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Messaggio Da Francesca Verginella il Mar 08 Gen 2013, 21:11

CAPITOLO 1

"Guarda che cielo." disse l'uomo guardando fuori dalla finestra. Lo aveva sussurrato, quasi temesse di disturbare qualcuno; ma era solo in quella stanza. Lo sguardo si perse in quel cielo grigio e l'uomo cominciò a pensare. 'Chissà come sta Lòren. E la bambina? Oppure sarà un maschietto! Vorrei esserle vicino in questo momento così delicato... Che schifo di guerra.'
Ledon prese a guardare il cielo che fino a quel momento aveva fissato senza vedere. Delle grosse e dense nubi si spostavano velocemente, spinte dai venti che dalla Caabia si dirigevano verso Ovest, fino a raggiungere Aruni. Si era ormai nel pieno della Stagione delle Tempeste e sembrava che di lì a poco se ne sarebbe scatenata una di grandi dimensioni.
Ledon riusciva ancora a vedere il luccichio di qualche stella, mentre la luce della luna era già stata spenta dalla pesante coperta di nuvole cariche di pioggia. Ancora una volta il suo pensiero andò a Lòren, ma la rivide come in quella notte stellata, quella in cui si conobbero in riva a quel lago: 'dov'era?' Non se lo ricordava più.
"Se sapesse che non ricordo più dove ci siamo incontrati per la prima volta... che scenate farebbe." Continuava a parlare da solo, mentre anche le ultime stelle soccombevano dietro la coltre tempestosa.
"A volte vorrei essere un uomo comune per non avere tutte queste responsabilità, per essere libero di assistere mia moglie durante il parto. Forse no. Io amo i miei doveri e le mie preoccupazioni almeno quanto amo lei."
I fulmini incendiarono l'aria e pareva che legassero il mantello scuro del cielo al mare nero. L'atmosfera era scossa dai tuoni e dal vento che fischiava passando tra le strette torri della postazione di Aruni. I forti e veloci candù, al riparo nel cortile interno, percepivano l'aria farsi pesante ed elettrica; Ledon li sentiva strattonare le briglie e stringere nervosamente i morsi. Cominciarono a scendere le prime gocce che poi si fecero sempre più fitte.
La pioggia scrosciava sulla finestra e sembrava che riuscisse a spaccare il vetro, tanta era la violenza con cui veniva spinta dal vento.
Le gocce scendevano dolcemente invece sul viso di Ledon seguendo le piccole rughe intorno agli occhi: 'chissà perché chi ha tanti pensieri invecchia così in fretta.' A Lòren erano sempre piaciute quelle piccole crepe sul volto del suo sposo: continuava a dire che gli donavano un'aria interessante. Lei trovava affascinante anche quella cicatrice che gli tagliava lo zigomo e che saliva fino a dividere in due il sopracciglio sinistro. Ledon aveva rischiato di perdere l'occhio in quello stupido duello .
"Sbagli di un giovane troppo passionale." Così Lòren aveva giustificato l'accaduto. Era proprio innamorata.
"Ed io ti amo per come mi ami tu." Le aveva detto una volta, strappandole una lacrima illuminata da un sorriso.
La tempesta ormai si era scatenata e anche il turbamento che era nato nel suo cuore non accennava a smettere. Le lacrime continuavano a bagnare l'occhio grigio come il metallo che lo colpì e l'occhio verde come i prati dell'Ausolia... 'Ecco! Fu lì che ci incontrammo, sulla riva del lago Sonders.' Ledon lasciò scendere il bruciante ghiaccio salato fino al collo, anche se la sensazione di umido lo irritava.
"Perché sto piangendo?" Si guardò intorno con la vista ancora appannata. "Perché gli uomini si domandano perché piangono?"
La stanza buia era semivuota: un lungo scaffale pieno di carte arrotolate, documenti, messaggi; una grande scrivania ed una poltrona larga e comoda.
Una stanza fredda come lui, guerriero di ghiaccio impegnato in battaglie tattiche al comando di soldati di piombo su un campo di carta. Anche lui avrebbe voluto lottare nelle battaglie disumane, ascoltando l'assordante vociare delle armi straniere e il clangore del vento nei campi di battaglia. Ma ognuno aveva un posto nella guerra e quello era il suo.
C'era un caminetto a riscaldare l'ambiente ma a lui non bastava. Il fuoco era vivo e ardente, ma lui sentiva freddo. Ledon allora aggiunse un grosso legno che incominciò subito a bruciare; la fiamma cambiò di forma e mutò la danza sulle braci nere.
Il calore così sprigionato bruciava il viso dell'uomo, che socchiuse gli occhi e sorrise dimenticando chi fosse. Improvvisamente aprì gli occhi, di scatto, come se l'avessero chiamato da un sonno profondo. Fissò il balletto del fuoco per trovare la fonte di quel richiamo. Le fiamme si riflettevano nei suoi occhi e la mente incominciò a vagare seguendo il ritmo del ballo infuocato. E incominciò il suo 'volo'.
Ledon vide la sua sposa, Lòren, in una grotta le cui pareti erano incrostate di cristalli trasparenti, ma che colpiti dalla luce da lei stessa irradiata risplendevano di mille colori. Il viso di lei grondava sudore e i delicati lineamenti erano abbruttiti da una smorfia di dolore. Lui era lì, con lei, avrebbe voluto aiutarla, ma poteva solo guardare. Non poteva fare nulla. Poi un grido, era Lòren che gridava come se gli si fosse squarciato il cuore. Un altro grido, ma diverso dal primo. Lei aveva le labbra serrate. Una luce rossa, abbagliante, poi la rivide con più chiarezza: Lòren aveva il viso rilassato, gli occhi chiusi e una lacrima le scorreva solitaria sulla guancia.
Ledon sentì un peso sulla spalla e, subito dopo, del calore come se vi si fosse posato un tizzone ardente; si guardò la spalla e vide una mano. Quando si voltò completamente vide la scrivania, la poltrona, la finestra, la tempesta. Era il suo appartamento nella postazione di Aruni, sulle coste del Mare di Savra. Al suo fianco il giovane soldato assegnato al suo servizio lo guardava con gli occhi sgranati.
"Comandante!"
Evidentemente era lì da diverso tempo, doveva aver cercato di svegliarlo da quello strano sonno più volte perché quella parola veniva pronunciata dal ragazzo con voce tremante. Solo allora il comandante Ledon Adram si rese conto di aver 'volato' e capì che stava spaventando quel giovane con i suoi occhi arancio e la lacrima di sangue. Si rialzò di scatto e si voltò verso il caminetto, chiudendo gli occhi. Quando rivolse nuovamente lo sguardo al soldato i suoi occhi erano fermi e decisi, in qualche modo anche rassicuranti nella loro normalità.
Questo scosse il ragazzo che si rianimò, un po' imbarazzato per essersi spaventato inutilmente: sapeva che il comandante era un Deoscuridiano e che, come tale, aveva il potere di 'volare'.
Ledon Adram sedette sulla poltrona dietro la grande scrivania dopo aver risposto al saluto militare.

La notte di Deos era illuminata dalla fredda luce della luna ed era riscaldata da una calda brezza. Lòren aveva aperto la finestra per specchiarsi nel laghetto artificiale che luccicava sotto il davanzale della sua camera da letto.
"Una stella tra le stelle." Le aveva detto così il suo Ledon quando la chiese in moglie.
Sorrideva, Lòren, ripensando a quei momenti e intanto si accarezzava la pancia; erano ormai nove mesi e sette giorni che portava quel dolce peso, ma la bambina (sì era certa che fosse una femmina) non si decideva a nascere. Lòren tuttavia non si preoccupava, sapeva che l'evento sarebbe giunto presto, forse quella notte stessa.
Sola. Lòren si sentiva sola, avrebbe voluto Ledon vicino, ma la guerra li aveva allontanati.
"Forse riuscirò a mettermi in contatto con lui, grazie anche alla bambina."
Lòren si allontanò da quei tempi lugubri e ripensò ai momenti felici passati con il suo amore. L'incontro sulle rive del lago Sonders, nelle verdi campagne dell'Ausolia. La regione era il corpo germinante del loro mondo, distendeva un braccio di terra sull'Oceano di Kesho e là dove la penisola terminava inabissandosi nelle spumose acque oceaniche, proprio nel punto in cui la salda roccia fortificava la terra, quello era il luogo in cui sorgeva l'imponente Deos.
"Era una notte come questa." La luce della grande luna affievoliva quella tremolante delle stelle; era la notte del suo compleanno (come poteva dimenticarlo) e lei era appena scappata dalla noiosa festa allestita per l'occasione. Aveva intravisto il giovane Ledon che nuotava nel lago notturno, guardava curiosa e divertita il corpo nudo di lui... quando venne scoperta. La mente di Lòren ritornò ancora alle notti che li avevano accompagnati nelle loro fughe da innamorati, spiati dagli occhi delle due lune, testimoni silenziose di numerosi baci e di tenere carezze.
Poi ci fu la richiesta di matrimonio.
"Ledon Adram, figlio di Adram e Raimis, vuoi tu sposare Lòren Agor, figlia di Agor e Nevra?" A questa domanda Ledon aveva fatto seguire una lunga pausa che la fece quasi impazzire e che fece tremare entrambe le famiglie. Poi disse un vigoroso sì, con il tono di voce che di solito usava per impartire un ordine ai suoi soldati.
"Lòren Agor, figlia di Agor e Nevra, vuoi tu sposare Ledon Adram, figlio di Adram e Raimis.?" Anche Lòren attese in silenzio, cercando volutamente di fare una pausa più lunga di quella di Ledon.
"Si meritano l'un l'altra." avevano sempre detto tutti.
"Giocate e vi punzecchiate come due bambini." li aveva spesso rimproverati Nevra.
Poi anche Lòren rispose di volerlo come sposo, in un fil di voce. Come dimenticare infine l'ultima notte trascorsa insieme, durante la quale lei gli disse di aspettare un figlio. Ledon allora, per la felicità, la fece ballare senza musica, sotto una luna così gialla e così grande che mai ne aveva vista una simile. La notte per loro aveva un significato particolare. Entrambi dormivano poco e durante le ore più buie riuscivano finalmente a stare da soli, lontani dai rispettivi impegni che li dividevano nelle ore diurne.
Un lampo irruppe nei suoi pensieri ed il tuono che ne seguì la fece tremare. Si era così persa nel ricordo delle sue serate serene che non si era neppure accorta che delle nuvole frettolose avevano ormai coperto la luna, giunta quasi nel suo punto più buio. L'alternarsi repentino di sereno e nuvoloso era tipico di quella stagione: da quando era iniziato quel giorno si erano scatenate già tre tempeste e la quarta dava i suoi primi segni di impazienza. Ma l'attenzione di Lòren si spostò sulla fitta che la colpì all'unisono con il fulmine. La contrazione provocò un dolore intenso e acuto, ma di breve durata. Era il momento.
Mentre si incamminava verso la Grotta delle Stelle Cadute, Lòren sorrideva: un po' per non pensare al dolore ma soprattutto perché tra poco avrebbe abbracciato sua figlia; la notte le sarebbe stata ancora una volta complice in un momento così importante per la sua vita.
Lòren si spogliò ed entrò nella piccola grotta; le sembrava di essere ritornata nell'utero materno. Era rilassata, raggomitolata nel ristretto spazio vuoto racchiuso tra le pareti della grotta. Intorno a Lòren brillavano i cristalli incastonati nella roccia: erano piccoli e trasparenti. Per nulla fragili, erano invece appuntiti e affilati. Ma lei galleggiava incolume senza neppure sfiorarli.
Una seconda contrazione, più intensa e prolungata, un dolore molto più acuto e poi un attimo di riposo. Sospirò. Lòren cercò disperatamente uno spazio nella sua mente non ancora occupato dalla sofferenza, per mettersi in contatto con Ledon. Era completamente bagnata di sudore mentre sentiva che la bambina voleva uscire. Lòren gridò il nome del suo amato ed insieme a lei anche la bambina invocò il nome del padre. Sì. Entrambe sentirono la rassicurante presenza di Ledon; circondato da nubi e pioggia lui era lì, con loro.
Un dolore indescrivibile assalì Lòren che urlò come se le avessero squarciato il cuore, poi un altro grido, ma questo era di sua figlia. Il respiro di Lòren era affannoso, ma era sollevata: ormai era finita, la bambina era nata. La madre aprì i suoi occhi viola: nessun 'volo' tinto di arancio le aveva infuso potere, quella notte era intervenuta solo la magia della nascita. La figlia, sporca di sangue e congestionata per lo sforzo, riposava distesa sul caldo ventre materno.
Prima di uscire dalla grotta la bambina doveva essere battezzata; il nome venne scelto dagli avi e dai discendenti, dal cielo e dalla terra, dal sole e dalle stelle. Lòren abbracciò la piccina ed uscì. Ad aspettarle c'erano le Donne che subito tagliarono il cordone ombelicale e si affaccendarono per lavarle e vestirle. Madre e figlia, sfinite per il parto, si addormentarono subito sperando di sognare Ledon, il loro amore.
La piccola, figlia di Ledon e Lòren, era nata proprio quando la prima luna si era nascosta dietro il girotondo delle costellazioni. La seconda luna si tinse di rosso e l'alba tardò a venire. Le Anziane cominciarono a tessere la trama che scaturiva dalla lettura di questi segni.
"La sua venuta ha placato anche la tempesta. E' la Feteh, la terza luna."
Erano passate solo poche ore da quando la piccola creatura aveva respirato per la prima volta l'aria di Deos. Era mattina già inoltrata, il sole riscaldava gli animi e la vita nel palazzo ferveva ormai da tempo. Fu allora che le Donne e le Anziane bussarono alla porta di Lòren. Si era alzata tardi ma, grazie al potere che le alleviava i dolori post-parto, si era data da fare in fretta per vestirsi e preparare la figlia al rito dell'accettazione.
Le Donne e le Anziane entrarono in processione nella stanza per dare il benvenuto alla neonata; Lòren le aspettava seduta vicino alla finestra che dava sul lago dalla quale penetrava il profumo dell'erba tagliata e dei fiori che avevano dischiuso le corolle al sole, sprigionando le loro essenze: il dolce profumo dei semoae e quello più speziato dei carrìdi quasi coprivano la fragranza fresca e leggera dei limuli. Lòren circondava con un braccio la piccola e le teneva la manina; nell'altra mano aveva un fazzoletto vermiglio con il quale asciugava le lacrime di sangue che bagnavano le guance della bambina. Per l'occasione aveva indossato un vestito blu notte che le lasciava le spalle scoperte e scendeva fino ai piedi, coprendo gli inestetismi che la gravidanza le aveva lasciato. I lunghi ricci castani incorniciavano il volto dolce e forte.
Il corteo tutto femminile rese omaggio alle due donne baciando prima la mano con cui Lòren teneva il fazzoletto e poi la guancia della piccola nata. Formarono infine un cerchio attorno alla poltrona per abbracciarle entrambe ed intonarono il canto rituale dell'Accettazione che, con la sua dolcezza e con il suo andamento pacato, cullò la bambina.
Anche la neonata portava un vestito blu notte che le lasciava scoperti viso, mani e piedi. Era incantevole. Aveva la pelle incredibilmente bianca ma le guance avevano acquisito una colorazione rosata che le donava vivacità al volto.
Non era molto grande; aveva le dita delle mani affusolate e sempre in movimento, come se cercasse di prendere qualcosa che l'attraeva particolarmente. Continuava a scalciare: era impaziente e vitale come suo padre, voleva già muoversi per conoscere il mondo intero.
I lineamenti del viso erano ancora simili a quelli di tutti gli altri bambini, ma già si riconoscevano i delicati lineamenti ed il naso regolare della madre, la bocca carnosa del padre. Anche sul taglio degli occhi non c' erano dubbi, l'aveva preso da nonna Raimis: grandi, allungati, con le ciglia lunghe e folte. Il colore reale degli occhi non si poteva ancora vedere perché, per ora, manteneva sempre la tonalità dell'arancio con al centro la pupilla nera a forma di ellisse affilato. Nel primo anno di vita, infatti, i membri della Famiglia Deoscuridi rimanevano in uno stato di 'volo' perenne. Durante questo periodo apprendevano la conoscenza e venivano dotati di straordinari poteri, a cui potevano far ricorso una volta raggiunta la maturità.
Per non disturbare il loro viaggio nessuno conosceva il nome del bambino; esos rimaneva segreto fino a che il nato stesso lo annunciava, presentandosi a Sad, Dio della vita, e ad Aar, Dea della Morte.
Mentre le Donne e le Anziane continuavano a cantare la nenia ricca di potere, Lòren guardava la bimba come una semplice mamma, e pensava: 'La mia piccola è senza capelli, chissà di che colore li avrà. E gli occhi? Forse saranno come quelli di Ledon.' Lòren sospirò tristemente e si aggrappò alla sua piccola stella caduta dal cielo.

"Ledon!" Il generale Agor alzò il tono della voce come per attirare l'attenzione del comandante. Era preoccupato, attento ad ogni parola dell'amico.
"E' tutta la notte che discutiamo, dobbiamo decidere! Nuove armate sono in avvicinamento; noi siamo numericamente inferiori e gli strateghi ritengono che un combattimento sarebbe per noi fatale, ma se non ci muoviamo la guerra è già perduta... Ledon, io non so più che cosa fare. Migliaia di soldati, la Famiglia, l'intera Solamia sono in pericolo e tutto dipende da questa decisione."
Disperato, Agor, si mise le mani nei capelli appoggiando i gomiti sulle ginocchia. Ledon guardava il suo vecchio amico e padre di Lòren; nessuno, vedendo quest'uomo rannicchiato su se stesso, avrebbe riconosciuto il generale che all'epoca dell'Affermazione della Famiglia Deoscuridi guidò uomini e mezzi, sfidando eserciti e catastrofi naturali. Un uomo tutto d'un pezzo, coraggioso, forte e molto intelligente. Ma neppure lui, neppure il Grande Generale (come tutti lo chiamavano) sapeva più che cosa fare di fronte ad un nemico di quella natura. Ledon ricordò quando, da bambino, vide lo stesso uomo entrare con passo fragoroso nell'alloggio di suo padre Adram e parlare di Cron.
In realtà quella di Cron era una storia antica, che tutti i bambini avevano sentito raccontata dai padri e dai nonni durante le notti in cui la tempesta scuoteva l'aria ed i brividi per il freddo si confondevano con quelli della paura. Cron, il Deoscuridiano oscuro, il Cattivo figlio di madre Deos e di Dio padre Sad. La storia annegava nella leggenda: si raccontava che circa mille millenni prima che le genti imparassero a contare il tempo, Cron scappò da Deos e si ritirò su un'isola sperduta in mezzo all'Oceano di Savra. Battezzò quella terra senza nome chiamandola Lubra, le diede un popolo e ne divenne così il Signore e Padrone. La leggenda diceva più precisamente che Cron creò il suo popolo: dedito a riti occulti e in possesso di misteriosi poteri concepì l'Acqua di Rasia, che somministrata ai neonati poteva plasmarli e mutarli in esseri mai generati in natura. Nella sua fuga, si raccontava, Cron trascinò con se un gruppo di neonati con i quali creò i primi Mutati. Ormai la fuga di quell'uomo primordiale veniva ricordata solo attraverso le storie che avevano riempito di incubi le notti dei bambini: "Se non stai buono chiamo Cron che ti porterà via!" Minacciavano le madri esasperate ai più capricciosi.
Quando Agor parlò di Cron ad Adram sembrava ancora una favoletta; mai sbaglio produsse effetti così catastrofici.
Lo stesso uomo che ora si disperava, con la testa stretta tra le mani, anni prima aveva fatto seguire al nome di Cron una fragorosa risata.
Con i suoi occhi di bambino Ledon rivide ancora la scena vivida di colori e di presenze.
"Ah! Ah! Ah! Pensa, Adram, che quegli ignoranti immelici della costa Sud-Ovest stanno spaventando l'intera Solamia. Al porto di Aruni non si può girare l'angolo di una strada senza trovare una donna in lacrime o in piena crisi isterica." Agor parlava degli immelici come qualunque nobile della sua e delle altre Famiglie. "Quei bastardi senza sangue raccontano a tutti che Cron ha spedito i suoi Mutati per prendere i loro bambini appena nati. Pensa al caos che sono riusciti a provocare! Certo tutti sanno che sono dei bugiardi nati e ormai nessuna persona degna di essere chiamata tale dà più ascolto alle loro farneticazioni, ma questa volta hanno esagerato. E' vero che sono scomparsi dei bambini anche se, visto che non tutti sono segnati nel censimento, è praticamente impossibile stabilirne il numero esatto, ma li avranno mangiati i lepori, quelle schifose bestiacce che vivono nello stesso luridume in cui sguazzano gli immelici.”
Ledon aveva preso il posto del padre dopo la sua morte prematura ed ora toccava a lui consigliare al meglio l'amico generale in questo momento di pericolo.
"Ledon, l'allarme è scattato in tutta Solamia. Il cielo di Atra sarà presto oscurato dalle ali dei Ramib. La forte roccia che abbraccia Und sarà scossa dai Lorbati. Le limpide acque della cristallina Nim diventeranno torbide al passaggio dei Seluvi. Il potere di Deos sarà soggiogato dai Carmid e dai Leda."
Nel discorso concitato del Generale Agor i nomi delle capitali delle quattro Famiglie si mescolavano ai nomi di mostri mitologici, fuggiti dal loro mondo di fantasia per diventare reali e terrificanti.
"Le armate di Mutati di Cron porteranno ovunque distruzione."
"Risponderemo all'attacco, impegneremo tutte le forze a disposizione." Rispose infine Ledon. "Cron non vuole contrattare la nostra resa, vuole distruggerci. L'unica cosa che possiamo fare è rendere questo suo fine più difficile da raggiungere."
I due militari si guardarono negli occhi, entrambi annuirono. Questo era il loro ultimo incontro, ma si strinsero semplicemente la mano legando la promessa di rivedersi.
Quando Ledon restò solo il suo primo pensiero fu per Lòren e per la figlia che, forse, non avrebbe mai conosciuto.




Francesca Verginella
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Messaggio Da Giles Corey il Gio 10 Gen 2013, 21:32

Mi piace..... ^_^
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Messaggio Da Francesca Verginella il Gio 10 Gen 2013, 23:22

Grazie Giles, sono contenta che ti sia piaciuto!


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