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LE ETA' DI MEZZO

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Messaggio Da Francesca Verginella il Gio 10 Gen 2013, 19:02

PROLOGO
... se chiudessi gli occhi per sempre...

La prima volta che trovai il diario di mia madre avevo poco più di dodici anni. Durante quel fantastico e sconvolgente periodo che stavo vivendo, quello tra la fine dell'infanzia e l'inizio dell'adolescenza, mi piaceva molto trascorrere i pomeriggi in solitudine rifugiandomi nella camera di mia zia Elisa. Lei aveva solo ventiquattro anni ed era la sorella minore di mia madre; quando usciva con i suoi amici o andava al lavoro io mi impossessavo, quasi di nascosto, del suo regno. Lei viveva ancora con i miei nonni, abitavano nell'appartamento affianco a quello occupato dalla mia famiglia: i due appartamenti erano separati solo da una parete e quindi finivano per essere l'uno il prolungamento dell'altro.
Sapevo che la nonna mi sarebbe stata complice e quindi non temevo ripercussioni a seguito delle mie intrusioni, ma in fondo non facevo nulla di male, non toccavo nulla: mi distendevo sul letto, guardavo la piccola televisione di plastica rossa che trasmetteva solo immagini in bianco e nero, rubavo un pezzo di cioccolata di cui Elisa andava ghiotta (il cassetto del comodino ne era sempre ricolmo). Elisa aveva condiviso quella camera da letto con mia madre, prima che si sposasse. Al tempo delle mie scorribande sul letto di legno chiaro erano passati tanti anni (dodici, per la precisione) e non vi era più nessun oggetto che ricordasse la presenza della sorella maggiore, fatta eccezione per il quadro ricamato a punto croce appeso sopra lo stipite della porta: il nome di Camilla, scritto con un giallo brillante, si intrecciava con quello verde mela di Elisa.
Un pomeriggio freddo e uggioso, mentre la pioggia si spandeva sulla finestra acquerellando gli ippocastani del parco di fronte, io mi sentivo stranamente piena di energia. Forse accadde perché alla televisione non c'era nulla che mi interessasse o forse perché quando si è rinchiusi in un'età di mezzo ci si ritrova a crescere così in fretta che ogni giorno ci si sveglia nel corpo di una persona diversa da quella che si era addormentata la sera precedente… Non so dire il perché... ma successe... Mi sentivo diversa e tutto attorno a me pareva cambiato. Ovviamente nulla era cambiato in quella stanza, nessun oggetto era in un posto diverso da quello solito, erano sempre le cose che già conoscevo, ma ai miei occhi tutti gli oggetti lasciati a raccogliere la polvere sulle mensole mi apparvero improvvisamente come le cose più preziose che avessi mai visto. Lo scrigno di legno e le scatoline di vetro e di porcellana divennero i custodi di storie segrete e incredibili. I cassetti e gli armadi si erano trasformate in terre sconosciute che aspettavano di essere scoperte.
La pioggia sottile ed il vento grigio gemevano fuori dalla finestra ma io riuscivo solo a sentire il richiamo di quegli oggetti che mi chiedevano di essere afferrati, conosciuti. La mia eccitazione era tale che non pensai nemmeno per un momento che se fossi stata scoperta a rovistare tra la roba di mia zia mi sarei giustamente presa un sonoro rimprovero: le storie che ogni piccolo ninnolo prometteva di raccontarmi erano troppo seducenti per resistere.
Incominciai ad aprire una scatolina di vetro che era sempre stata lì, sul comodino, a portata di mano, ma che fino ad allora non avevo mai reputato interessante: dentro c'era un anello di metallo dorato, di quelli che si trovavano come sorpresa nei pacchetti di patatine. La pietra di vetro rossa e opaca era più sfavillante di un diamante per me che cercavo di estrapolarne (ma più probabilmente di inventarne) la storia: forse mia zia lo aveva trovato in una delle sue numerose merende pomeridiane? No! La mia sconfinata immaginazione reputava molto più probabile che fosse il regalo di uno spasimante segreto. Insieme al misterioso anello c'era un bracciale di perle di fiume di cui conoscevo bene le origini: ricordavo di averlo già visto tra le mani di mia madre poco più di un anno addietro. Eravamo andati in vacanza a San Marino ed eravamo entrate in uno dei piccoli negozi che si aprivano sulle strade del centro storico. Lei lo aveva disteso sulla mano per farmelo vedere meglio. "Sarà perfetto al polso sottile di Elisa." aveva detto in quella occasione.
Sulle tre lunghe mensole fissate sopra la scrivania i romanzi già letti erano sommersi da piccoli peluche che raffiguravano orsetti, coniglietti, topolini... tutti adornati con cuori e fiori e immobilizzati in atteggiamenti buffi e allo stesso tempo teneri. Tutti regali raccolti tra amici e corteggiatori del periodo in cui andava ancora a scuola e che era normale trovare ancora nella stanza di Elisa. Era già diventata una donna ma non riusciva a separarsi da quei piccoli compagni che le permettevano di riconoscersi ancora come una bambina solo un po' più grande e che, contemporaneamente, la discolpavano dalla scelta di continuare a vivere ancora coccolata dalla mamma.
Rientravano molto meno nella normalità altre cose: i settimanali di automobilismo, i moschettoni da scalatore, il teschio bianco e lucido di un gatto che aveva ancora fissati nella mascella quattro denti aguzzi (ricordo di quando da bambina amava esplorare la campagna attorno a casa).
Se tutto questo fosse stato visto da uno sconosciuto, questi avrebbe senz'altro pensato che quella stanza veniva usata anche dal maschio di famiglia. Ma io ero cresciuta con le storie che mi raccontava mamma: non potevo dimenticare le foto in bianco e nero che ritraevano una Elisa di dieci anni vestita con la tuta mimetica e il cappello da alpino di mio nonno. I soldatini di piombo con cui aveva giocato per anni erano ancora in quella camera, chiusi in un barattolo di vetro e custoditi tra i maglioni di lana, in un cassetto.
Fino a quel momento avevo solo guardato con più attenzione le cose che da sempre avevo avuto sotto gli occhi: semplicemente la mia mente ora era più ricettiva nell'ascoltare quello che avevano da raccontarmi. Ma quando aprii i cassetti e gli armadi cominciai a sentire il peso della mia coscienza. Io ero sempre stata molto gelosa delle mie cose e mi arrabbiavo sempre molto quando mia madre si permetteva di entrare nella mia stanza con la 'scusa' di fare la polvere. Anche se in realtà tutti in casa avevano sempre rispettato la mia privacy, non riuscivo a crederlo fino in fondo: all'epoca la mia adolescenza era allo stadio in cui la fobia che provavo per la curiosità altrui mi aveva portata addirittura a promettere che avrei fatto personalmente le pulizie nel mio territorio (quello racchiuso tra le quattro pareti di camera mia).
Prima di quel fatidico giorno avevo sempre rispettato le proprietà altrui e avevo sempre considerato quei cassetti chiusi come limiti invalicabili. Ma mi sentivo trascinare da impulsi irrefrenabili, come se da tempo si fossero stipati e compressi fino al limite di rottura: si erano liberati e mi sarebbe stato impossibile tenerli sotto controllo.
La mia attenzione cadde su due quaderni scuri dall'aria vissuta: il bordo delle pagine era ingiallito e la carta della copertina era consumata dal tempo e dall'usura. Una scritta a penna era lì ad ammonirmi: DIARIO.
Aprii la copertina come se tra le mani stringessi una reliquia; l'eccitazione per la scoperta però si stemperò nella cupa consapevolezza che non avrei dovuto essere testimone di ciò che vi era racchiuso.
Le prime parole che lessi parevano vergate da un veggente che molti anni prima della mia nascita aveva previsto che proprio io sarei stata lì ad ascoltare le sue parole:

"Cari indiscreti o curiosi, non so come chiamarvi. Questo è il mio diario PERSONALE, capito? Personale vuol dire che contiene tutti i miei segreti.
Se siete tanto curiosi da guardare vi avverto che sarebbe molto pericoloso per voi essere scoperti. Sono pratica di boxe, ho il pugno facile e il calcio pronto, e che volete saperne di più? Niente, vero? Quindi, da bravi, chiudete e pensate ai fatti vostri, CAPITO!!!!?
Camilla"


Guardai la data del primo giorno: 9- 5- '68. Era il diario di quando mia madre aveva 15 anni. Richiusi immediatamente il quaderno e lo riposi con cura là dove lo avevo trovato. Uscii dalla camera con un senso di angoscia che mi serrava la gola e un terribile pensiero nella testa: avevo fatto irruzione lì dove non dovevo. La mia coscienza si faceva sentire fino nel più profondo anche per un motivo che, seppure casuale, pareva davvero profetico, infatti in quei giorni avevo incominciato a scrivere un mio diario e sulla prima pagina avevo scritto un'anatema, simile a quello, rivolto ai miei indiscreti invasori.

Non avevo più ripensato a quel diario, non perché me ne fossi scordata ma perché la sua presenza nella mia mente era stata relegata in quel settore in cui di solito archiviavo le cose che "ora non mi servono ma le tengo perchè non si sa mai che in futuro... ".
Lo svolgimento dei fatti accaduti in quel pomeriggio d'inverno si ripetè chiaramente nella mia testa come se fossi di fronte ad uno schermo cinematografico, ma oltre ai suoni ed ai colori potei odorare i profumi delle lenzuola fresche di bucato e toccare la morbida pelliccia che mia nonna teneva nell'armadio di Elisa.
Il ricordo di quei momenti giunse durante un altro pomeriggio di un freddo Gennaio. Fuori non pioveva ma il mio cuore lacrimava senza sosta dalla sera precedente; in quei momenti strazianti una piccola donna di diciassette anni avrebbe solo voluto chiudersi a riccio e comprimere dentro di sè tutto il dolore che, senza preavviso, era arrivato dall'esterno. Non volevo confidarmi con nessuno, volevo evitare ogni contatto con gli altri esseri viventi di questo pianeta... ma anche se il mio piccolo mondo interiore era crollato quello esterno, che condividevo con gli altri, era indifferente alla "tragedia" che mi aveva colpito: mia madre mi costrinse a scendere dal letto e ad aiutarla a mettere a posto la soffitta. Per anni ed anni avevamo stipato oggetti e giocattoli condivisi da me e da mio fratello negli anni dell'infanzia, vecchi libri di scuola di mio padre e mia madre; vestiti e cappotti si erano ammassati lì dalla fine degli anni settanta. E mia madre aveva deciso che quello fosse esattamente il momento adatto per fare un po' d'ordine.
Salivo e scendevo a ripetizione le scale di legno che separano il nostro appartamento dalla soffitta per dividere le cose che "certamente non useremo più" da quelle che "non si sa mai che un domani... magari per i tuoi figli", ed intanto pensavo a quanto fosse insensibile mia madre a non capire quanto fosse sbagliata quella giornata per me. Certamente io non le avevo confidato nulla del mio tormento sentimentale e non lo avrei fatto neppure in quel momento, ma non aveva alcuna importanza. Avevo deciso di punirla con la mia solita guerra psicologica: avrei continuato ad aiutarla in quello stupido lavoro come se la mia collaborazione fosse stata estorta con la forza e l'inganno. Il mio sguardo risentito e il mio atteggiamento da prigioniero politico mi sembravano il giusto castigo da infliggerle: avrebbe avuto a che fare con il mio malumore per tutto il giorno.
Lei chiaramente non si curava molto della mia espressione corrucciata, da circa un anno era la faccia che più spesso vedeva attaccata al mio collo e il mio diciassettesimo anno prometteva di non essere differente.
"Già che ci sono voglio vedere se dalla nonna ho ancora qualche vecchia maglia; sono anni che mi riprometto di liberarle qualche cassetto."
Mamma era in ginocchio per terra e la testa era completamente dentro al vecchio mobile di legno scuro. Io restavo in piedi e tenevo in mano i vestiti che mi passava. Erano almeno due anni che non entravo più lì, nella camera in cui ancora viveva Elisa. Non era cambiata affatto dall'immagine che potevo classificare come il primo ricordo che avevo di quel luogo.
Quando mamma richiuse gli sportelli dell'armadietto e si rialzò aveva tra le mani due quaderni: uno con la copertina marrone e l'altro nero.
"Guarda che cosa ho trovato! I miei vecchi diari."
Gli occhi verdi le si erano illuminati all'improvviso e mi sorpresi di vedere sorridere in quel modo la mamma. Riconobbi immediatamente i manoscritti che avevo trovato anni prima ma feci finta di nulla, non perchè avevo paura di essere rimproverata ma perchè mi sentivo ancora in colpa per quell'eccesso di curiosità che mi aveva portato a quella scoperta.
La vista di mia madre con i diari tra le mani e con gli occhi pieni di rimpianto per i ricordi dell'adolescenza che vi erano racchiusi mi intenerì il cuore.
Volevo chiederle scusa per tutti i litigi che da qualche anno scaturivano sempre più di frequente tra noi due: avrei voluto chiedere il suo perdono per essere sempre tanto scostante con lei e spiegarle che se ero sgarbata non era perchè non le volevo bene ma solo perchè dentro di me c'era un'energia tale che potevo sfogarla solo in maniera violenta e solo con lei. Solo con lei perchè da sempre era al mio fianco ed ero certa che ci sarebbe stata per sempre, qualunque cosa accadesse.
Invece riuscii solo a dirle che anche io scrivevo da tempo un diario. Non ero certo riuscita a farle comprendere l'universo che racchiudevo nel mio cuore di adolescente ma aver stabilito anche solo quel piccolo punto di contatto con lei mi faceva sperare che lei avesse capito quanto in realtà fossimo vicine.
Non potevo sapere quello che pensava lei in quel momento, forse non c'era davvero bisogno che io cercassi di farle capire nulla perchè lei sapeva già tutto di me... era mia madre ed era passata anche lei per quella terribile e meravigliosa fase di crescita che chiamano adolescenza.
"Non sapevo che avessi un diario. Questi miei puoi tenerli tu, quando vorrai potrai leggerli. Non so se capirai tutto... sai quanto è difficile decifrare la mia scrittura."
La sera stessa, distesa sotto le coperte, cominciai ad accarezzare le copertine scolorite dei due quaderni. Aprii immediatamente il secondo, quello che non avevo neppure sfiorato quando li vidi la prima volta.
In alto a sinistra spiccava il nome Camilla e l'età: 18 anni. Non c'erano terrificanti maledizioni rivolte a chi avesse aperto quel manoscritto anzi sulla prima pagina spiccava una 'PREFAZIONE DEDICATA AL LETTORE '.

"E' un semplice quaderno senza pretese letterarie - dove ho cercato di essere più obbiettiva e chiara possibile - e dove ho cercato di segnare i fatti che mi hanno fatto partecipe. Non badate per cortesia alle improvvise impennate che sono proprie della mia natura e non vogliatemi a male se la lettura del suddetto sarà noiosa.
L'autrice
Camilla

P.S. Ho dimenticato una cosa! Amerò molto la persona che leggerà le seguenti pagine perchè sarà la prima e l'unica ad averle lette."


Le ultime parole erano sicuramente state scritte per colui che lei reputava essere il principe azzurro, anche se evidentemente il suo viso le era ancora sconosciuto, ma io non potei fare a meno di commuovermi all'idea che quella frase fosse stata scritta per me. Il giorno che ormai era finito mi aveva visto struggermi perchè speravo di sentire parole d' amore pronunciate da chi invece aveva promesso solo amicizia, ma il giorno che stava per nascere mi ritrovava rafforzata dall'amore che mia madre aveva dedicato ad una persona che ancora non conosceva e di cui mi ero appropriata.

Francesca Verginella
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Messaggio Da Artemisia il Gio 10 Gen 2013, 22:51

Francesca, l'incipit è scorrevole, invoglia alla lettura. Mi piace Very Happy

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"Se uno sogna da solo, è solo un sogno. Se molti sognano insieme, è l'inizio di una nuova realtà."
(Friedensreich Hundertwasser)
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Messaggio Da Francesca Verginella il Gio 10 Gen 2013, 23:26

Ciao Artemisia e grazie per il complimento.

Francesca Verginella
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