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HOPE, ALASKA

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Messaggio Da Francesca Verginella il Mer 09 Gen 2013, 20:59

CAPITOLO 1

Carl Goodwin aveva da poco raggiunto i trentacinque anni ed era proprietario di una delle più giovani agenzie letterarie del Paese. A chi gli chiedeva, con un pizzico di invidia, se fosse fiero della sua azienda (anche se non era una delle più grandi) Carl rispondeva sfoggiando il sorriso perfetto di chi ha tutto sotto controllo.
" Non siamo dei giganti ma siamo giovani ed abbiamo tempo per crescere, soprattutto siamo in grado di spaventare i vecchi colossi del settore."
Carl Goodwin aveva la sicurezza che solo i soldi con la 'esse' maiuscola potevano dare: era l'erede di una grande famiglia e soprattutto di un patrimonio pressoché infinito. Alberghi, linee aeree, marchi di abbigliamento sportivo, qualsiasi cosa fosse sinonimo di ricchezza aveva dietro il nome di un Goodwin.
Carl però non era il solito rampollo viziato e, seppure aiutato economicamente dai denari del padre, aveva scelto di allontanarsi dal nido familiare. Aveva scelto Boston come suo regno ed aveva destinato a suo maniero un palazzo proprio al centro della città; ad essere precisi possedeva solo il trentesimo piano della scala Est del grattacielo ma, con i prezzi che Boston pretendeva, questa sua proprietà valeva quanto una porzione di Universo.
Carl sapeva quello che voleva e sapeva come ottenerlo; anche con Sara fu la stessa cosa: era diventata prima sua lettrice e poi sua amante.
Sara Wood era giovane e senza esperienza quando entrò nell'ufficio dell'agenzia per chiedere un lavoro. Le si leggeva in faccia che veniva da un piccolo paese di provincia e che si sentiva spaesata tra i grattacieli di vetro e cemento, ma non aveva negli occhi la bramosia di inseguire la Grande Fortuna, una luce che invece brillava in quasi tutti quelli che venivano da fuori; lei non si sentiva in competizione con gli altri aspiranti e ciò non perché temesse il confronto, ma semplicemente perché era così diversa da tutti gli altri che era impossibile paragonarla a chiunque. Era per questo motivo che nessuno l'avrebbe mai assunta, non era catalogabile e quindi era impossibile trovarle il giusto posto nell'organico già esistente. Ed era proprio questo il motivo che spinse Carl ad assumerla immediatamente: lei era unica.
Sara al lavoro vestiva sempre con tailleur dal taglio dimesso e con colori poco appariscenti; la sua serietà e la sua professionalità erano scolpite sul volto severo, ma nulla poteva nascondere la passionale fantasia che luccicava nei suoi occhi. Quando Carl la invitò per la prima volta ad uscire con lui (non più per questioni di lavoro ma non ancora per ragioni sentimentali) non si sorprese più di tanto nel vederla arrivare fasciata in un vestito di raso blu che le arrivava fino al ginocchio ma che lasciava una generosa scollatura sul seno. Il trucco marcato e i tacchi alti non apparivano affatto come una maschera che Sara indossava quando era libera da impegni di lavoro, così come non lo era il grigio vestito che la faceva ignorare dai colleghi; lei era questa e l'altra perché non era una donna come le altre.
Carl si era subito reso conto del talento naturale della nuova arrivata e perciò la mise subito a lavorate nell'ufficio più importante della sua giovane agenzia: quello che si occupava di leggere i manoscritti di nuovi e sconosciuti scrittori. Il compito non era facile: se l'agenzia si impegnava troppo per un libro che poi non avrebbe sfondato le perdite avrebbero avuto pesanti ripercussioni sul bilancio; ma se con leggerezza veniva scartato un futuro best-seller si rischiava di perdere una miniera d'oro e cioè una percentuale sui diritti del libro (e di quelli futuri) prodotto dal novello scrittore.
Era stato Carl stesso ad ideare i gruppi di lettura in cui i suoi dipendenti, di diverse età ed estrazione culturale, leggevano lo stesso scritto e poi ne discutevano insieme per valutare se era adatto a proporlo a qualche editore e se aveva bisogno di qualche ritocco. Sara aveva sempre disertato queste riunioni e finiva sempre per parlare direttamente con Carl. Inizialmente si inventava scuse banali per la sua inadempienza; quando Carl si rese conto che le sue capacità non solo non avevano bisogno di confrontarsi con quelle degli altri ma erano inibite dalle discussioni del gruppo, la esentò dal partecipare alle riunioni senza riserve.
Il vero salto di qualità per l'agenzia (e per la loro storia) avvenne una sera; gli uffici si erano svuotati da tempo ma Carl rimaneva sempre fino a tardi, se non aveva impegni galanti con le sue numerose pretendenti. Sara irruppe con violenza nel suo ufficio dopo aver bussato velocemente alla porta. Quando Carl disse 'Avanti!' lei era già arrivata alla scrivania.
"Devi leggerlo!"
Sara aveva percorso di corsa la distanza tra il suo angolo delimitato dai paraventi in fondo alla sala e l'ufficio di Carl e il poco fiato che le era rimasto non le permetteva di dire più di due parole alla volta. Faceva sempre così quando leggeva un nuovo manoscritto che reputava ottimo e Carl prese tra le mani il blocco di fogli che gli stava porgendo; non avrebbe permesso a nessuno degli altri lettori di comportarsi così, ma lei era speciale.
Il plico era composto da fogli di diversi colori e formati scritti a mano; la rilegatura era molto artigianale e Carl si rese subito conto che solo Sara avrebbe potuto interessarsi ad uno scritto presentato in quella maniera tanto rozza. E solo Sara poteva essere così sensitiva nell'intuire che quel manoscritto sarebbe diventato uno dei libri più venduti dell'anno. Lo scrittore era Victor Wolf, un uomo che nella lettera che accompagnava il suo lavoro si autodefiniva non più giovane ma ancora troppo lontano dalla morte per pensarci tutto il giorno.
Il libro era avvincente, appassionato e abbastanza scabroso da attirare il pubblico. Alcune incertezze nella grammatica più elementare rivelavano che Victor non doveva essere stato un ottimo studente durante la sua breve permanenza nelle scuole dello Stato ma il suo stile era chiaro ed aggressivo; i critici lo avrebbero adorato sia perché potevano esaltarlo sia perché potevano condannarlo.
La prima sera che Carl e Sara fecero l'amore fu per festeggiare il contratto con una nota casa editrice, che si era già resa disponibile a rinnovarlo nel caso il signor Wolf avesse partorito un altro capolavoro del thriller. Victor era un uomo d'altri tempi e rimase insieme all'agenzia di Carl Goodwin senza neppure parlare con i rappresentanti di altre agenzie che erano andati alla sua ricerca dopo il clamoroso successo del suo 'Codice Moonstorm'. Il motivo era semplice: considerava il contratto stipulato come una parola d'onore che lo vincolava per la vita e non solo per il suo primo lavoro, come invece recitava quel pezzo di carta che aveva firmato.
La fama non fagocitò Wolf che rimase nella sua vecchia casa di campagna e non si decise mai a comperare un computer o anche una semplice macchina da scrivere, così anche i suo successivi tre best-seller (scritti nei tre anni successivi) vennero scritti a mano. Peter Armstrong era il manager di Victor, ma era molto di più. Era colui che trasferiva su file gli scritti di Wolf e che li inviava all'agenzia Goodwin ed era anche l'amico che preservava dal delirio di fans e media la vita privata del solitario scrittore.

Carl sciolse il nodo della cintura che stringeva la vita sottile e si liberò della vestaglia di seta nera rimanendo completamente nudo, in mezzo alla camera. Il fisico era davvero statuario: negli anni del college era stato campione di nuoto e anche adesso passava molto del suo raro tempo libero sulle macchine da palestra che aveva fatto installare in una stanza del suo appartamento.
Si avvicinò al letto in cui Sara lo stava aspettando; lei si sentiva molto attratta dal corpo di Carl ma ne era anche impaurita: era troppo perfetto, pareva quello di un modello fotografato nelle riviste patinate per donne, uno di quelli che non fanno quasi mai vedere in faccia perché tanto nessuno gliela avrebbe guardata. Il viso di Carl invece le era piaciuto fin dalla prima volta che lo aveva visto; qualcuno in ufficio sosteneva che assomigliasse a Brad Pitt, ma lei non era d'accordo; certo anche lui aveva i capelli biondi, gli occhi azzurri e la mascella ben definita, ma aveva un particolare modo di muovere la bocca, un'affascinante capacità di sorridere con gli occhi che lo rendeva assolutamente meglio di Brad Pitt.
Carl abbracciò il corpo nudo di Sara e incominciò a baciarla; lei adorava sentirsi imprigionata da quel calore avvolgente e il piacere fisico irruppe nella sua mente facendole quasi perdere il senso della realtà. La prima volta che Carl l'aveva presa in quel modo lei non era riuscita subito ad entrare in contatto con quella dimensione che sta tra il sogno e l'estasi e quando le mani di lui l'avevano sfiorata, Sara aveva incominciato a pensare che forse il proprio corpo non sarebbe piaciuto al suo amante. Dopo più di tre anni dall'inizio della loro relazione, ogni tanto, Sara se lo domandava ancora. Le sue poche amicizie femminili dicevano che, anche se non aveva un fisico sottile (ma ormai andavano di moda le anoressiche ed avere qualche etto di carne addosso ti faceva definire 'paffutella '), era ben proporzionata e, sicuramente, ben adornata dal suo seno generoso; i suoi amici maschi dicevano che per essere davvero una 'bellona' avrebbe dovuto portare il reggiseno di una o due taglie in più, ma allora non sarebbero stati più suoi amici perché avrebbero tentato solo di portarsela a letto. Lei si era sempre considerata una 'non brutta' e 'interessante' : il fisico lo aveva ricevuto in dono dai geni mediterranei della madre ed era genuina. Mangiava senza rinunciare alla qualità e senza esagerare nella quantità, era contraria alle diete e non andava in palestra perché trovava sempre qualcosa di più interessante da fare oppure preferiva oziare.
Carl dimostrava di apprezzare i 'non sforzi' di Sara per mantenersi così; quella sera aveva cominciato a baciare ogni centimetro di pelle chiara e i brividi che facevano vibrare Sara dimostravano che era sulla giusta strada. Quando la accarezzò tra le gambe non si sorprese di trovarla già umida e sorrise compiacendosi dell'ottimo 'lavoro' svolto. Lei si allontanò come se non volesse concedersi di più ma era solo un po' di pudore che ancora dopo molti incontri la spingeva a chiudersi; lui conosceva questo lato insicuro di lei e sapeva anche che lei sperava di non scoraggiarlo dal continuare. Infatti Carl non si fermò, si eccitò invece all'idea di dover convincere la 'ritrosa' e i gemiti con cui Sara rispondeva alle sue attenzioni sempre più audaci confermavano che erano entrati in sintonia. Gli occhi neri di Sara si accesero come due laghi profondi illuminati dal sole; l'assalto di Carl fu deciso e lei lo accolse con piacere.
Sara aveva appoggiato la testa sul petto glabro e abbronzato dell'amante, lui le teneva una mano appoggiata sul seno e pareva che si fosse addormentato.
"Sara? Sei sveglia?"
"Sì! Pensavo che tu stessi riposando."
"Sono preoccupato per Peter Armstrong, già la scorsa settimana avrebbe dovuto farmi arrivare la seconda parte del nuovo lavoro di Wolf, invece non si è neppure fatto sentire."
Sara odiava parlare di lavoro fuori dall'ufficio e soprattutto dopo aver fatto l'amore. Lei si impegnava affondo nel suo lavoro ma quando usciva doveva trovare altri interessi o anche avere il tempo di oziare, altrimenti non avrebbe più reso al massimo in nulla di quello che faceva. Carl invece non staccava mai la spina ma Sara, anche lo capiva visto che l'agenzia era nata da lui e continuava a vivere quasi solo grazie a lui, non condivideva questa scelta. Ma non si irritò, il tono di voce di Carl era piuttosto serio e se ne parlava con lei voleva dire che aveva bisogno di un consiglio.
"Ho chiamato l'ufficio di Armstrong a New York. Mi hanno detto che è andato in Florida ma nessuno ha saputo dirmi quanto tempo intenda fermarsi là."
"Sei preoccupato che Victor non finisca il libro in tempo? Temi che l'editore si rivalga su di noi per un eventuale risarcimento a causa del ritardo?"
"Per noi sarebbe grave. Il nostro attivo è cospicuo, grazie agli ultimi successi di Wolf, ma il buco nell'acqua che abbiamo fatto con quel... 'Density' di Gullit."
"Stai dicendo che l'agenzia ha dei problemi finanziari?"
"No, non ancora... Comunque non intendo parlare di questioni di soldi; la mia preoccupazione è concentrata su Wolf!"
Carl parlò quasi con rabbia, come se quelli non fossero affari di cui Sara doveva interessarsi. Infatti a lei non interessavano, non era lì perché lui era ricco e certamente non voleva cominciare ad impicciarsi delle sue operazioni finanziarie. Ma si sentì ferita dall'atteggiamento di Carl; era un po' di tempo che lui si irritava con lei senza motivo: se aveva dei problemi non ne aveva parlato con lei e non aveva chiesto il suo aiuto. Era questo che mancava nel loro rapporto, fiducia completa e collaborazione. Per questo Sara fu felice della richiesta che Carl le fece subito dopo, perché aveva letto in quelle parole l'intenzione di lui di colmare questa carenza ampliando la stima reciproca.
"Vorrei che tu andassi a Miami. Peter ha lasciato solo l'indirizzo di dove sarebbe andato a stare, ma ha specificato che non c'era ancora il telefono. Avrebbe dovuto richiamare lui appena glielo avessero installato ma... Neppure a New York lo sentono da più di una settimana."

Il volo per la Florida partì in orario; Carl l'aveva accompagnata all'aeroporto e l'aveva salutata con un bacio.
Sara non riusciva a stare ferma e continuava ad agitarsi sul sedile della prima classe. Carl aveva prenotato via internet il posto la sera prima; si era precipitato sul computer appena lei aveva accettato di andare a cercare Peter ed aveva insistito perché viaggiasse in prima classe: "Così starai comoda." aveva detto. Eppure quella gentilezza non aveva soddisfatto Sara, anche il bacio sensuale e coinvolgente con cui lui l'aveva congedata le aveva lasciato l'amaro in bocca.
Che cosa stava succedendo? Carl l'aveva fatta allontanare apposta? Forse si era stancato di lei. Oppure era lei che non lo sopportava più? Carl aveva incominciato a comportarsi da ipocrita oppure era lei che si era fatta venire le fissazioni? Sara ripercorse la sua breve carriera di amica-compagna-fidanzata con Carl e quella avuta con l'uomo che aveva conosciuto prima di lui e con cui aveva stretto un simile legame (solo due uomini durante i suoi ventinove anni di vita): si accorse così di quante volte la sua insicurezza l'aveva portata a farsi quelle stesse domande.
Il comandante parlò con voce radiofonica pregando i passeggeri di allacciare le cinture di sicurezza e di non preoccuparsi dei normali rumori dovuti alle manovre di atterraggio; i pensieri di Sara si dispersero tra il suono dei motori e la vibrazione del rollio. Quando entrò nella sala d'aspetto, affollata dai passeggeri scesi dai diversi aeroplani, riuscì solo a domandarsi quanto avrebbe dovuto aspettare per trovare un taxi libero.
Aveva chiesto gentilmente al tassista di abbassare l'aria condizionata e l'uomo dai tratti asiatici aveva risposto con un borbottio incomprensibile che nascondeva sicuramente qualche parola poco cortese; alla fine ruotò di una tacca la manopola che regolava la temperatura. Sara non pativa affatto il caldo, anzi aveva sofferto molto dopo il suo trasferimento a Boston tanto che dopo quattro anni ancora non riusciva a dare sollievo ai piedi e alle mani perennemente congelati. Sua madre le diceva che il sangue italiano che aveva in corpo sentiva la mancanza del sole del Mediterraneo, ma la famiglia di sua madre era originaria del Nord-Est, dove pioveva nove mesi l'anno e soprattutto la temperatura non arrivava quasi mai oltre i trenta gradi neppure in piena estate, quindi Sara continuava a ribadirle che l'unica cosa che aveva ereditato dalla sua cara mamma italiana era la pessima circolazione sanguigna.
L'indirizzo che l'ufficio di Armstrong aveva dato a Carl si riferiva ad un quartiere di recente costruzione che sorgeva a ovest di Miami: non era sulla costa ma il vento portava con sé l'odore di salsedine e di alghe.
L'uomo viveva in un villino ad un piano, circondato da un piccolo giardino non recintato; era identico a tutti gli altri edifici di quella parte del quartiere mentre nella parte più a sud c'erano le ville più grandi e più costose, ma sempre costruite tristemente in serie.
Sara aveva visto Peter Armstrong solo una volta, nell'ufficio di Carl, poco più di tre anni prima nell'unica occasione in cui era riuscito a far muovere Wolf dalla sua casa-rifugio.
Venne ad aprire un uomo che pareva il padre del Peter che Sara aveva conosciuto, invece era lui e la riconobbe subito. Scostò la porta con la zanzariera tesa sull'intelaiatura di legno e disse con tono gioviale: "Entra pure, Sara... E' così che ti chiami vero? Quando ci hanno presentato mi hai detto che potevo darti del tu e quindi io mi permetto di farlo ancora. Ma non restare in piedi, siediti. So che anche in casa c'è caldo, il condizionatore mi si è rotto proprio stanotte ed il tecnico non è ancora arrivato, ma almeno non siamo sotto la battuta del sole."
Peter grondava di sudore e nonostante la pelle fosse abbronzata e rossastra per le scottature solari aveva l'aria emaciata. Si vedeva che stava soffrendo, ma non doveva essere tutta colpa del caldo umido di quella zona.
L'uomo di mezza età offrì un bicchiere di limonata ghiacciata a Sara e il suo sguardo, velato da uno strano miscuglio di afflizione e di malessere, si illuminò solo per un secondo quando riuscì ad intravedere qualcosa nella scollatura della maglietta di Sara.
Peter si sedette di fronte a lei su una poltrona di finta pelle coperta da un telo di cotone per evitare che con il caldo la plastica gli si incollasse fastidiosamente al corpo. Il solo vedere la palese difficoltà che l'uomo trovava nel compiere il semplice movimento di sedersi fece capire a Sara che la temperatura tropicale era l'ultimo dei suoi calvari.
"Ha avuto un incidente? Vedo che muove a fatica la gamba; è forse per questo motivo che non ha ancora contattato Carl Goodwin?"
Sara era stata molto diretta, quasi brutale. Ma se ne accorse, come sempre accadeva, solo dopo che la frittata era stata fatta, quando cioè non restava che sperare che l'interlocutore da lei 'aggredito' non si fosse offeso. Peter fece solo una faccia stupita che durò pochi secondi, poi cercò di assumere uno sguardo grave che apparve subito artificiale: anche la posa che assunse pareva studiata, magari davanti allo specchio, evidentemente si era preparato all'evenienza di questa visita.
"Non mi sono messo in contatto con Goodwin perché non ho più intenzione di lavorare con lui. Per essere più precisi non voglio più avere niente a che vedere con Victor... anzi con il signor Wolf."
Sara era confusa e soprattutto non aveva ancora capito se e come centrasse questa rivelazione sconvolgente con l'attuale stato di salute di Peter.
L'uomo notò la perplessità della giovane e decise di rivelare nel modo più esplicito la realtà dei fatti. Si alzò di scatto dalla poltrona e diede le spalle a Sara; improvvisamente si calò i calzoni della tuta di cotone azzurro scoprendo i glutei pallidi.
Sara non era un esperta ma non era difficile neppure per lei capire che quei piccoli segni che sembravano punture di insetti e che si espandevano su tutta la coscia destra erano i segni dei pallini di una fucilata.

"In breve: Victor ha sparato con il fucile prendendo in pieno il sedere di Peter."
Sara era ripartita per Boston in giornata e, anche se era tardi, era passata prima in ufficio; come previsto Carl era ancora lì.
"Gli ha sparato!?"
L'espressione sorpresa, dietro la quale era nascosta anche una buona dose di cinico divertimento, era scaturita da Katrin (chiamata da tutti Kat). La biondissima e altissima Kat era stata assunta da sei mesi e si era fatta subito notare per i tailleur scollati che, per la modesta quantità di stoffa con cui erano confezionati, erano paragonabili a dei bikini. Incredibile era anche la sua dedizione al lavoro, soprattutto quando questo voleva dire restare sola con Carl in ufficio fino a tardi. Sara era gelosa ma aveva parlato di questo con Carl solo in tono scherzoso, come se non fosse un vero problema. Lui la prese appunto come una cosa di nessuna importanza e non si curò mai di dare delle conferme alle mute richieste di Sara sulla solidità del loro rapporto.
"Mi ha fatto addirittura vedere la ferita... Credo che lo abbia colpito con dei pallini di plastica perché non è stato neppure necessario portarlo all'ospedale. Il problema è un altro. Prima di questo sfogo di Wolf c'è stata una lite di cui non conosco i particolari ma le cui conseguenze sono tragiche… Tragiche per l'agenzia, intendo."
"Forse non vuole più rinnovare il contratto con la nostra agenzia?"
Kat parlò, come spesso accadeva, senza cognizione di causa. Sara le rispose con leggerezza, come si risponde ad una domanda inutile fatta da una persona insulsa, ma avendo l'accortezza di sorridere in modo che la sciocca di turno non comprendesse l'ironia della risposta.
"Wolf ha firmato il contratto subito dopo che Carl ha accettato incondizionatamente la stesura della prima parte del romanzo."
Carl riprese a parlare rivolgendosi a Sara come se non fossero mai stati interrotti da Kat: "Immagino che Armstrong non voglia più trasferire gli scritti di Victor su file. E' per quello che si è trasferito in Florida?... Non è un grande problema, ci metteremo d'accordo con un altro trascrittore."
"Mi dispiace dirtelo ma non sarà così facile. Wolf a detto che non voleva stare più vicino ad Armstrong e a tutto quello che gli ricordava la loro amicizia e si è trasferito anche lui." Sara prese apposta un attimo di pausa perché il silenzio concentrasse l'attenzione dei suoi due ascoltatori e perché in quel modo la rivelazione sarebbe esplosa in tutta la sua sorprendente grandezza. "Hope, Alaska."
Carl digitò sulla schermata del motore di ricerca le due parole: Hope+Alaska. Dopo qualche secondo comparvero i nomi di un centinaio di siti che però nulla avevano a che vedere con il paese in cui aveva trovato rifugio il loro scrittore migliore.
"Dubito che troverai qualcosa su internet riguardo a Hope. Conosco poco Victor ma abbastanza da sapere che avrà sicuramente scelto un piccolo centro immerso nelle nevi dell'Alaska. Le sue intenzioni erano quelle di far perdere le sue tracce e temo che ci sia riuscito."
"Hai ragione, Sara. Bisognerà andarlo a cercare di persona altrimenti non avremo mai la seconda parte del libro che sta scrivendo; sarebbe un vero guaio se non riuscissimo a rientrare nei termini che la casa editrice ci ha imposto e sappiamo benissimo che non possiamo aspettarci alcun aiuto in merito da parte di Victor. Potresti occupartene di nuovo tu: sei una brava investigatrice."
"Se ti riferisci al fatto che sono riuscita a trovare Peter Armstrong ti ricordo che mi hai fornito tu stesso l'indirizzo preciso dove trovarlo. Inoltre non credo che esistano voli diretti Boston-Hope; io non pretendo la prima classe, però... E poi mi vuoi davvero mandare da uno che ha preso a fucilate il suo amico?"
"Ti sei dimenticata di dire, come ulteriore scusa, che in Alaska c'è un freddo da morire."
L'adorabile Kat era intervenuta con la precisione di un cecchino e l'esuberanza del suo décolleté (le donne dell'agenzia erano tutte certe che fosse siliconato, gli uomini avrebbero voluto 'toccare con mano' prima di pronunciarsi).
"Scusa se mi intrometto, Sara, ma tu saresti proprio la più adatta ad andarci, Carl ha perfettamente ragione. Tu sei stata la sua Dea della Fortuna, se non fosse stato per la tua splendida intuizione lui non sarebbe diventato lo scrittore di successo che è oggi. Inoltre, proprio perché ti occupi di rivedere e correggere ancora oggi le bozze dei suoi lavori, sei forse l'unica che conosce bene la sua psicologia."
Sara odiava Kat quando interveniva subdolamente nella vita di Carl, ma la odiava di più quando cercava di farlo adulandola con un tono così fasullo.

Carl lo stava facendo di nuovo, stava parlando di lavoro quando erano ancora nudi tra le lenzuola; a Sara piaceva crogiolarsi nel calore delle lenzuola ancora pregne dell'odore di sesso e lui, da qualche giorno, le stava sistematicamente guastando questo momento.
"Io credo che questo tuo viaggio possa giovare anche al nostro rapporto."
Un allarme squillò nella testa di Sara che sgusciò fuori dall'abbraccio del suo amore per riuscire a guardarlo bene negli occhi.
"Che cosa intendi dire?"
"Non fraintendermi. Io sono felice di stare con te perché mi piace come sei... "
"Ma... Era un 'ma' quello che stavi per dire vero? Io mi sono rifiutata di partire solo perché questo non fa parte del mio lavoro. Io sono pagata per scoprire i nuovi talenti dell'arte dello scrivere e non per cercare un uomo diventato più pazzo di quanto già non fosse e che è andato a nascondersi tra gli orsi bianchi."
"Quelli stanno al Polo, Wolf è andato solo in Alaska; fa parte degli Stati Uniti d'America, non è mica un Paese straniero.
Quello che intendevo è proprio questo; tu sei troppo legata a me e al rapporto che stiamo vivendo, ne sei dipendente come se fosse una droga. Io vorrei che tu trovassi la tua indipendenza: non per allontanarti da me, ma solo perché così saresti più forte ed insieme lo saremmo ancora di più."
Sara non poté ribattere. Carl aveva ragione, per lei l'amore che provava per lui era l'unica ragione di vita e lei per prima era convinta che non fosse un atteggiamento salutare. Soprattutto non era il giusto comportamento da avere nei confronti di un uomo vigoroso ed impegnato come Carl: non era il tipo da desiderare una donna da portare al guinzaglio ma bensì una compagna degna al suo fianco.
Carl non parlò più della questione Alaska, ma i dubbi che aveva deposto nel cuore di Sara misero subito radici. Non passò più di una settimana dall'ultima sera che ne avevano parlato che Sara aprì con irruenza la porta dell'ufficio di Carl.
"Su questi fogli ho stampato tutte le tappe del mio viaggio, ho considerato anche gli eventuali ritardi dovuti agli scali intermedi. Vedi? Fino a Juneau arriverò in aereo, poi raggiungerò Hope noleggiando una jeep."

Francesca Verginella
Inchiostro Bianco
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