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Episodio 1 - Gli occhi di Said

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Messaggio Da Erminja il Mer 14 Nov 2012, 22:07

Il grigio asfalto scorreva veloce sotto il camper.
La A-14 si allungava dritta dritta fino all’infinito davanti agli occhi di Martina.
Con il volante stretto nelle mani, sentiva che per ogni chilometro che avanzava, si lasciava alle spalle porzioni sempre più grandi della sua vita, alla quale non avrebbe mai fatto a meno, per dirigersi verso un futuro che in quel momento era concentrato tutto nella sottile linea dell’orizzonte dove portava l’autostrada davanti a lei.
Da alcuni minuti aveva superato Rimini e si era lasciata condurre dalla strada che aveva preso, verso nord-ovest, senza sapere bene fino a dove.
Forse avrebbe potuto lasciare l’Italia, ma per andare dove? Francia? Svizzera? Austria? Slovenia? Boh!
L’Italia ormai era un capitolo chiuso, fino a quando la rivoluzione non si fosse conclusa.
Dopo aver assistito agli scontri armati tra esercito e rivoluzionari in vari punti del suo percorso, Martina era sempre più decisa a passare il confine di stato. Ma con quale strada? Era meglio l’autostrada, comoda e veloce ma facilmente presidiabile o una semplice strada statale, più lenta e tortuosa ma di scarso interesse per i possibili fronti di scontro? Si poteva fidare dei trafori o era meglio passare su un valico alla luce del sole?
Da almeno ventiquattrore ogni tipo di mezzo delle Forze dell’Ordine percorrevano a forte velocità le strade italiane con le sirene spiegate. Più volte aveva anche visto colonne di camion dell’esercito carichi di soldati diretti nei luoghi degli scontri e i cieli erano solcati continuamente da elicotteri della Polizia e dei Carabinieri.
Si era preso anche un forte spavento alla periferia dell’aeroporto di Falconara, alle porte di Ancona, dove aveva assistito alla scena più sconvolgente della sua vita.
Era sulla SS-16 “Adriatica” e aveva all’orizzonte davanti a lei il complesso aeroportuale, con torre, edificio passeggeri e pista. Ad un certo punto vide levarsi dal suolo una velocissima scia bianca che andò a terminare contro un grande elicottero da trasporto dell’esercito, quelli verdi grandi con due rotori. Subito il cielo venne rischiarato da una luce abbagliante e subito dopo uno schianto sordo e potente, come di un’assordante botto di capo d’anno. I pezzi dell’elicottero vennero sparsi tutto attorno nell’aria e la carcassa centrale, ridotta ad una carcassa infuocata dal kerosene dei serbatoi precipitò al suolo con un gran rumore. Quello non era l’effetto speciale di qualche film di guerra, era tutto vero e stava accadendo proprio in quel momento. Martina, non appena le fu possibile fece inversione ad U e tornò indietro, temendo di venire coinvolta negli scontri.
Pure in quel momento, sull’autostrada, sulla corsia di sorpasso il suo camper veniva superato da pattuglie della polizia stradale e furgoni di reparti in tenuta anti sommossa, diretti a spegnere i focolai di insurrezione. Ma forse, ormai, la situazione era scappata di mano alle autorità. Forse il peggio doveva ancora accadere.
E in tutto quel frangente ecco di nuovo la lucetta rossa che lampeggiava nel quadro del cruscotto. Ogni tanto si spegneva e poi di nuovo tornava a riaccendersi ad intermittenza. Altre volte restava accesa fissa e poi tornava a spegnersi. Era una cosa che le stava dando i nervi, il fatto di non sapere che cosa significasse.
Era da quando era partita da Osimo che aveva iniziato a notare quella spia rossa. Ma chissà da quanto tempo prima aveva iniziato a fare così, però non l’aveva notata, era troppo impegnata a scappare da Roma. Con tutti i pensieri che aveva avuto per la testa il giorno prima!
Non era una lucetta rossa e basta, c’era un disegno sopra. Sembrava un termometro. Dunque si trattava di un problema di temperatura, ma di cosa? La ventola difettosa? L’olio troppo caldo? L’acqua del radiatore? Perché non si ricordava le lezioni di scuola guida? Erano anni che non guidava più.
Ecco che tornava ad accendersi fissa. Era male che fosse accesa fissa? Sì, sicuramente era male.
Martina cercò di non pensare alla luce rossa della spia accesa.
< Accidenti a questo catorcio di camper! > urlò dando una manata sul volante, < tutte a me devono capitare. > commentò un po’ ringhiando e un po’ commiserandosi.
Lo strillo di Martina fece svegliare il piccolo Said che dormiva nell’abitacolo con il letto sopra alla cabina di guida del camper. Erano parecchie notti che Said non dormiva al riparo di un solido tetto e su di un materasso con lenzuola pulite. Anche se il camper in corsa rollava a destra e a sinistra, sobbalzando sulle sospensioni ed emettendo un rumore considerevole, il solo fatto di sentirsi al sicuro lo aveva rilassato al punto da addormentarsi profondamente da quasi un’ora. Ma adesso, quello strillaccio che Martina aveva cacciato nella cabina sotto di lui, lo aveva svegliato di soprassalto.
Martina continuava a guidare digrignando i denti, aspettandosi da un momento all’altro che il camper si rompesse, non sapendo cosa fare e cercando di farsi venire in mente un’idea. Proprio in quel momento la spia tornò a farsi intermittente.
< Di certo, quando rimarrà di nuovo accesa fissa accadrà qualcosa >
< Qu’est-ce qu’il passe? >
Martina sobbalzò sul suo sedile al sentire la voce.
Si voltò alla sua destra e vide il visetto del piccolo Said vicino alla sua spalla. Con una manina si stropicciava un occhio, ma sembrava dormire ancora in piedi.
< Tu, dormir! Tu coucher! > Gli replicò la ragazza col suo francese arrugginito.
< Oui > rispose il bambino.
Martina tornò a tenere d’occhio la strada, mentre con le mani sul volante teneva il camper nella corsia lenta dell’autostrada. In quel momento la spia rossa smise di lampeggiare e si spense.
< Ma mi sta prendendo in giro?! Ce l’ha con me quella dannata lampadina?! Lo so io che succede, lo fa solo per farmi saltare i nervi. > esclamò rabbiosamente.
< Il ya des problèmes? >
Martina si accorse che il bambino che il piccolo Said se ne stava ancora lì, accanto a lei.
< No problèmes! ... Anzi no, big problèmes! Se questo fottutissimo coso si rompe siamo nella merda! Tu comprend? > Martina in quei momenti concitati non riusciva proprio a tradurre correttamente in francese i suoi pensieri. Le tornava in mente invece la traduzione in inglese, frutto di studi ben più recenti.
Said la osservò attento, cercando di capire l’italiano di Martina, poi le sorrise restituendole l’unica parola che conosceva bene < Merd! >
< Sì Said, proprio una grand merd. >
Comprendere in tutta la risposta di Martina solo la trivialità di quella parola, parve divertire parecchio il bambino che decise quindi di entrare nella cabina di guida sedendosi nel sedile del passeggero.
Sopra di loro passò a volo radente un elicottero della polizia.
< La police! > indicò eccitato il bambino alla sua compagna di viaggio.
Martina annuì al fanciullo per farlo contento e per distrarsi dal guaio che stava per scoppiarle tra le mani.
La spia questa volta si accese fissa e non ne volle più sapere di lampeggiare o di spegnersi. Se andava fatto qualcosa, andava fatto immediatamente.
< Ecco! Ci siamo! Devo fermare questo coso. Tu prega Said che arrivi presto una piazzola di sosta. >
< Qu’est-ce qu’il passe? >
< Il camper si sta per rompere, ecco che cosa passa. >
Said la scrutò attento, per capire dalla sua faccia cosa stesse accadendo e tutto quello che capiva era che Martina era seriamente preoccupata.
< Ne vous inquiétez pas, il travaillera >
< Oui Said, il travaillera. > Poi rivolta al veicolo: < Sentito che ha detto mio amico? Funzionerà. >
Al bambino quella risposta fu poco chiara. Non che ci avesse capito molto, ma il semplice fatto che Martina gli avesse risposto meno agitata di prima lo rese soddisfatto.
< Finalmente! Eccola lì! > Martina indicò con l’indice il cartello che annunciava ad un chilometro una piazzola di sosta.
Lo sguardo di Said rimbalzò dal dito della ragazza al cartello che veniva loro in contro a destra del camper, giusto in tempo per intravederlo prima che sparisse dietro di loro.
Adesso l’umore di Martina sembrava più sollevato e il bambino se ne accorse.
< Il est mieux maintenant? >
< Bièn, bièn Said. Tres bièn. >
Martina stava mentendo un poco, non era sicura che le cose stessero andando bene, ma per lo meno era riuscita a togliere il camper dall’autostrada prima che il motore li piantasse in asso tra le vetture che sopraggiungevano alle loro spalle a forte velocità.
Rallentando dolcemente, entrarono nella lunga piazzola di sosta.
Quando il veicolo fu fermo, lontano dal traffico autostradale che sfrecciava rapido accanto a loro, Martina spense il motore e si rilassò nel sedile di guida: ancora non era successo nulla di brutto. Bene. Ce la poteva ancora fare.
Said scese subito dal camper e si mise a saltellare e a correre lungo la piazzola di sosta autostradale, poi si voltò verso gli autotreni, che a cento chilometri all’ora gli sfrecciavano a pochi metri, divertendosi a salutarli, a fare loro boccacce e altri gesti poco edificanti.
Martina appena lo vide ne fu terrorizzata.
Corse giù dal camper e gridò al monello, con tutto il fiato che aveva in gola:
< Said! No! > e poi riprendendo fiato, per farsi sentire sopra il rombo dei veicoli che passavano spostando pure l’aria attorno a loro, < Said! Viens içi! >
Il bambino, deluso dalla mancata partecipazione della sua amica al suo gioco, le andò in contro tenendo il broncio, poi giunto davanti a lei le mostrò una bella risata spavalda, per minimizzare la sua marachella.
Martina sentì la collera salirle fin su in testa per la preoccupazione di avere a che fare con un bambino indisciplinato che poteva mettersi in guai seri e lo afferrò per una spalla e lo agitò arrabbiata gridandogli: <No! Said, no! Pas bon! >
Il bambino la guardò ostile < Vous n’etes pas ma mère! > le gridò allora.
Martina era sul punto di dargli un ceffone, accusarla di non essere sua madre, dopo la paura che le aveva fatto prendere di venire travolto da uno di quegli autotreni che sfrecciavano come il vento a pochissimi metri da lui.
Si inginocchiò davanti a lui, tirandolo a sé e lo abbracciò, stringendoselo al petto come se fosse stato suo figlio < S’il vous plait, ne faire pas comme ça. > cercando di pregarlo di non farlo più.
Il bambino non oppose resistenza e si lasciò abbracciare, sedotto da quella effusione di senso di protezione di cui da troppo tempo era a digiuno. Si pentì della sua birbanteria e pensò. Si accorse di sentirsi triste. Quella ragazza non era la sua mamma. La sua mamma, lui non l’aveva mai conosciuta. Aveva vissuto con suo padre Kamal, fino all’età di sei anni. Poi la polizia se l’era portato via e lui lo avevano messo a vivere in una grande casa con altri bambini e donne che si occupavano di loro, ma che non erano sua madre. Ma dopo un anno era riuscito a scappare e adesso vagava per le città dell’Emilia in cerca di suo padre, perché nella casa con i bambini nessuno gli voleva bene come il suo papà.
Adesso però, quella ragazza lo stava abbracciando proprio come faceva suo padre.
Forse, anche la sua mamma lo avrebbe abbracciato così se non se la fosse presa il mare durante la traversata. Ma lui era troppo piccolo per ricordarla.
Forse quella ragazza era la sua mamma, tornata per prendersi cura di lui? Per aiutarlo a ritrovare il suo papà?

Quando tornarono sul camper, Martina passò un buon quarto d’ora a cercare una rivista.
Poi si sedette al tavolino nella saletta centrale del camper e iniziò a consultarla con attenzione. Said l sedette di fronte.
< Qu’est-ce que tu regardes? > le domandò il piccolino con tono davvero incuriosito.
Martina sollevò la rivista e gli mostrò la copertina. Vi era raffigurato un camper come il loro e molte scritte che lui non sapeva leggere.
Martina non attese la risposta del bambino e si rimise il manuale dell’utente del camper davanti per consultarlo con attenzione, cercando la spiegazione di quella spia rossa.
Said non disse nulla. Decise di rimanersene lì ad osservarla in silenzio, incrociò le braccia sul tavolino e ci appoggiò il mento, fissando la sua compagna di viaggio con attenzione, per farsi meglio un’idea di che persona fosse, dei suoi dettagli del viso e per capire se era una persona di cui potersi fidare nel momento del bisogno.
A lui non piacevano le persone che simulano il sorriso. Martina sorrideva poco. Spesso la sua bocca restava socchiusa e lui poteva intravedere i suoi incisivi dietro le labbra. In quei momenti sembrava triste. Anche adesso aveva quell’espressione della bocca, quando sollevava lo sguardo dal manuale e guardava in alto, come per guardare nel vuoto. Lui approfittava di quei momenti per osservarle gli occhi, tanto lei non se accorgeva. Aveva l’iride strana, non era scura come quella di suo padre, ma era quasi grigio e quasi verde. Non aveva mai visto occhi di quel colore. Poi decideva che aveva pensato abbastanza e si scostava gli scuri capelli rossi dal viso e se li sistemava dietro alla nuca e si rimetteva a cercare tra le pagine, ecco, quando leggeva sembrava che sorridesse e le si formavano le fossette alle estremità della bocca. Per Said era una cosa davvero strana. Lui non sapeva leggere. Chissà se anche a lui si sarebbero formate quelle stesse fossette.
Gli occhi della sua benefattrice sembravano buoni. Non avevano un atteggiamento severo, per lo meno non quando lui la faceva arrabbiare, no. Sembravano quelli di una donna davvero buona. Sicuramente la sua mamma doveva avere quegli stessi occhi. Erano belli gli occhi di Martina, belli come quelli della sua mamma. Quella era la ragazza che lo aveva tolto dalla strada. Sicuramente era buona, ma a lui faceva un po’ di paura. Se si arrabbiava per davvero ti poteva uccidere. E lo aveva visto quella stessa mattina, quando ha picchiato quei due uomini cattivi. E li ha fatti andare via, hanno capito che con lei non si scherza. Quella mattina, per Said, era stata una tra le più incredibili della sua vita.
Tutto era iniziato quando era uscito dal suo giaciglio tra i cartoni vicino alla stazione dei treni di Osimo, a sud di Ancona e se ne andava a piedi verso il paese, centro storico di Osimo, arroccato sulla collina. Camminava piano piano, era presto e la gente a cui chiedere l’elemosina è più numerosa sul tardi. Ad un certo punto vede Martina le passa vicino e lui ne approfitta per chiederle qualche spicciolo. Lei si ferma, lo guarda con tenerezza e gli dà una moneta da due euro, quindi si allontana tra le vie di Osimo Scalo. Said si ferma a pensare. Se me ne ha dati due adesso, potrebbe anche darmene un altro se mi torna a vedere. Allora si mette a seguirla da lontano e la vede entrare in un negozio con le luci spente. Poi, dopo alcuni minuti eccola che torna ad uscire con una busta piena.
Said, allora, si posiziona sulla traiettoria che la ragazza avrebbe dovuto fare al ritorno e quando quella gli passò davanti lui le sorrise. Era molto bravo a sorridere alla gente, ma funzionava solo con le persone buone e lui sapeva che quella ragazza era buona, gli aveva dato una moneta grossa grossa. Martina si vide sorridere e non resistette alla sua coscienza, prese dalla busta della spesa un pacchetto di wafer e glielo mise in mano.
Said ringraziò contento e vide che la ragazza indugiava lì davanti a lui. Poi si decise e lo salutò con la mano, andandosene via per la sua strada. Lui stette un poco a pensare a cosa fare. Poteva proseguire il suo cammino verso il paese di Osimo, come aveva stabilito, oppure poteva cambiare i suoi piani, forse la sorte gli aveva messo sulla sua strada l’occasione che stava aspettando. Sì, decise che non poteva lasciarsi sfuggire quel regalo del destino. Così si mise a seguire la generosa ragazza. Sapeva come fare per non farsi scoprire, ma tanto lei andava dritta dritta lungo la via ed era facilissimo vedere da lontano dove stesse andando.
Terminata la via, Martina attraversò la strada e si diresse verso il piazzale della stazione dei treni, verso un camper parcheggiato davanti all’edificio della stazione. Raggiunto il camper, la ragazza vi salì dentro e chiuse la porta.
Said doveva capire cosa fare e si nascose in un angolino, dall’altra parte della piazza, per studiare in tutta calma la ragazza. Non poteva permettersi di fare mosse false, che potessero provocare una reazione di fastidio da parte della sua benefattrice.
Dopo un po’ di tempo vide la ragazza scendere dal camper e aprire un portellone alla base della fiancata del veicolo. Quindi la vide estrarre del parecchia roba ingombrante di quella stiva e deporlo al suolo. C’erano tavolinetti pieghevoli, sedie pieghevoli, rotoli di carta e sacchetti di plastica gialla pieni di chissà che cosa.
Poi Martina si infilò letteralmente dentro alla stiva del camper camminando a carponi. Della ragazza ora vedeva solo le gambe e le natiche, nell’ombra della stiva, mentre lei scaraventava fuori dal veicolo altre sedie ripiegate.
Fu proprio in quel momento che i due balordi passarono davanti alla stazione e furono incuriositi da quello che accadeva nei pressi del camper. I due si fermarono e poco dopo si scambiarono occhiate divertite, quindi si incamminarono verso il mezzo. Said intuì i guai in arrivo. Se quei due malintenzionati avessero fatto del male alla sua benefattrice, lui avrebbe dovuto ricominciare la ricerca tutta da capo, chi altri avrebbe potuto aiutarlo poi?
Si incamminò pure lui in direzione del camper, tenendosi alle spalle dei due uomini e raccolse da terra delle pietre che trovò nella zona non asfaltata del piazzale.
Quando i due uomini si fermarono vicino agli oggetti che Martina aveva deposto per terra, Martina dava loro ancora le spalle, intanto Said si nascose dietro una autovettura e osservava la scena attraverso i vetri del veicolo, pronto ad intervenire al momento opportuno.
< Ciao tesoro, ti serve una mano? >
Martina, sempre a carponi dentro la stiva, non li aveva sentiti arrivare. Girò il viso verso l’esterno della stiva e li vide. Dal modo in cui si erano presentati e dalle loro espressioni turpi non ci mise molto a capire che era nei guai.
< No grazie. Ho appena finito, potete andare. >
replicò il biondino col bomber rosso, trattenendo a stento il suo basso compiacimento nello stare lì alla sua presenza, < devi ancora rimettere tutte le tue cose nel camper, non vuoi che ti aiutiamo? >
L’altro suo compare, moro con la giacca jeans, non diceva nulla, ma la guardava come se fosse già una sua proprietà.
< Sono cose che non mi servono più. > Disse Martina mentre gattonava carponi all’indietro per scendere dalla stiva, ma sempre tenendoli sott’occhio.
Il moretto le si avvicinò lesto alle spalle, dicendo < Ti aiuto a scendere. >
Said uscì allo scoperto e si preparò a lanciare la sua prima pietra al tizio con i capelli neri, ma non ebbe il tempo di scagliarla che Martina ruotò rapidamente su se stessa posizionandosi supina e con una sforbiciata delle gambe assestò un violento calcio in mezzo alle gambe di quello che aveva dietro di lei. Said non credeva ai suoi occhi, il ragazzo mandò un urlo di dolore e si ripiegò su se stesso.
< Brutta stronza! > esclamò il biondino col bomber rosso, che si avvicinò a lei intenzionato a vendicare il suo amico, che ora era troppo impegnato ad imprecare mentre il dolore lo faceva vacillare sulle sue gambe.
Martina, con uno scatto felino, si portò fuori dalla stiva del camper e si posizionò ad una certa distanza del veicolo, per avere sufficiente spazio per muoversi.
< Sai solo tirare calci sotto la cintura, o sai pure menare come un uomo? > la provocò il biondino, mentre le si avvicinava deciso a fargliela pagare.
< Sarebbe meglio che tu non lo scoprissi > gli rispose lei seria, assumendo la posizione di guardia che si usa nella boxe. Lui si fermò e se la guardò beffardo < E vorresti farmi credere che sei capace di darmi un pugno? >
Lei, con la mano lo invitò a farsi avanti, per nulla turbata dal tono canzonatorio di quello.
Il ragazzo decise che voleva terminare al più presto quella situazione assurda, le avrebbe potuto rompere la faccia in qualunque momento. < Spaccale la faccia > lo incitò il compare, mentre ancora si copriva i genitali doloranti. Quindi il biondo si avventò su di lei per suonargliele a dovere, ma Martina buttandosi all’indietro si appoggiò con la mano sinistra al terreno e ruotando la gamba destra colpì il ginocchio del ragazzo con la punta del suo piede. Quello, preso alla sprovvista, si piegò sul ginocchio colpito. Martina proseguì la sua giravolta cambiando la mano su cui faceva perno al suolo e con il tacco del piede sinistro assestò un altro calcio allo stesso ginocchio, facendo cadere il ragazzo.
Prontamente si rizzò in piedi e assunse una posizione di attacco, mentre quello era ancora inginocchiato al suolo.
< Ne avete abbastanza? > chiese Martina con tono di sfida.
< Regardez vous! > urlò Said improvvisamente, essendo uscito allo scoperto e indicando qualcosa dietro di lei.
Martina si voltò e vide il compagno del biondino che stava brandendo in aria una sedia pieghevole, deciso a usarla per colpire la ragazza sulla testa.
Martina istintivamente fece una mossa che in palestra aveva fatto migliaia di volte contro il sacco di sabbia appeso al muro. Reggendosi sulla gamba sinistra, si piegò all’indietro e calciò orizzontalmente con la sua gamba destra fino a distenderla violentemente contro lo stomaco del suo assalitore. Quello fu scaraventato a terra da quel calcio potente.
Poi Martina si voltò verso Said stupita di vederlo lì in suo aiuto.
Il bambino la contemplava stupito, non aveva mai visto una cosa così.
Ma il biondino non ne aveva ancora abbastanza. Si alzò e si mise davanti a Martina, a debita distanza, aspettando che il suo amico lo aiutasse a dare una lezione a quella strega.
< Cosa vuoi ancora? Non ne hai abbastanza? > gli chiese Martina severa.
Quello non rispose e aspettava che il compare si rialzasse per prenderla alle spalle mentre lui la impegnava da davanti. Ma il moretto in jeans non aveva più voglia di bravate, gli faceva male tutto il ventre, da cima a fondo, ed era stanco.
< Dai! > gli disse il biondo, < facciamogliela pagare a questa puttana! >
Martina si avvicinò esageratamente al biondo e quello non resistette e provò a darle un pugno in pieno viso, ma era quello che voleva lei. Gli prese il pugno, gli torse il braccio dietro la schiena e si fece sopraffare dall’odio. Fece un rapido passo indietro e tirandosi con sé il ragazzo gli fece perdere l’equilibrio, quello si ritrovò appeso al braccio e lei diede un forte strattone alzandoglielo e torcendoglielo abbastanza per strappargli le legature dell’articolazione della spalla. Lui gridò e lei lo spinse per terra.
Ora nessuno dei due aveva veramente più voglia di avere a che fare con lei.
Doloranti e conciati per le feste, si rialzarono e si trascinarono ai margini del piazzale della stazione. Quando furono lì, il biondo con il bomber rosso si voltò verso di lei e le disse:
< Torna uno di questi giorni, ti aspettiamo per darti una lezione che non ti potrai dimenticare. >
< Contaci! > gli rispose lei.
Quando i due balordi uscirono di scena, il bambino si avvicinò a Martina e le si fermò davanti, pieno di ammirazione e stupore per il valore della ragazza.
Martina, nel vederlo con lì davanti a lei, con quei due grandi occhioni neri, spalancati di stupore, mentre lei si era difesa egregiamente dai due balordi, si sentì divertire dalla situazione.
< Ehi! Non mi guardare così, non sono mica Wonder Woman! >
Ma Said non capì una parola di quella frase, e continuò a contemplarla senza sapere cosa fare. Voleva chiederle di portarlo con sé, via da quella vita fatta di stenti e senza un futuro, ma non sapeva se l’avrebbe fatta arrabbiare.
Martina non capiva perché il monello non le rispondeva, poi si ricordò che le aveva urlato qualcosa in francese. Lei, che il francese lo aveva studiato solo alle medie, adesso doveva inventarsi un modo per comunicare con lui. Lui l’aveva messa in guardia dal ragazzo moro che voleva colpirla con la sedia, dunque era opportuno ringraziarlo.
< Merçi! > Gli disse con un sorriso benevolo.
< Vous ètes très fort. > Disse il piccolo con grande ammirazione.
< No, ce c’est pas vrai, > cercò di sminuire lei, con un gesto della mano, < je fais beaucoup d’exercice. > Martina aveva alle spalle un passato sportivo. Prima nuotatrice agonistica dall’infanzia fino alla maturità, poi iscritta ad una palestra di arti marziali. Aveva iniziato con la Boxe Tailandese per poi passare alla Capoeira, della quale andava letteralmente matta. Il suo istruttore veniva proprio da Rio de Janeiro, cresciuto tra le favelas e ora era l’istruttore di punta di un centro sportivo alla periferia di Roma. Era pure carino, con quel gusto esotico nel viso, i capelli ricci ossigenati, tagliati cortissimi. Ma fare colpo su di lui era una partita persa, benché Martina si considerasse un tipo che si nota subito.
Ecco che Martina tornava con la mente alla vita che si era lasciata alle spalle.
Cosa ne resterà di quel suo mondo, una volta che questo folle incubo sarà finito?
< Comment tu t’appelles? >
< Said >
< Où est ta mère? >
< Ma mère est morte. >
< Ton père? >
< Je ne sais pas. >
< Où ètes-vous? >
< Je suis marocain. >
Martina provò una commovente commiserazione per quel piccolo fanciullo. Orfano di madre, che non sapeva più dove fosse il padre, forse incastrato in qualche disavventura che lo aveva costretto a separarsi dal figlio. Figlio di migranti nordafricani, imbarcatisi in una odissea per sfuggire alle avversità di una terra ostile, finiti in quest’altra terra, non meno pericolosa. Martina si commosse pure perché riconosceva negli occhi del piccolo Said il suo stesso dolore per la mancanza di un futuro certo, sempre in viaggio. Presto anche lei sarebbe diventata una migrante per motivi politici, una rifugiata politica che avrebbe chiesto asilo in qualche nazione europea, mentre in Italia si sarebbe combattuta questa sanguinosa rivoluzione.
Martina sorrise a Said e quello le ricambiò prontamente il sorriso.
Si avvicinò a lui e gli tese la mano.
Lui guardò la mano protesa davanti a lui con il palmo in alto, ci pensò un po’ su e poi ci posò sopra la sua. Martina chiuse la mano e aspettò che i bambino capisse. Gli occhi del fanciullo si accesero di gioia e le rivolse un sorriso di timida fiducia.
Lei si incamminò portandoselo con sé e salirono sul camper.
Erano le dieci e mezza di mattina e la ragazza mise davanti al trovatello biscotti e confezioni di succhi di frutta da bere con la cannuccia. Lui si divorò tutto quello che poté, in una colazione che non faceva da troppo tempo. Lei se ne stava di fronte a lui, sorseggiando la sua confezione di succo di frutta dalla cannuccia, pensando al suo nuovo compagno di viaggio, al quale era debitrice della propria vita durante lo scontro con i due balordi.
Non trovava pensieri adatti a esprimere a se stessa quello che provava, lei lì, fuggiasca, che si era presa carico di un bambino di cui non sapeva nulla ... e che adesso, se voleva viaggiare con lei, doveva darsi una bella lavata, non osava immaginare dove avesse passato la notte!

Tutto questo era accaduto solo poche ore prima, ed ora lui era lì, seduto in un veicolo, al sicuro e protetto da una amica straordinaria che si occupava di lui ...

Il bambino stava ancora pensando ai fatti accaduti quella mattina quando Martina esclamò quella frase.
< Vous avez trouvé la solution? >
< Oui mon chéri. > rispose lei, finalmente rilassata.
Aveva di nuovo la situazione sotto controllo < Nous avons la solution. >
Martina si tornò a ricordare le lezioni di scuola guida fatte anni prima e a come affrontare la situazione di carenza di acqua nel radiatore. Aveva bisogno di far raffreddare il motore. Avrebbe pure potuto inserire altra acqua nel circuito col motore in moto e aggiungerne poco alla volta, ma era una operazione troppo delicata. Lei preferiva il metodo sicuro: a motore freddo.
Guardò il fanciullo e gli disse < Manger? > facendo il gesto di mangiare.
Il bambino annuì vistosamente con la testa, come fanno i bambini per sottolineare una assenso.
Era l’una e mezza passata e dovevano pranzare.
Il bambino, ancora parecchio denutrito ai suoi occhi, aveva bisogno di una cura ricostituente. Così mise sulla tavola quello che aveva comprato a Osimo Scalo quella mattina. Carne in scatola, formaggio in sottilette, crostini di pane confezionati, uno spicchio di grana e una bella bottiglia di acqua da un litro e mezzo trovata nel camper assieme ad altre bottiglie quando lo aveva preso a Roma, con un atto furtivo di cui ancora non riusciva a capacitarsi. Piatti, bicchieri e posate di plastica. Tovaglioli e una tovaglia di carta.
Così se n’era andato via il suo budget per il lavaggio e taglio dei capelli che aveva in programma per il pomeriggio prima. Aveva ancora un po’ di liquidità, ma aveva parecchie spese da affrontare per quel viaggio, soprattutto il gasolio per il motore del camper, senza il quale non sarebbe andata da nessuna parte.
Così, mentre loro mangiavano nella piazzola di sosta, le corsie della autostrada A-14 erano un via vai di sirene ululanti, il sintomo tangibile di qualcosa di veramente grave che si stava abbattendo sull’intero “Bel Paese”, una sanguinosa rivolta dalla quale nulla sarebbe tornato come prima.
Per i nostri due amici, quelle erano invece le ore dell’inizio di una tenera amicizia, nata inaspettatamente tra i loro esuli cuori sofferenti.
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