuovi edifici.
- Ma la gente non ha soldi, soprattutto dopo la guerra!
- Corsi, sono i poveri che non hanno soldi…i contadini, gli operai, ma fortunatamente c’è ancora chi ha da parte un bel gruzzoletto ed è su questi ultimi che noi punteremo. Solo che molti di voi dovranno lavorare in città!
- Avete già delle offerte?
- Qualcosa a Napoli e nella provincia casertana, come ho già detto, ma dobbiamo ancora definire l’affare!
- Va bene! Io vado, allora. - disse il capocantiere lasciando l’ufficio e ritornando dai suoi colleghi per riprendere il lavoro.
In quel caldo giorno di giugno per gli operai della “Harris Edilizia” lavorare all’aperto era peggio dell’inferno, tuttavia, Jim Harris, un inglese divenuto ricco dopo una grossa eredità, cercava quanto più poteva di salvaguardare la salute dei suoi dipendenti sia per essere in grado di sostenere le nuove richieste, sia perché dal Nord provenivano notizie riguardo ad alcuni scioperi. Nel pomeriggio, pertanto, l’uomo decise di mandare tutti a casa in anticipo proprio per evitare problemi legati al troppo caldo.
Approfittando delle due ore libere, i due operai e amici, Andrea e Roberto, decisero di andare al lago che, nascosto fra gli alti e sempre verdi pini, era il luogo ideale per rilassarsi e riposare.
Il lago si trovava nella periferia del paese, in direzione di un piccolo boschetto ai piedi di una collina ed erano in pochi a conoscerlo proprio per la lontananza dal centro e per la vegetazione che lo copriva.
Giunti sul posto, Roberto si sdraiò a terra, alzò lo sguardo e si mise a guardare il cielo; l’erba aveva un odore molto forte. Andrea si tolse la camicia e si avvicinò all’acqua, intenzionato a fare una nuotata.
- Cosa faresti, - chiese Roberto - se Harris ti chiedesse di andare a lavorare fuori, accetteresti?
- Certo! - rispose l’amico - Perché, tu no?
- Veramente…io me ne andrei proprio via dall’Italia!
- E perché? Io credo che la ripresa sia difficile per tutti i paesi!
- Non lo so…l’Italia mi sembra la più debole! Non credo che il Governo abbia abbastanza fondi per aiutare il suo popolo; qui i prezzi aumentano, il lavoro scarseggia…quanto ci vorrà prima che la crisi colpisca anche noi?
- Hai solo paura, ma noi non avremo problemi! Hai sentito le parole di Giuseppe? Harris ha già delle offerte.
- Speriamo bene!
Andrea restò qualche secondo fermo ad osservare l’acqua, poi si tuffò lasciando l’amico con i suoi dubbi; la sera, intanto, scendeva insieme alla temperatura che ad Aghi, di notte, anche in estate era alquanto bassa.
Sulla strada del ritorno, Roberto giocava con un ago di pino e dopo avere accennato una piccola smorfia, si fermò e chiese ad Andrea:
- Lo sai cosa mi ricordano?
- Gli aghi di pino?
- Si.
- No, cosa ti ricordano?
- Quando da bambino li infilavo fra i capelli di Giulia Bailey!
- Oh Santo Cielo, fanno male, perché lo facevi?
- Boh…forse per rabbia!
- Ma era piccola!
- …ma ricca!
- Non puoi prendertela con una persona solo perché nasce ricca!
- Mmm…sarà!
- Tu hai troppi grilli per la testa!
- E tu troppo pochi!
I due amici si guardarono per qualche secondo e poi continuarono a camminare dritti verso casa; sul sentiero c’era una bambina bionda che giocava. Le piccole mani si divertivano a lanciare e a prendere una palla di stoffa nell’aria quando, a causa di alcune pietre e il dislivello del terreno, la piccola cadde e si sbucciò un ginocchio; il suo visino si rigò di un tenero pianto. Andrea le si avvicinò e inginocchiandosi prese dell’erba che aveva in tasca e gliela mise sul ginocchio; sorridendo, le disse - Vedrai che adesso passa, non piangere!
- E’ vero, non mi fa male più! - rispose la bambina asciugandosi il viso con una mano.
All’improvviso, da una vicina stradina sbucò la madre della piccola, la donna corse verso la figlia e con un brusco gesto allontanò il ragazzo urlandogli di non avvicinarsi più a loro.
Il giovane perse l’equilibrio e cadde a terra.
- Ma va’ al diavolo, maledetta strega! - gridò Roberto arrabbiato, mentre aiutava l’amico ad alzarsi. - Perché non le hai detto niente? - chiese poi.
Andrea strofinò via dai pantaloni la polvere della strada, prese la borsetta con le erbe e rispose:
- Perché ormai sono abituato!
- E dovrai subire sempre?
- Finché posso! A volte prendono qualsiasi reazione come conferma delle loro dicerie, quindi è meglio stare calmi.
Roberto non disse più nulla, sapeva che egli aveva ragione, anche se non riusciva a sopportare le cattiverie dei loro compaesani! Conosceva quel suo caro amico fin da bambino e sapeva che era buono, che era lontano da tutte le infamanti accuse della gente. Eppure, le superstizioni, le credenze popolari erano in grado di trasformare una persona e renderla la più cattiva del mondo anche se non era per niente vero!
In cielo si stavano formando delle nubi e la luna spariva dietro di esse lasciando un bianco e misterioso alone.
- Sta per piovere! - esclamò Andrea guardando in alto.
◊◊◊
Era buio e la pioggia scendeva pesante; la vallata di Aghi di notte, oltre ad essere quasi fredda, faceva molta paura per le tante storie che si raccontavano in paese.
Il difficile percorso attraverso la strada delle conifere e il vento facevano sballottare la carrozza che seguiva il sentiero in direzione del centro antico, ma ad un certo punto il cocchiere fermò i cavalli, lasciò il suo posto e pregò la sua cliente di scendere. La donna si affacciò dal finestrino e spostando i biondi capelli dal viso, esclamò:
- Ma come, non siamo ancora arrivati!
- Io più avanti di così non vado! - rispose l’uomo.
- E io che faccio, vado a piedi fino a casa?
- Voi fate quello che volete, io torno indietro, questo posto è maledetto!
- Maledetto!
Il cocchiere non voleva sentire ragioni, la tirò fuori per un braccio, buttò la valigia a terra e se ne andò via lasciandola sulla buia strada. Il rumore della pioggia era assordante e la fastidiosa sensazione che qualcuno la osservasse, magari dal fondo del vicino bosco, incuteva nella donna una tremenda paura.
- Se mamma sapesse che sono qui, a quest’ora, le verrebbe un colpo! - esclamò Giulia guardando oltre le conifere.
La giovane fanciulla, dopo aver sbuffato, prese la valigia e si mise in cammino cercando di ritornare a casa. Il percorso più breve era attraverso il bosco, però, attraversarlo da sola, in quella tempestosa notte, non era l’ideale e quindi ella decise di uscire sulla via che conduceva al centro del paese: avrebbe impiegato più tempo ma lungo quella strada almeno c’erano delle abitazioni. Con un po’ di timore e cercando d’ignorare i versi di alcuni animali, Giulia s’incamminò, ma il vento, gli alti cespugli e il buio le fecero perdere la strada e si ritrovò in un posto completamente diverso da quello verso cui era diretta. Con i suoi lunghi capelli e gli abiti inzuppati d’acqua, la ragazza si sedette su una grossa pietra, sconsolata e intristita, appoggiò il mento sul pugno, spostò i piedi da una pozzanghera e sospirò.
- Speriamo che non mi accada niente! - diceva fra sé.
Qualche nube cominciò ad allontanarsi, la luna faceva capolino fra quelle restanti e il sentiero s’illuminò appena: si vedeva l’intera campagna sommersa da pozze d’acqua.
Cercando di guardare un po’ più lontano, Giulia vide una luce. Alzandosi, scorse una casa e ricordò che da quelle parti abitava Teresa Grossi, una sua compaesana, così, con il suo piccolo bagaglio e bagnata fino alle ossa, si diresse in quella direzione.
Poco prima di oltrepassare la staccionata che delimitava un piccolo giardino, la ragazza si soffermò a guardare quella casa.
- Non è quello a cui aspiravo, ma meglio che restare per strada! - esclamò rassegnata.
In passato Giulia aveva udito strane voci sulla famiglia Grossi e più volte, soprattutto da piccola quando si recava al centro del paese, le avevano ripetuto di non avvicinarsi ad essa, soprattutto al giovane Andrea, ma l’alternativa che aveva era altrettanto pericolosa.
Quella notte era così buia, così spaventosamente lunga, che la ragazza decise comunque di bussare alla porta dei Grossi.
Giulia attraversò il cortile a passo lento, l’acqua era penetrata nelle scarpe e le rendeva difficile il cammino; la borsa, inoltre, che stringeva nella mano sinistra, era molto pesante.
Arrivata davanti all’abitazione, vide che la luce proveniva dal piano terra, così si fece coraggio e bussò. Passò qualche secondo e dalla finestra si vide un’ombra muoversi. Come la porta si aprì, Giulia restò ammutolita e quasi impietrita, aveva davanti “il figlio del diavolo”, come lo chiamavano in paese.
La ragazza era quasi ipnotizzata da quegli occhi neri come il caffè, da quei lunghi capelli che coprivano la fronte e da quell’intenso e scontroso sguardo. Andrea la fissava, non si capiva se era più curioso o infastidito. Chiudendo gli occhi e poi riaprendoli, il giovane le chiese cosa volesse. Le labbra di Giulia tremavano, ma ella riuscì ugualmente a parlare:
- A…avrei bisogno di…di un riparo! - rispose.
- E volete ripararvi qui? - le domandò Andrea.
- E’ l’unica casa nelle vicinanze!
- Se andate più avanti c’è la famiglia Mainardo!
- Ma…saranno cinquecento metri!
- E allora?
- Vi prego, non vedete, sono tutta inzuppata e anche se è estate fa un po’ freddino…e…ed è pericoloso andare in giro di notte!
- Ma anche stare in casa di sconosciuti!
- Voi…voi non siete uno sconosciuto, siete il figlio della signora Teresa. Vi prego, non le darò fastidio, mi metterò in un angolo buona buona!
A Giulia stava dando tremendamente fastidio il comportamento arrogante di quel ragazzo e l’evidente mancanza di ospitalità, ma era così testarda in tutto quello che faceva che insistette fin quando Andrea non la fece entrare!
Quando la ragazza entrò in casa, restò molto sorpresa: l’interno dell’abitazione era molto accogliente, contrariamente a quanto dicessero in paese e a quanto prospettasse l’esterno.
Il camino era acceso e qua e là c’era qualche candela, al centro della prima stanza si trovava una grossa tavola di legno scuro con quattro sedie e sui muri erano stati collocati dei scaffali colorati con sopra stoviglie e pentole. Il pavimento era di pietra levigata e sulle finestre scendevano delle bellissime tende merlettate, i mobili erano vecchiotti, ma erano tenuti con gran cura.
- Non ho mai conosciuto una donna più cocciuta! - esclamò Andrea mostrando a Giulia dove sedersi.
- Anche mio padre lo dice sempre!…E so che questo dà fastidio a molte persone ma sono fatta così, cosa posso farci?
- Non avevate detto che non avreste dato fastidio?
- Ciò comprende stare zitta, seduta, bagnata e ascoltare voi parlare?
- Lì c’è la porta! - rispose il ragazzo indicando l’uscita.
- Va bene, sto zitta!
Giulia si sedette sulla sedia accanto al camino; i capelli si appiccicavano all’abito e le mani tremavano. Sulla fronte gocciolava un po’ d’acqua che lei asciugava con qualche lembo ancora asciutto del vestito.
In quei primi minuti Andrea si era seduto al tavolo e stava in silenzio, la ragazza invece non riusciva a stare ferma: in vita sua mai nessuno l’aveva frenata, ma il carattere burbero di quel giovane e le voci su di lui la indussero a mettere da parte ogni iniziativa che cominciava a frullare nella sua mente.
Il tempo passava scandito da un orologio a pendolo, dalle finestre si vedeva l’acqua scendere ancora; il cielo, che appena s’intravedeva, era ancora buio e tante erano le ore da passare prima che la fanciulla potesse lasciare quell’ostile abitazione.
Giulia provava a resistere alla forte tentazione di alzarsi o di parlare, ma le gambe si muovevano nervosamente e le dita tamburellavano sulla valigia grondante di acqua; Andrea, inoltre, scriveva su alcuni fogli e attirava l’interesse dell’ospite.
- Non sapete proprio farne a meno? - chiese Andrea puntando i suoi neri occhi verso le dita di lei.
Giulia si bloccò subito ed accennò un sorriso.
Il ragazzo, però, continuava a scrivere lasciando in giro qualche macchia d’inchiostro e facendo crescere ancora di più la curiosità della giovane; sebbene aveva promesso di starsene in silenzio, ella non riusciva a distrarsi e affacciandosi verso il tavolo, chiese cosa scrivesse.
Andrea, allora, lasciò la penna, si alzò e andò dritto verso di lei quasi con aria minacciosa.
Vedendolo avvicinarsi, Giulia sussultò: egli era alto e robusto, avrebbe potuto farle qualsiasi cosa, ma la ragazza, facendo appello al suo alquanto debole autocontrollo, provò a calmarsi e gli fece un sorriso. Andrea era intenzionato a buttarla fuori di casa, ma quando la vide sorridere si fermò:
- Ma non avete paura di me? - le chiese fermandosi a pochi passi da lei.
- Dovrei? Molte volte da piccola mi hanno detto di stare lontana da voi, ma in verità la cosa mi rendeva solo più curiosa!
- Curiosa?
Giulia Elisabeth non rispose e sorrise ancora, dai capelli un’altra goccia d’acqua le scese sul viso.
- Forse è meglio se vi asciugate! - esclamò Andrea allontanandosi.
- E’ quello che penso anche io!
Il ragazzo le indicò una stanza dove cambiarsi e poi ritornò a scrivere.
L’alba era ancora lontana e la giovane doveva trascorrere un’intera notte in quella casa sconosciuta, ospite della famiglia più misteriosa e chiacchierata del paese, anche se la situazione sembrava piano piano migliorare.
Dopo aver cambiato abito, Giulia uscì dalla stanza e si sedette al suo posto; Andrea, senza alzare la testa, le indicò un sofà dove avrebbe potuto riposare. Lei, però, non si mosse e continuò a stare in silenzio ad osservarlo.
Il fuoco del cammino tendeva a spegnersi raffreddando la casa, anche se ogni tanto una scintilla lo ravvivava; dopo qualche ora lo stomaco della fanciulla cominciò a brontolare. Ad un certo punto Andrea lasciò i suoi fogli e la guardò:
- Per due ore non avete fatto altro che guardarmi, perché? Vi avevo detto di dormire! - le disse.
- Ah, non ci fate caso, messere, anche a casa non faccio mai quello che mi viene detto!
- Allora, perché mi guardate? State cercando su di me qualche segno del diavolo, vuole sapere se sono veramente suo figlio?
- No, no…ho solo fame!
- Cosa?
- Ho fame! Mi avevate detto di non disturbarvi e io non ho detto nulla!
- Ha fame!
- Eh si!
Andrea si mise a ridere, poi si alzò e avvicinandosi alla ragazza, le disse:
- Certo, siete proprio strana! Non solo venite di notte in casa mia, ma vi viene anche fame. Avevate detto che non avreste dato fastidio e non avete fatto altro per tutto il tempo!
Giulia rispose:
- E lo so, in questo sono brava! Non riesco a stare un minuto ferma, i miei genitori si sono sempre disperati per questo.
Andrea si avvicinò alla credenza, prese del pane e lo diede alla ragazza, poi, dopo averla salutata, se ne andò a letto. Giulia Elisabeth restò sola a guardare la legna ardere.
- Sono proprio strana! - disse fra sé.
All’alba, in cielo persisteva ancora qualche nube, le strade erano bagnate, ma la pioggia aveva smesso di scendere già da qualche ora. Il vento si era calmato e sembrava che quel primo luglio sarebbe stato caldo come l’ultimo giorno del mese precedente, contrariamente a quanto avesse annunciato la trascorsa notte.
Il fuoco si era spento già da ore e non restavano che ceneri; la signora Teresa scese in cucina e scambiando Giulia per un fantasma, si mise a gridare.
- Oh signora, scusatemi, non volevo spaventarvi! Sono Giulia, Giulia Bailey. - disse la ragazza alzandosi dal suo posto.
- Che cosa ci fate, qui, in casa mia? - chiese la donna infastidita.
- Stanotte pioveva…- rispose Andrea accorrendo alle urla - …e non sapeva dove ripararsi!
- Non dirmi che è stata qui tutta la notte? - gli domandò la madre con le ciglia aggrottate.
- Non vi preoccupate signora - riprese l’ospite - tolgo subito il disturbo, ho atteso solo per ringraziare vostro figlio!
Giulia si recò alla porta e dopo aver ringraziato, se ne andò quasi spaventata.
- Andrea, non dovevi farla entrare, non dovevi proprio! - esclamò la madre arrabbiata.
- Mamma, pioveva!
- E se ne tornava a casa sua! Sai quante chiacchiere adesso ci faranno sopra?
- Non credo che abbia voglia di andarsene in giro a raccontare che è stata qui!
- Speriamo…Speriamo che questa volta ci lascino in pace!
Teresa andò a preparare il caffè, mentre Giulia aveva già imboccato la via verso casa e correva lungo la strada respirando a pieni polmoni: voleva allontanarsi da lì il prima possibile.
Dopo qualche minuto di cammino la ragazza arrivò alla grande villa dei Bailey e sapendo che la aspettava un bel rimprovero da parte della madre, corse subito in camera sua cercando di non farsi vedere, ma lì incontrò la sorella.
- L’hai fatta grossa, - esclamò Cristina impensierita - dove sei stata, cara sorella? La mamma non ti aiuterà questa volta!
- Nostra madre non mi ha mai aiutata!
- Si, ma tu perché ti metti sempre in queste spiacevoli situazioni?
- Sono costretta ad agire così!
Proprio in quel momento fece ingresso nella stanza Daniela Bailey Della Rocca che subito si avvicinò alla primogenita e iniziò a rimproverarla accennando anche uno schiaffo!
La madre della fanciulla aveva un carattere molto severo e da quando Giulia aveva deciso di lavorare come maestra, aveva assunto un atteggiamento ostile nei confronti della figlia. Alle donne della famiglia non era concesso lavorare, per i Bailey rappresentava un disonore, ma Giulia Elisabeth non intendeva lasciare l’insegnamento e ormai era abituata ai continui rimproveri; non li sentiva neanche più!
Daniela, accortasi di parlare al vento per l’ennesima volta, lasciò la stanza minacciando la figlia di parlare col nonno, il capofamiglia Joseph Bailey Senior.
- Non puoi agire così, ricordati che possono sempre mandarti via di casa! - continuò Cristina rivolta alla sorella.
- Ah, papà non lo permetterebbe, mi adora, lo sai!
- Si, ma nostro nonno no!
- Nostro nonno non può decidere per me, non sono sua figlia!
- Giulia, ti chiedo solo di fare attenzione!
- E va bene, farò attenzione, ma farò sempre quello che voglio io e non sposerò mai quell’uomo solo perché lo vuole nostro nonno!
Cristina sbuffò e allargò le braccia come rassegnata.
◊◊◊
Mentre Giulia se ne restava in camera sua a leggere, attendendo la sicura punizione, Andrea andava in paese per fare degli acquisti; come al solito la gente lo evitava, cambiava strada al suo passaggio e faceva il segno della croce. Egli cercava di non darci peso, la storia si ripeteva da quando era bambino, ma inevitabilmente ogni volta una parte di lui veniva colpita pesantemente.
Come tutti i martedì il ragazzo si stava recando al negozio del signor Nardi per comprare del materiale edile perché, nonostante già lo facesse di mestiere, amava costruire e rinnovare case, piccole stanze e rimesse e quel negozio era il più fornito, ma soprattutto era l’unico posto dove poteva stare tranquillo, dato che era frequentato solo da uomini, meno avvezzi a certe credenze popolari.
Andrea cercava fra gli scaffali qualcosa che gli potesse essere utile, amava fare nuove scoperte o trovare altri strumenti per il lavoro oppure cose utili per la casa e piccoli oggetti da assemblare.
Mentre rovistava fra i vari attrezzi, si sentì chiamare, si voltò e vide Jim Harris avvicinarsi a lui.
- Ragazzo, compri del materiale? - chiese l’inglese sorridendo.
- Si, sto cercando di riparare il tetto! - rispose Andrea in modo gentile e cortese.
- Bravo, fai bene e fa’ un buon lavoro. Con il caldo di questi mesi ci saranno molte piogge!
- Sicuramente!
- Se ti serve questo giorno libero, non devi che chiederlo!
- Lo so, ma non mi serve, grazie comunque!
- Va bene!
Harris salutò il suo giovane operaio con una pacca sulla spalla e se ne andò. Dopo aver comprato ciò che gli serviva, Andrea si recò in chiesa e fermò il suo sguardo sulla splendida statua della Madonna, sembrava quasi che stesse pregando…
◊◊◊
…Clotilde si alzò dalla sedia, guardò verso via Roma e vide la piccola Elisabeth che chiacchierava con un amichetto.
- E’ quasi buio, mia cara, dobbiamo tornare a casa! - disse la donna a Serena.
- Va bene, tesoro mio!…Domani, però, dovrai raccontarmi proprio tutto! - rispose l'amica.
La maestra sorrise e insieme le due donne si avviarono verso casa.

Annalisa
Inchiostro Giallo
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