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L'URLO DELLA ROCCA

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Messaggio Da Madam Becau il Lun 16 Set 2013, 11:22

L'URLO DELLA ROCCA
“I suoi passi mi terrorizzavano. Rientrava ogni sera strafatto di coca e ringhiava dietro la porta come un cane inferocito. Il rumore delle chiavi mi metteva in allerta e mi rifugiavo in quel vecchio baule dal tanfo di muffa. Era il luogo dove ancora non mi aveva scovata.
Le girate nella toppa mi facevano scoppiare il cuore e nel buio asfissiante mi tappavo le orecchie che mi esulavano da quella voce riluttante che urlava insane invettive “Esci fuori, puttana da quattro soldi!
Vai a battere che ho bisogno di linfa, altrimenti ti strozzo con le mie mani !”
Troppe volte quelle insulse mani avevano violentato il mio corpo. Troppe volte le sue dita erano affondate nella mia pelle lasciando segni indelebili.
Come un male oscuro, subdolo e devastante, si era appropriato del mio intimo e della mia volontà.
La mia debolezza era la sua forza che alimentava il suo credo di onnipotenza rendendolo inumano e brutale. Sapevo quanto rischiavo e che la morte mi soffiava sul collo in ogni attimo, ma non avevo via di scampo.
Quella casa sulla rocca a strapiombo sul mare e gli alani pronti a sbranare mi avevano condannata ad una lenta e sadica morte.
Ogni sera speravo che restasse stecchito da un'overdose. Le bottiglie di gin abbondavano nella credenza e lui ne tracannava abitualmente una, fino a scolare l'ultima goccia. Sembrava che quell'alcool lo anestetizzasse e cadeva in un sonno profondo in quella sudicia poltrona dalla pelle consumata. Era l'unico momento che mi faceva comparire dinanzi alla sua sporca faccia da aguzzino compiaciuta per avermi rubato gli anni migliori.
Era una situazione insostenibile che mi fece chiedere più volte quanto la paura agisse da deterrente alla forza della ribellione.
Ma il mio inconscio lavorava lentamente. Voleva che uscissi da quella gabbia e riacquistassi la libertà. Si imponeva pian piano nel mio cervello trasformando la paura in odio e la fragilità in forza.
Quel giorno, lui, arrivò all'improvviso. Non era il solito orario e la porta era socchiusa. Entrò con passo felpato e mi sorprese di spalle, stringendomi la gola con una stretta morsa. Il mio respiro si affievoliva da diventare un rantolo sbarrandomi gli occhi. Cercavo, a fatica, di divincolarmi e spingermi in avanti. Il luccichio della lama del coltello era a un palmo dalla mia mano. Dovevo afferrarlo per la mia sopravvivenza. Tutto si svolse in un attimo. Svincolai un braccio dalla presa, afferrai il coltello e sferrai un colpo con mano ferma. Stramazzò subito al suolo lanciando un grido sovrumano. Il corpo fu immerso in una pozza di sangue che sgorgava inarrestabilmente da un'arteria recisa, gli avevo spaccato il cuore.
Lo guardai con freddezza quasi compiaciuta di quell'atto infimo che mi ridava la dignità. In preda ad una sorta di sadismo lasciai entrare i cani complici della mia sofferenza.
Si avventarono su quella carne fresca con famelica ingordigia e si dissetarono di quel sangue ancora caldo.
Lasciarono a terra dei brandelli che vegliai per giorni assaporando il gusto della vendetta. Sarei rimasta finché la carne putrida proliferasse di parassiti se non mi avesse infastidito il nauseante puzzo di carogna.
Quella sera il mare era in tempesta, le onde sbattevano e si infrangevano contro la rocca provocando un rumore assordante. La sua furia sembrava l'espressione dello stesso mio malessere che partiva dalle visceri, allora, raccattai quelle poche membra e li offrii a quella schiuma risucchiante come dono sacrificale.
Dovevo distruggere tutto ciò che me lo ricordasse e bruciai anche il più piccolo ninnolo che gli apparteneva, ma non potevo cancellare i ricordi. Vedevo la sua ombra in ogni angolo di quella casa testimone di sofferenze e solitudine. Divenne una persecuzione delirante, un incubo invincibile che mi portò a rasentare la pazzia. Fu allora che, come le vecchie streghe, decisi di dar fuoco alla casa infestata dal suo spirito perverso. Le fiamme dilagarono ovunque e si innalzarono per più di dieci metri. Mi godevo lo spettacolo e esultavo allo scoppiettare della legna finché da una grande fiamma uscì un grido di dolore dopo il quale, miracolosamente, il fuoco si spense.
Ora signor giudice, con le vostre aride leggi potete infliggere al mio corpo qualunque castigo, ma non scalfirete l'etica della mia coscienza. Per la” libertà” si è pronti a pagare qualsiasi prezzo, ed io l'ho pagato, credetemi!”


Madam Becau
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