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IL RESPIRO DELLA TERRA (prologo e primo capitolo)

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Messaggio Da Jamie Mc Gregor il Mer 07 Nov 2012, 20:34


IL RESPIRO DELLA TERRA (prologo e primo capitolo) Respir14

Uno scalpellino precolombiano, una giovane cronista che scopre di possedere capacità precognitive, un monaco alchimista bruciato sul rogo nel 1713, un famosissimo vulcanologo che decide di vivere da eremita. Che cosa ci fanno tutti insieme? Lo saprete soltanto leggendo.




Prologo

Regno di Tlacaelel, sedicesimo anno, decima luna. Altopiano del Mictlan.
«Non si prende a cornate la montagna che si vuole scalare! Sei uno stupido caprone! » Thobir ride sgangheratamente appoggiandosi al suo bastone mentre Yuzilaha tenta di rialzarsi da terra.
«Allora indicami tu la strada», replica stizzito il giovane aiutante, «visto che qui io non ci sono mai venuto prima!» e scuote il mantello di agave per liberarlo dalle schegge pietrose. Ne ha anche in testa, fra i riccioli neri.
Thobir fa un passo raggiungendo il ragazzo. Poi con il bastone gli indica una grossa pietra rugosa. «Sposta quella più in basso e sistemala in modo che non rotoli giù quando ci si poggiano i piedi. Mettici della ghiaia sotto.» Yuzi esegue, Thobir raggiunge la pietra, la calpesta per saggiarne la stabilità e ne indica un’altra. «Ora fai la stessa cosa con quella. Per scalare una pendenza troppo ripida bisogna fare così. Cercare la strada giusta, e se non c’è, crearla.»
L’apprendista dello scalpellino raduna la ghiaia sotto la seconda pietra, poi si stropiccia le mani intorpidite dal freddo. D’altra parte i due sono quasi arrivati alle nuvole e si è in autunno inoltrato!
La cima è distante un centinaio di metri. Il cielo promette pioggia e il vento ha già trasformato le chiome della foresta in un unico manto ondulante, giù lungo i gradoni dell’altopiano fino alla valle secca dell’Anahuac. La fossa, unica area sgombra da alberi, riflette dall’alto come l’occhio liquido di un gigante sdraiato lassù a scrutare il cielo. L’effetto è causato dalle pietre inumidite dai vapori di zolfo perché il cratere è ricco di rocce. Nessuno però può utilizzarle senza permesso, tutta la zona è consacrata alla dea Cipatl e soltanto in particolari occasioni viene autorizzato il prelievo di materiale.
La faticosa missione di Thobir e del suo aiutante Yuzilaha è appunto una di queste occasioni. I due hanno appena superato il ciglio e ora stanno scendendo verso il versante interno del cratere, dove l’aria da fredda si è fatta subito torrida e quasi irrespirabile. Per il giovane Yuzi si tratta di una novità assoluta ma il vecchio Thobir è abituato a quel fetore di uova marce e anzi, appena raggiunte le prime pietre, si è subito chinato per terra a cercare quelle che fanno al caso loro.
Yuzilaha invece è disorientato e così timoroso di sbagliare che non fa nulla. Continua a stare dietro al suo maestro senza decidersi ad aiutarlo e così il vecchio si tira su in piedi e si volta, squadrando con disprezzo il giovane apprendista. «Non starmi alle spalle senza far niente! Datti da fare, cerca anche tu! Devono essere pietre spesse almeno un palmo e larghe almeno dieci. Non è difficile! Vai lì, più in basso, al centro!», gli urla indicando il punto più depresso del cratere, lastricato di pietre, «là ce ne sono di belle grosse...»
Il ragazzo è riluttante ma s’incammina. Il centro della Fossa del Fumo è sicuramente ricco di pietre ma, a detta di tutti, è anche il punto più pericoloso. Lì il fuoco può uscire ovunque, improvviso e mortale. Il respiro della dea ti avverte soltanto un secondo prima, troppo poco per scappare su quel terreno franoso. E se vieni investito da una di quelle colonne di fuoco e fumo non c’è scampo, le tante ossa in giro sono lì a testimoniarlo.
«Vai, sbrigati!» continua a incitarlo il vecchio scalpellino fuori di sé dalla rabbia. Yuzilaha stringe i denti e aumenta l’andatura guardandosi intorno angosciato. Devono trovare tre pietre, soltanto tre ma delle dimensioni stabilite. Serviranno per costruire non sa bene cosa, un attrezzo commissionato dal sacerdote in occasione della prossima ricorrenza del tonalpohualli. E se questa mattina Yuzi non sarà bravo a fare il suo lavoro, il perfido Loa lo includerà certamente nell’elenco delle vittime sacrificali.
Il ragazzo è giunto quasi al centro della depressione quando si ferma a riprendere fiato. Alza appena lo sguardo per verificare se Thobir lo stia ancora osservando, ma il maestro per fortuna ha ripreso a cercare pietre. Tutto intorno il bordo ripido del cratere, lungo il quale si intravede soltanto qualche ciuffo di mais nero.
È l’unica pianta che osa affacciarsi su quest’inferno.
Il resto dell’immensa foresta che ricopre l’altopiano già non si vede più, neanche le fronde degli alberi più alti. Yuzilaha è sconfortato, i suoi occhi hanno preso a lacrimare senza sosta e sa che deve affrettarsi. Un cumulo di grosse schegge di pietra sulla destra attira la sua attenzione, le raggiunge e prende a misurarle con le mani. La superficie presenta le tipiche incrostazioni rugose dello zolfo. E poi sono bollenti, segno evidente che sono state investite da un soffione da non molto tempo. Ma sono spesse, abbastanza da andare bene. E il fatto di essere così vicine a un soffione è una qualità molto gradita al sacerdote, perché vuol dire che sono state bene irradiate dal respiro della dea. Il giovane gira eccitato attorno al cumulo, riuscendo a individuare almeno due pietre delle giuste dimensioni. Gli occhi gli continuano a lacrimare e ha i piedi sanguinanti ma questo non è il momento per lamentarsi. Si tira su e lancia un lungo fischio a Thobir, scuotendo le braccia per farsi individuare.
«Le ho trovate!» gli urla da lontano. «Sono anche calde, ma sono soltanto due!»
Thobir risponde subito. Per fortuna la sua voce ha perso i toni dell’ira. «Portale qui allora. Una l’ho trovata io.»
«Maledetto...», sussurra Yuzi, «dovrò fare due viaggi per portarle lassù!» Una delle due pietre è abbastanza leggera da caricarla sulle spalle ma l’altra, che ha un appendice sghemba, sarà costretto a imbragarla con le funi per trascinarla su quel terreno accidentato. Il giovane non se la sente di provare a inciderla per staccare il pezzo in esubero: se si spezzasse in modo errato Thobir non gli perdonerebbe l’errore. Così intanto carica sulle spalle la pietra più leggera e affronta la risalita. Il respiro gli si spegne in gola a ogni passo e le spalle gli bruciano per l’attrito e il calore ma resiste, e alla fine è davanti al suo maestro.
Thobir pare soddisfatto, gli sorride. Ma è un sorriso di scherno.
«Sembra che tu abbia trasportato un’intera montagna, ragazzo. Alla tua età me le sarei caricate tutte e due insieme...»
Il vecchio fa inginocchiare l’aiutante e lo aiuta a liberarsi del pesante fardello. Poi tira fuori dalla sua sacca uno straccio umido e glielo lancia. «Asciugati subito il sudore dagli occhi. Se lo lasci lì, lo zolfo te li mangia»
Thobir fa il burbero ma non è cattivo, pensa Yuzi.
Inizia a piovere e i due si affrettano ad andare a recuperare la seconda pietra. La pioggia è un ristoro per gli occhi, però è pericolosa perché favorisce la fuoriuscita dei soffioni. Adesso dovranno stare molto attenti.
La trovano, Thobir la incide con maestria staccando il pezzo in esubero e il ragazzo se la carica sulle spalle. Quindi tornano indietro e il vecchio fa da battistrada seguito da Yuzi.
Thobir conosce a memoria i punti da cui può alzarsi il fumo e se ne tiene alla larga cambiando continuamente direzione fra le rocce e i crepacci.
«Fai attenzione!», si volta ad ammonire il suo aiutante, «cerca di non spostare nulla, né sassi né polvere. La dea è molto suscettibile...» e ride. Yuzi risponde con un sorriso smorzato, la fatica gli impedisce di fare di più e la paura gli ha seccato la gola.
Improvvisamente un sussulto del terreno fa scricchiolare le pietre. A meno di mezzo metro da Thobir il terreno si fessura e la crepa avanza verso di lui. Il vecchio indietreggia istintivamente ma sbatte contro Yuzi, che non può sorreggerlo perché ha ambedue le mani occupate a reggere la grossa pietra sulle spalle. Così lo scalpellino perde l’equilibrio e rovina a terra mentre la fenditura, allargandosi, lo raggiunge.
È la sua condanna: un sibilo potentissimo da lacerare i timpani, poi uno sbuffo di vapore e subito dopo una lingua di fuoco liquido fuoriescono dal crepaccio, investendo in pieno il povero Thobir. L’uomo non ha neanche il tempo di urlare ed è già una torcia umana, che si liquefà sotto gli occhi atterriti del suo aiutante.
Yuzilaha è preso dal panico, molla a terra la pietra e inizia a correre verso il crinale della fossa mentre intorno a lui si scatena l’inferno. Evita un getto di vapore per miracolo ma la sua mano viene comunque lambita ed è costretto a rotolarsi a terra per spegnere quel fuoco schifoso che gli corrode le dita. Affronta la salita senza quasi più forze, in preda alla nausea e al dolore per le ferite. Passa accanto al punto dove erano state posteggiate le due pietre già raccolte e cerca di imprimersi bene in testa le coordinate. Dovrà tornare a riprenderle quando tutto sarà finito.
Con il cuore in gola raggiunge il ciglio della fossa e si lascia rotolare giù dall’altra parte come un sasso. Alla fine si accascia a terra sfinito, con gli occhi sbarrati dal terrore che guardano il cielo e la bocca spalancata a recuperare ossigeno. In tanta sofferenza l’unico pensiero positivo che gli si affaccia in testa è che ora è lui il nuovo scalpellino del villaggio.
Ora non è più uno schiavo qualsiasi e il sacerdote Loa non potrà sacrificarlo.


Capitolo I
Selvamarina, Italia. Primavera del 2015

Stamane è tornato il bel tempo, la lunga perturbazione durante la notte ha abbandonato il sud per dirigersi altrove. La pioggia ha lasciato pozzanghere sul viale e qualche foglia di palma incastrata nell’aiuola spartitraffico, ma il nuovo giorno si annuncia magnifico. Di fronte alla strada il mare in scaduta rumoreggia e la schiuma delle onde che s’infrangono sulla battigia è di un biancore accecante, irradiato da un sole finalmente sincero. L’aria è ancora molto umida, però la temperatura sta salendo rapidamente e più di un passante si è tolto la giacca, rimboccandosi le maniche della camicia. Ora fa perfino troppo caldo.
Sono appena trascorse le otto di mattina e al piano attico dell’elegante palazzina in prima fila sul lungomare già ferve l’attività. Nella redazione del quotidiano La Riviera si è formato un capannello di redattori intorno alla postazione dell’ultima assunta, Alice Cassese. La cosa non dovrebbe stupire perché la stagista, giunta dal lontano Piemonte rispondendo a un annuncio, è giovanissima, non ancora ventenne e davvero bella: un corpo perfetto, occhi verdi e capelli biondi a coprirle le spalle, un sorriso da immediate extrasistole. Ma pare anche, purtroppo per i suoi colleghi maschi, terribilmente sospettosa. Guai a farle un solo complimento di troppo: da ultima arrivata, Alice è ansiosa di imparare e di mettersi in evidenza, e per questo è affabile e disponibile al dialogo con tutti; al tempo stesso, però, non esita a girare immediatamente le spalle a chiunque mostri di starle accanto soltanto per ammirare le sue grazie.
Per questo motivo gli uomini della redazione, adesso che cominciano a conoscerla meglio, si sono fatti più cauti. Per contro questa schiettezza ha attirato su di lei l’immediata solidarietà delle altre due giornaliste, Alessia e Francesca, che sono sempre pronte a soccorrerla quando un lumacone la infastidisce oltre il lecito. Con Alessia, che si è separata dal suo ragazzo, la nuova cronista condivide da un mese anche l’appartamento in cui vive.
In pochi mesi, insomma, si è perfettamente inserita e può definirsi a pieno titolo la mascotte del piccolo quotidiano.
Oggi, però, l’argomento è talmente esplosivo e Alice è così su di giri che non servono alibi per starle accanto. Anche perché è stata lei stavolta a richiamare l’attenzione: ha appena scoperto, consultando la rassegna stampa, che nelle vicinanze si è trasferito il professor Brian McRice, un geofisico statunitense di fama mondiale. L’uomo – sta spiegando Alice ai colleghi - è stato fino a qualche anno prima in odore di Nobel ed era fra i consiglieri più assidui del presidente Usa ogni volta che una catastrofe naturale aveva colpito il continente americano. Poi sono arrivate le sue inaspettate dimissioni e la sua successiva, misteriosa latitanza, durata ben quattro anni. Fino alla sua ricomparsa proprio lì, a casa loro.
La donna sa tutto di McRice perché ha studiato scienze naturali ed è da sempre interessata ai temi dell’ambiente.
Ora cerca di far capire ai colleghi quanto sia ghiotta l’opportunità che si offre al piccolo quotidiano: stanare il guru mondiale delle catastrofi naturali, lo scienziato inseguito da stampa e tv di tutto il mondo e farsi rilasciare un’intervista esclusiva che potrebbe essere rivenduta a qualunque prezzo.
«Ma vi rendete conto?» La giovane è eccitatissima e si volta da tutte le parti per essere certa che la stiano ascoltando.«È come stare seduti sul forziere del tesoro a lamentarsi della miseria. Se ci lasciamo sfuggire quest’opportunità ci rideranno tutti dietro … »
«Già. E tu speri davvero che questo professore, che ha già negato l’intervista a mostri come la BBC, la CNN o Sky, ora dia le chiavi del suo forziere proprio a te?» le chiede Attilio con una punta di sarcasmo.
Attilio Donato è il redattore più anziano dello staff. La rubrica ambientale affidata ad Alice prima era sua, insieme alla cronaca nera. La giovane cronista incassa con disinvoltura la provocazione e rilancia con un sorriso, fissando il collega.
«E chi ha mai detto che debba essere io a farlo? Non sono certo il direttore. Potresti anzi proporti tu, Attilio, che ti sei già occupato di ambiente prima di me. E sei, fra l’altro, quello che ha l’esperienza maggiore fra tutti noi. »
«Chi, Attilio? E come lo intervista McRice, in arbereshe ?»
La battuta è velenosa e meriterebbe immediata replica se ad averla fatta non fosse stato Francesco Colosimo, amico di infanzia di Attilio Donato e sopratutto direttore del quotidiano La Riviera. L’uomo, incuriosito dall’insolito assembramento, è uscito dalla sua stanza e si è avvicinato in silenzio al gruppo. Alle sue parole però si sono voltati tutti e lui ha prima allungato una pacca sulle spalle all’amico Attilio, come a risarcirlo per la battuta insolente, poi si è fatto strada avvicinandosi allo schermo di Alice. Il direttore legge con attenzione la notizia circondato da un rispettoso silenzio, poi si gira sorridente verso la sua nuova redattrice.
«E brava la Cassese. Mi sa che hai proprio ragione, non si può non provarci. Tu come penseresti di fare?»
Alice arrossisce violentemente per l’emozione.
«Io, direttore? Vuole dire che io…»
Colosimo scoppia a ridere. «Sì, tu, Alice, perché no? Hai studiato scienze naturali, sei intraprendente, parli correntemente l’inglese… »
«È vero, Alice. Devi provarci! » si accalora Alessia, stringendo il braccio dell’amica per scuoterla dall’emozione. «Sei la più adatta e poi, se te lo chiede il direttore, non puoi tirarti indietro.»
Tutti a fare il tifo per lei.
«Va bene» la giovane si rassegna alzando le braccia in segno di resa. Ma è emozionata. «Però …» si rivolge al suo capo «dovete darmi un attimo di tempo. Devo ancora metabolizzare la cosa, devo riflettere, raccapezzarmi …»
Colosimo le posa una mano sulla spalla ammiccando paterno. «Prenditi il tempo che vuoi. Però ricorda sempre: chi fa prima fa meglio, nel nostro mestiere!»
E come dimenticarlo? Questa frase è il mantra del direttore ed è perfino incisa in ottone all’ingresso della redazione. Quello che non c’è scritto è che Colosimo è anche un maniaco della precisione e detesta pubblicare notizie che non abbiano fonti più che certificate. Alice ha saputo che in passato un paio di redattori hanno perso il posto da un giorno all’altro per questo motivo. Dunque deve stare molto attenta.
Il direttore è rientrato nella sua stanza, nella sala è tornato l’ordine e lei, finalmente sola, sta già elaborando la sua strategia. Fare un sopralluogo alla nuova dimora dello studioso? Non è il caso per il momento, c’è da scommettere che lì davanti stiano già a bivaccare altri giornalisti. Conviene invece sfruttare il vantaggio della conoscenza del luogo e il fatto che il quotidiano è benvoluto da tutte le istituzioni locali. Così telefona a una sua conoscenza in Comune e riesce a procurarsi facilmente il numero di telefono della nuova residenza dell’uomo. Al momento di chiamare, però, è assalita da mille dubbi.
Si accorge all’improvviso che gran parte delle informazioni che ha su McRice sono inutili per tentare un aggancio, perché è tutta roba che riguarda la sua vita pubblica: i tanti simposi scientifici che lo hanno visto protagonista, le apparizioni in tv accanto al presidente, i suoi saggi tradotti in tutte le lingue. Niente, insomma, che non abbiano già in mano, e di cui non abbiano provato a servirsi, tutti i media che inseguono da anni lo scienziato nei posti più impervi e nelle località più ostili del pianeta. E lui non ha mai dato una risposta, mai concesso un’intervista, anche se era chiaro come e quanto il suo peregrinare da un inferno all’altro del pianeta avesse a che fare con il suo lavoro di ricerca. Perché dovrebbe cambiare atteggiamento proprio con lei, la sconosciuta apprendista del quotidiano La Riviera?
Sono già le undici e Alice comincia a farsi prendere dall’ansia, in lei si è insinuato il dubbio che sia stato un azzardo aver accettato un incarico del genere. Non riuscirà mai neanche a parlare per telefono con il professore, e il direttore del suo giornale dovrà ridimensionare la stima che ha mostrato di nutrire per lei, per di più davanti a tutta la redazione. Ma è anche eccitatissima per l’occasione che le è stata offerta, lo avverte dai capezzoli che le si sono gonfiati e ora premono sotto il cotone della sua camicetta. «Meno male che oggi ho indossato il reggiseno...», sussurra divertita sfiorandosi con una mano. Poi però torna a guardare il pc e scorre pagine su pagine di google dedicate a McRice senza incontrare niente di interessante. Torna a deprimersi.
«Oh mamma, Colosimo mi scorticherà viva!» mormora sconsolata, con il mento appoggiato a una mano.
Sta per perdere le speranze quando si imbatte nei files di una serie di lezioni tenute dall’uomo al Dipartimento di scienze geologiche dell’università del Colorado. È roba vecchissima, però lei è curiosa e clicca sul link ingrandendo a tutta pagina il video e sistemandosi sulla sua poltroncina. Per concentrarsi indossa la cuffia, così gli altri colleghi non verranno disturbati.
Rivedere un’aula universitaria le apre però una porticina nel cuore, facendola tornare indietro nel tempo. Una di quelle sliding doors che ne apri una mentre ne chiudi un’altra.
Mette in pausa il filmato e chiude gli occhi. Pensa.
Si rivede in mezzo alle sue care montagne, ai tempi dell’università, interrotta dopo appena un anno. Ripercorre le passeggiate in gruppo per l’esame di botanica, rivisita il suo entusiasmo e l’impegno per l’acqua pubblica con il movimento ambientalista. Sulle labbra le nasce un sorriso mentre le affiorano nella mente i volti dei suoi ex compagni di università, anche di quel buffo Giuseppe che si era così innamorato di lei da volere a tutti i costi trasformarla in Heidi, soltanto perché lui possedeva una fattoria con cinquanta vacche da latte. Sarai la regina dell’alpeggio, le aveva perfino detto per indurla a convivere con lui.
Il ricordo le strappa un sorriso divertito che si spegne subito quando, inevitabilmente, il suo pensiero va a Claudio, il fratello gemello, morto sotto un autotreno mentre era in moto. Alice era legatissima al fratello ed è stata esattamente questa morte la sliding door che di colpo, dalle montagne del Piemonte l’ha sbattuta su un treno, facendola scendere nel lembo più remoto della penisola.
Claudio era un genio, si era appena laureato in architettura e con la sorella aveva fantasticato a lungo di fare società insieme e progettare abitazioni bioenergetiche. E lei, che già scorreva le offerte di lavoro, aveva mostrato al fratello quell’inserzione sul giornale, un piccolo quotidiano locale che in Toscana cercava una redattrice referenziata a cui affidare la rubrica ambientale. Lui si era scurito in volto vedendo l’entusiasmo della sorella, poi però l’aveva abbracciata.
«Se questa cosa ti stuzzica, provaci!» le aveva detto. «Io intanto metto su lo studio mentre tu fai esperienza, poi vediamo...».
Quel poi non c’era mai stato, due giorni dopo il suo gemello era già freddo, all’obitorio comunale.
La notte prima della tragedia Alice, mentre era a letto a dormire, aveva avvertito un’improvvisa, dolorosissima fitta alla tempia e subito dopo un’immagine terrificante le si era manifestata nel sogno. Un autotreno giallo riverso su un fianco sull’asfalto bagnato, con le ruote ancora in movimento. Poco più avanti la moto nera del fratello, il casco bianco fracassato e macchiato di sangue. Si era svegliata di colpo senza fiato in gola, era scesa dal letto barcollando e si era guardata allo specchio: pallida come un cadavere. Senza fare rumore era uscita dalla sua stanza, aveva attraversato il lungo corridoio ed era salita al piano di sopra, dove dormiva Claudio. Il vederlo tranquillo a letto le aveva restituito colore alle guance, così era tornata nella sua stanza dandosi della stupida e si era addormentata di nuovo. È abbastanza normale, quando si è particolarmente legati come possono esserlo due gemelli, fare sogni del genere. Così si era detta, per esorcizzare quei brutti pensieri.
Non ne aveva fatto cenno a Claudio e neanche ai genitori, per timore di allarmarli o, peggio, di essere derisa dal suo adorato fratello. Poi però, la sera successiva, quell’incubo notturno era diventato una crudele realtà e lei si era annientata per giorni nel rimorso di non aver capito, di non aver inteso quel segnale. Ma aveva seguitato a non parlare con nessuno di quel sogno premonitore. L’avrebbero presa per pazza e alla fine, approfittando dell’offerta che le era giunta dal quotidiano, era partita dopo appena una settimana. I suoi non l’avevano ostacolata, avevano capito che per Alice, gemella orfana del suo gemello, era giusto così.
Di tutta questa brutta storia in redazione nessuno sa nulla, a cominciare dal direttore e finendo con Alessia, sua coinquilina da un mese. Alice ha scelto così perché non vuole impietosire nessuno e perché deve guardare avanti, anche per Claudio. Per fortuna mal di testa e incubi notturni sono cessati con il suo trasferimento e ora è di nuovo serena. Anzi oggi è addirittura felice, si è appena conquistata da sola un’occasione importante per dimostrare le sue capacità di giornalista.
Un paio di colleghi le passano accanto salutandola, si è fatta già ora di pranzo. «Vieni con noi?»
Come corre il tempo quando ti serve!
«No grazie!» risponde recuperando in fretta il sorriso, «ho i crackers in borsa e poi, come sapete, ho una telefonata da fare!»
«Incrociamo le dita per te!» le rispondono, e vanno via.
La sala ora è deserta, soltanto il brusio dei condizionatori. È uscito anche il direttore, che ha sicuramente notato come lei non si sia mossa dal suo posto. Probabilmente non l’ha salutata per non metterle troppa pressione.
Deve scuotersi dai suoi pensieri e andare avanti, ha preso un impegno e intende mantenerlo. Così toglie la pausa al video e leva le cuffie aggiustandosi i capelli. Fa caldo e comunque adesso il volume dell’audio non può disturbare nessuno.
Scopre così che McRice, prima di perdere quasi completamente i capelli e incanutirsi, aveva una folta chioma rossa, sicuramente conseguenza di qualche antenato irlandese. Un bel tipo nel complesso, giacca di velluto, jeans e camicia sbottonata. Che il professore piaccia molto alle sue allieve lo testimoniano le prime file dei banchi occupate quasi esclusivamente da ragazze, anche piuttosto irrequiete.
Certi particolari una donna li nota subito.
Alice segue attentamente, quasi fosse anche lei in quell’aula. Ha accanto il blocco degli appunti, pronta ad annotare ogni particolare. McRice ha un modo di fare lezione molto coinvolgente, ogni tanto smette di parlare e va a disegnare qualcosa sulla lavagna che occupa tutta la parete alle sue spalle. Spesso gli studenti lo interrompono con qualche domanda e lui risponde con calma, assicurandosi che le sue parole vengano comprese. La lezione riguarda in modo specifico l’attività tettonica – infatti McRice ha disegnato lo spaccato di un vulcano – e puntualmente dall’aula arriva la domanda alla quale la scienza non sa ancora rispondere: fino a che punto si può prevedere un’eruzione piroclastica, il tipo più distruttivo?
Per rispondere stavolta il professore prende tempo, tornando alla lavagna e iniziando a scarabocchiare. Allunga in basso il cono vulcanico e sotto di questo disegna, prendendo un gessetto rosso, il nocciolo fuso della terra. Poi dal nocciolo stesso fa partire dei raggi che finiscono sotto il mare, i monti, le pianure. E con il gessetto azzurro disegna l’aria, che diventa nuvole e vento condensandosi sui mari. Infine posa i gessi, si pulisce le mani e si rivolge agli studenti.
«Non pensate mai a un evento catastrofico, quale che sia, come a qualcosa di scollegato dal resto. La terra respira esattamente come un organismo vivente e noi siamo soltanto formiche infinitesimali, che ne abitano la crosta più superficiale.»
Un brusio in sala accoglie la definizione, assolutamente poco ortodossa. Gli studenti ci sono abituati e sorridono, mostrando di apprezzare. Il professore fa il giro della cattedra e ci si appoggia di schiena guardando gli studenti da vicino. La cosa è gradita soprattutto alle ragazze, che sgomitano lanciandosi occhiate maliziose. McRice sorride, è il suo modo per ottenere silenzio. Poi riprende a parlare.
«Come vedete, io sono qui a farvi lezione, e quando non sono qui sto in giro per congressi. Tutto questo, sappiatelo, non serve a nulla.»
Altro brusio, stavolta prolungato. Ma lui riprende subito.
«Voglio dire, a chi mi chiede lumi sull’eruzione piroplastica e sulle sue conseguenze catastrofiche, che non riuscirò a rispondergli, io come nessun altro, fin quando non saremo riusciti a fare completamente quest’atto di umiltà: riconoscerci formiche insignificanti, ma anche brulicanti e violente, che si accaniscono sull’animale possente e generoso che le ospita. Ebbene, quest’animale prima o poi si scuoterà per liberarsi dal prurito, si strofinerà agli alberi procurandosi ferite, si immergerà nello stagno per procurarsi refrigerio, infine si rotolerà nella terra per liberarsi di noi.»
McRice tace per un attimo, come a sollecitare qualche domanda. Ma l’aula è una tomba, tutti col fiato sospeso e anche Alice si scopre a deglutire a vuoto. Il professore è riuscito a evocare le immagini di devastanti terremoti e inondazioni semplicemente descrivendo un animale che si gratta per il prurito.
È davvero un grande affabulatore.
McRice riprende a parlare. «Ciò che in realtà sarebbe davvero necessario, ed è quello che prima o poi mi riprometto di fare, è studiare da vicino, e con grande umiltà, il respiro della terra. Per interpretarlo e capire in anticipo il limite oltre il quale, anche con l’aiuto della scienza noi tutti, ospiti di questo pianeta, non dovremo mai spingerci.»
«Perfetto!» esclama Alice, e mette in pausa il video. Adesso sa di avere in mano il passepartout che le aprirà la porta della villa e scioglierà la lingua del guru mondiale delle catastrofi ambientali. Non ci pensa su neanche un attimo e prende il telefono, vuole approfittare della solitudine e di questo suo momento di sciagurata sicurezza.
Il telefono fa appena uno squillo e già qualcuno risponde. Una voce di donna, matura e impersonale. Deve essere una segretaria, o una specie di governante perché il professore non è sposato. Alice si presenta ma non riesce neanche a riferire le sue credenziali che già l’altra la interrompe.
«Mi dispiace, ma come probabilmente le è noto il professore non concede interviste. Arrivederci.»
La Cassese non si perde d’animo e ricompone immediatamente il numero. Di nuovo la stessa voce, stavolta visibilmente seccata. Ma Alice non è tipo da farsi mettere i piedi in testa da una governante qualsiasi.
«Aspetti, mi faccia parlare. Dica soltanto al professore che voglio parlare con lui del respiro della terra. Gli riferisca esattamente queste parole. Sono Alice Cassese, del quotidiano La Riviera. Ha preso nota?»
«Attenda un attimo.» Il tono della sua interlocutrice resta ostile ma educato, probabilmente la governante del professore sta solo pregustando il piacere di mandare al diavolo la scocciatrice di turno con tanto di avallo padronale. Alice sbuffa in silenzio.
Passa un minuto, ne passano due, interminabili. Finalmente la voce ritorna, atona, quasi artificiale. Anche un po’ stizzita.
«Il professor McRice le concede un incontro. Oggi pomeriggio, alle ore sedici. Ha l’indirizzo?»
«Si, ce l’ho già, grazie.» La sua voce è rimasta ferma ma il cuore della cronista è già travolto da una tempesta forza dieci. Chiude la telefonata e schizza dalla poltroncina buttando all’aria i suoi appunti nella sala deserta. Non c’è nessuno con cui condividere tanta felicità e così esce smaniosa sul terrazzo e si affaccia. Sa che i colleghi sono tutti giù, seduti al bar di fronte a pranzare. Li vede, mette due dita in bocca e le esce un fischio da capotreno, una cosa che ha imparato nella sua vita precedente, sulle montagne. Non è esattamente un gesto da ragazza per bene ma non è questo il momento di badare al galateo.
Per strada si voltano tutti col naso all’insù, compresi i suoi colleghi di lavoro. La guardano, la vedono saltellare di gioia come una pazza e indicare la V con l’indice e il medio della mano destra, e capiscono. Alessia e Francesca sono le prime ad alzarsi dalle sedie e a infilare il portone. Arrivano in un baleno.
«Ma come hai fatto?» Alessia è costretta a recuperare il fiato. Le due amiche hanno fatto le scale di corsa.
«Ho scoperto un suo segreto» risponde calma Alice. Ma il suo viso è raggiante.
« È gay?» si informa Francesca.
«No! E comunque mi ha dato appuntamento alle quattro ...»
Alessia guarda agitata l’orologio «O mamma! E tu stai qui a far conversazione?» Alice guarda l’ora e scatta in piedi. Sono le tre e un quarto, quella maledetta lezione al pc è durata più del previsto. Prende il braccio di Alessia e se la trascina dietro.
«Dobbiamo correre, prendi la videocamera!» Frena davanti allo specchio che si trova all’ingresso della redazione, si esamina circospetta.
«Secondo voi son vestita bene? Dovrei cambiarmi d’abito?»
Le altre due la osservano ammirate. È stupenda in jeans, scarpe bianche da ginnastica e t-shirt bianca. Sembra uscita da una pubblicità della Coca cola light. Francesca la rassicura.
«Beh, non sei vestita da sera, ma secondo me McRice non farà obiezioni.» Alessia approva ridacchiando, ma Alice è sulle spine.
«Ok, io sono in preda al terrore puro e voi scherzate», osserva lanciando un’occhiata nervosa alla stanza del direttore. Alessia intuisce la sua preoccupazione e la trascina verso l’uscita.
«Colosimo è ancora fuori, come sai a lui piace mangiar comodo. Non c’è tempo. Gli telefoniamo per strada, dai.»
Al piano terra incrociano all’ascensore il resto della redazione. Sono così decise che i colleghi si fanno da parte per farle passare. Uno di loro azzarda una battuta, altri fischiano ammirati.
«Il plotone rosa!»
Le tre non si voltano nemmeno, Alessia per tutta risposta alza il dito indice della mano destra. Se ci sarà scoop, stavolta sarà tutto al femminile.
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IL RESPIRO DELLA TERRA (prologo e primo capitolo) Empty Re: IL RESPIRO DELLA TERRA (prologo e primo capitolo)

Messaggio Da Sall il Mer 07 Nov 2012, 23:11

inserita l'immagine e riformattato il testo Smile

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