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LIBERTA' PIACEVOLE ALCHIMIA

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Messaggio Da Madam Becau il Gio 19 Set 2013, 11:29

LIBERTA’ PIACEVOLE ALCHIMIA

Se c’era un grullo in paese era Mark.
Se ne stava per ore seduto sulla collina a scrutare il cielo immobile, con il naso puntato in aria a fissare sempre lo stesso punto, pronto a carpire un segnale, forse il passaggio di un’anima...!
“Ehi, grullo!”, chiedeva qualcuno “Sai forse cos’è la morte?”.
“Non so” rispondeva “so solo che chi muore non respira più”

Aveva letto da qualche parte che si poteva raggiungere Dio nell’attimo in cui la mente si libera da ciò che è materia, proprio in quell’attimo …e lui, grullo, ci provò inutilmente più volte…
Cercava il paradiso, l’inferno lo aveva trovato e lo viveva giorno dopo giorno.
“Mark” gli dicevano “dovrai mettere le pezze al culo se continui a stare seduto su quella collina, cosa diavolo cerchi?”.
Ma lui non rispondeva.
Un giorno si ritrovò seduto accanto il suo amico Jessy che gli disse: ”io non sono come gli altri, non ti ho mai considerato grullo”.
Allora gli confidò di cercare Dio.
Non vide più il suo amico Jessy.

Era un giorno d’estate da far desiderare di togliersi la pelle pur di sentire un po’ di refrigerio quando, seduto all’ombra di una grande quercia di fronte all’osteria, scorse uno straniero che lentamente si avvicinava trascinando a fatica le gambe come grossi fardelli. Sembrava una persona d’altri tempi, uscito da un presepe vivente, con i sandali allacciati fin sotto le ginocchia proprio dove terminava il pantalone alla zuava, in testa un cappello ad ampie falde dietro il quale si intravedevano dei capelli riccioluti e incolti.
Gli chiese dove fosse un ostello.
Mark lo indicò sollevando l'indice della mano destra, ipnotizzato da uno sguardo misterioso che si delineava fra gli zigomi accentuati in un viso troppo scarno.
L’uomo riprese il cammino e stava per sparire dietro l’angolo quando di colpo, Mark, si alzò e lo raggiunse afferrandogli la spalla.
“Signore, perdonate l’ardire ma il vostro sguardo mi colpisce come una saetta. Chi siete?”.
“Sono un mercante di pelli e viaggio da trent’anni per mare mettendo i piedi a terra raramente dove, ormai, mi sento straniero. Attracco la bagnarola in più parti del mondo, ma solo il tempo di caricare e scaricare le pelli, poi via verso il mare, verso l’infinito dove sento Dio .… in certi momenti”.
C’era un Dio che si poteva sentire sul mare e lui grullo lo aveva cercato per anni solo sulla collina!
L’uomo, lentamente, si diresse verso l’ostello e nell’aria echeggiò il grido di Mark: ”Signore! Verrò con te in mare”.
Si avviò verso casa, mise in un vecchio sacco qualche straccio e dei barattoli di carne secca, raggiunse il porto e lì aspettò.
Non avrebbe mai pensato di doversi allontanare da quella collina che per anni era stata testimone delle sue ansie e delle sue speranze.
Era l’unico posto in cui riusciva a meditare, avvolto dal silenzio della natura, dove l’immaginazione, a volte, riusciva a superare la realtà.
E fu così che, il mattino dopo, si ritrovò a salpare con il mercante Diaz su quel rottame di legna fradicia che scricchiolava ad ogni piccola virata.
Il sole era appena spuntato e, a largo di mille piedi, spiegarono le vele lasciandosi trasportare da una corrente di ponente.
Mark, si sdraiò a poppa incrociando le braccia sotto la nuca e lo sguardo rivolto alla sconfinata parabola del cielo mentre il rumore della poppa, fendendo l’acqua, rompeva un silenzio quasi mistico.
“So a cosa pensi” disse Diaz ” ma quando, nel silenzio dell’immensità, ascolterai la musica del mare e tutto intorno sarà oblio potrai sentire la Sua presenza. Succederà, vedrai, forse non oggi, forse tra un anno, chissà, ma succederà. Mi capitò, molti anni fa, nel porto di Amsterdam, di parlarne con un giovane che non esitò ad imbarcarsi nella mia bagnarola; fu sfortunato, imperversò una tempesta, di quelle che ti fanno togliere per sempre la voglia di mettere un piede nell’acqua, e fu così che volle sbarcare al primo porto. Mi credette un ciarlatano, ma possa dare un occhio della testa che si sente! Vedi laggiù, quando la linea del mare si unirà a quella del cielo allora potrai anche vederlo. Da questa barca può sembrarti vicino ma, perbacco, non è così. Potremmo aumentare la velocità del nostro motore, due, dieci, mille volte, ma non servirà ad accorciarne la distanza”.
“Allora nessuno vedrà mai il paradiso?”, chiese Mark.
“Pochissimi e chi lo vede non vuole più tornare in questa merda di terra! Sono anni che navigo e non si è mai saputo di qualcuno che sia tornato a raccontare quello che si vede quando il cielo e il mare si incontrano. Non sono certo stupidi quelli!… Credimi amico, quelli si che sono furbi! Essi, su questa terra, non si sono arrovellati il cervello in mille dubbi aumentando lo scetticismo, ma hanno creduto in Lui senza remore.
Mark lo ascoltava ammirato quando, Diaz, ad un certo momento, sembrava fosse entrato nei suoi pensieri e disse: ”Non considerarmi saggio, la saggezza è per gli uomini ma non degli uomini! Se l’uomo avesse agito con saggezza la terra oggi non sussulterebbe. I mari, i fiumi, le montagne si ribellano e come un boomerang rimandano all’uomo gli effetti delle sue malefatte. Se i miei avi potessero ritornare la disconoscerebbero e si chiederebbero a cosa sia valso lavorare alacremente al fine di lasciare in dote, alle generazioni future, una natura incontaminata. Ci vuole tanto per costruire ma poco per distruggere”.
Fece appena in tempo a terminare la frase che uno scossone fece girare la barca di 30°.
“Prendi l’arpione” sbraitò Diaz “è un cetaceo, non è molto grande, ma un altro scossone e siamo belli e fottuti!”.
Era una bestia, più di venti chili quando l’alzarono appesa all’arpione!
“Avremo di che mangiare.” disse Mark.
“Già, ma sai questo cosa vuol dire? Quando i cetacei a branchi seguono la corrente da ovest una dannata tempesta è alle porte”.
Mark lo guardava ammirato. Ci sapeva proprio fare quell'uomo, non sapeva leggere, non possedeva libri, eppure il mare lo conosceva bene, lui ci parlava.
“Prepariamoci” gridò Diaz “quando arriva sarà il finimondo, non ti dà nemmeno il tempo per pisciare. Ammainiamo le vele!”.
Erano partiti da due giorni con rotta puntata verso la Spagna e ne mancavano almeno tre per attraccare al primo porto. A sera il vento incominciò a soffiare di poppa, il mare si increspò, si abbassò una fitta nebbia che cancellò la linea che unisce il cielo al mare.
Sembra di entrare nell’anticamera dell’inferno, pensò Mark, mentre si affrettava ad ammainare le vele. Guardò annichilito le onde che sbattevano violente sulla fiancata della bagnarola facendola dondolare .
“Ehi! Alza le chiappe, non vedi che onde si sono alzate? Non vorrai morire come un sorcio in gabbia! Muoviti, vai al timone e barra a dritta per tutti i diavoli! ” sbraitava Diaz .
Fu una nottata di tempesta, di quelle che invece di farti pregare ti faceva bestemmiare, e Mark si trovò a dubitare come il ragazzo di Amsterdam.
All’alba, quando il fragore della tempesta scemò, stanco e bagnato fradicio, si lasciò andare supino a poppa gridando: ”Ehi capitano, chi l’avrebbe detto che questa bagnarola potesse reggere l’ira del demonio scatenata in queste acque! Che uragano! Se me l’avessero raccontato non ci avrei creduto !”.
Si rizzò, stirò le ossa accompagnato da un respiro liberatorio e fissò la nebbia che si dissipava all’orizzonte, mentre le onde si avvicendavano non più minacciose. Ascoltava il rumore della prua che fendeva le acque generando una musica magistralmente cadenzata. Un lamento lo riportò alla realtà e trasecolò gridando come un forsennato: ”Diaz, dove diavolo sei finito!”.
Spiccò due o tre balzi e si trovò a prua “Cristo Santo!” esclamò.
Giaceva inerme sul fondo della barca sotto il peso dell’albero di maestra che gli aveva fracassato il cranio. Si affrettò a sollevare l’albero che, bagnato, pesava una tonnellata e poggiò la testa grondante di sangue fra le braccia. Ascoltò le parole che l'uomo sussurrò con l’ultimo fiato nei polmoni: ”cerca Dio senza stancarti, esiste !"
E fu così che non respirò più.
Restò a fissare quel corpo senza vita stringendolo tra le braccia prima di gettarlo nel profondo abisso. Allora fu avvinto un pianto disperato: lui non conosceva il mare, lui non era Diaz!
Si abbandonò sul mare per giorni e notti lasciandosi trasportare dalla corrente sdraiato su una brandina a scrutare il cielo, sempre allo stesso punto, pronto a carpire un segnale, forse il passaggio di un’anima…!
Il sole era al tramonto quando un urto violento incagliò la barca fra gli scogli facendola scricchiolare. Mark spaziò lo sguardo tutt’intorno e scorse una spiaggetta poco distante.
Si tuffò e la raggiunse con poche bracciate.
Sembrava un pezzo di paradiso tropicale, con alte felci che si specchiavano nelle limpide acque. Si distese sulla spiaggia alle calde carezze dei raggi del sole quando d’un tratto tuonò un colpo di cannone. Spiccò un salto e cercò riparo dietro un grosso macigno. Non ebbe il tempo di riflettere in quale fottuta terra fosse capitato che già qualcuno gli immobilizzò le braccia dietro la schiena.
“Ehi amico, quale vento ti porta in questa terra maledetta? Devi essere dissennato per fermarti a Debrait. Qui è un altro Vietnam! Se sei un mercante e pensi di arricchirti puoi girare le chiappe, se sei un soldato puoi giocarti la vita! Chi diavolo sei?”.
“Sono il grullo” rispose Mark timoroso.
Mark la guerra la conosceva, ma quella che si porta dentro ogni uomo, quella che quando la senti spacca le budella da far piegare in due, ma non quella guerra lì, quella era un’altra cosa, non ne conoscevi le ragioni...
E fu così che si incamminò seguendo Vincent, un francese che da anni viveva in quella terra di nessuno.
Imbroccarono un angusto viottolo nel mezzo di una fitta boscaglia, senza proferir parola, finché d’un tratto Mark gridò: ”Ehi, dove diavolo mi porti?”
Fece il duro il grullo, ma tremava e se la faceva addosso.
Alla fine del viottolo, poco lontano, scorse un recinto immerso in un fitto verde di faggi e piante di banano.
Chiese cosa fosse.
“Vedrai, vedrai” rispose Vincent.
Fecero pochi metri e quando lo raggiunsero Mark si fermò sulla soglia impietrito.
“Misericordia!” esclamò, “cos’è stato? L’Apocalisse?”.
Mai vista tanta atrocità messa insieme, peggio dell’inferno dantesco!
Centinaia di vittime della guerra giacevano a terra su delle foglie secche, non ne trovavi uno intero per come mamma lo aveva partorito, erano tutti monchi. Scena orripilante di quella che ti morde il cuore e non ti fa distinguere il sesso. Erano tutte vittime, erano tutti monchi!
“Lo so grullo, ti si può gelare il sangue, questo non è un film, la guerra è una brutta bestia che fa perdere ogni identità e quando ci sei dentro sei carne da macello, hai davanti il nulla che ti uccide prima di esserlo davvero!”.
D’improvviso si udì il cigolio di un carro che si avvicinava sballottato da pietre che facevano slittare le ruote.
Un uomo sbraitava con quanto fiato aveva in corpo qualcosa di incomprensibile e balzò dal carro ancor prima che si fermasse.
Vincent si volse e gli corse incontro.
Scaricarono dal retro del carro un uomo dilaniato da una mina.
“Presto! Grullo!” gridò Vincent “prendi la barella e delle bende, cerchiamo di tamponare l'emorragia. Alla malora, non restare lì impalato, non vorrai che muoia tra le mie braccia? In questa terra hai voglia di vederne di queste scene, dovrai farci lo stomaco!”.
Mark si scosse e corse nel recinto, prese la cassetta della croce rossa mentre Vincent , nel frattempo, aveva incrociato le mani su quel poveretto per un massaggio cardiaco… e uno…e due…e cinque…e dieci…”niente da fare” disse scuotendo il capo “è andato, fracassato com’era non lo avrebbe salvato neanche un miracolo!”.
Mark avrebbe preferito ritornare sul mare, lui la guerra l’aveva odiata fin da bambino, meglio la musica del mare che quella dei cannoni, meglio il silenzio dell’infinito che i lamenti dei feriti.
Decise, così, di riparare la bagnarola al più presto e andare via da quell’inferno.
A sera si accampò nella tenda con Vincent vicino al recinto e, al lume di una fiammella a petrolio, divisero una scatola di fagioli ed una di carne secca.
Vincent era un medico francese che aveva svolto il proprio lavoro in più ospedali scontrandosi, giorno dopo giorno, con tristi realtà che danno licenza di uccidere solo perché si indossa un camice bianco.
“E si che ne ho visti morti dell'incuria dei colleghi” disse “ Quante vittime della noncuranza dilagante, altro che Vietnam! Nessuno li ha mai contati sulla faccia della terra, ma messi insieme formerebbero un’altra generazione!
Tutti crimini impuniti dove non c’è un referto di morte che ne dichiari la vera causa: tutti deceduti per arresto cardiaco…vorrei ben dire!
Meglio vivere in quest’inferno dove riesci a riflettere, perbacco se ci riesci !”
E fu allora che Mark gli confidò di Dio, di Diaz e della linea che unisce il cielo al mare.
“Capisci perché non posso fermarmi?” disse Mark “potessi campare cento anni, lo troverò”.
Vincent si alzò, volse lo sguardo al recinto, e ruppe un breve silenzio.
“Qui puoi sentirlo, non oggi, forse tra un anno, chissà, ma nel recinto puoi trovare molte risposte”.
“Che diavolo blateri? Trovare Dio in questa merda? Questa è terra di Satana, non sai quel che dici. “Lui” non avrebbe permesso questo massacro”.
In preda all’ira, afferrò una lampada e si avviò verso il recinto. Aprì il cancello, alzò la lampada, la passò sui volti di quei derelitti e alla fine cadde in ginocchio e pianse: erano tutti con lo sguardo al cielo pronti a carpire un segnale, forse il passaggio di un’anima..!!

Era trascorso un anno e i cannoni tuonavano di giorno e di notte, ma Mark imparò a meditare in quel recinto, tanto che, ad un certo momento, quando viveva la sofferenza degli altri e tutt'intorno era oblio, sembrava di sentire Dio.



Faceva un caldo della malora quel venerdì di agosto quando si avviò per l'ennesima volta al mare, desideroso di fare un tuffo nell’acqua. Non aveva invidiato i pesci come in quell’occasione, loro non avvertivano il caldo che si appiccicava addosso peggio della pece.
C’erano almeno 40° all’ombra, poteva ardere una montagna senza che si accendesse un fiammifero, pensò mentre camminava con passo svelto.
Si tuffò e raggiunse la bagnarola.
D’un tratto scorse a riva una donna.
Visione celestiale in tutto quell’inferno: per la prima volta, dopo un anno, ne vedeva una intera e non monca.
Era come un raggio di sole che si riflette sulle acque del mare spezzandone nell’omogeneità del celeste intenso.
Si appostò nella bagnarola e la osservò.
Portava i capelli neri che le accarezzavano le spalle, indossava un vestito trasparentee succinto, da mettere in evidenza due seni turgidi e la sinuosità del corpo.
La donna entrò nell’acqua fino le ginocchia, riempì delle brocche che, dopo averle sistemate una sulla testa e l’altra nella mano destra, si avviò scomparendo tra il verde dei cespugli.
Rinunciò a rinfrescarsi, corse al recinto in cerca di Vincent e gli raccontò…
“Quella è roba proibita, appartiene al Gran Capo, se osi avvicinarti i giorni su questa terra saranno contati. Dimentica e resta nel recinto, lì è il tuo posto” disse Vincent.
A Queste parole Mark andò su tutte le furie, esisteva un Gran Capo e nessuno gliene aveva mai parlato?
“Chi è questo Gran Capo?”
“Lascia perdere abbiamo già tanti guai, ci mancherebbe che ce ne procurassimo degli altri. Evita di andare alla spiaggia”.
“Perbacco” imprecò Mark che dall’ira era diventato paonazzo “Che razza di mistero nascondi? E’ più di un anno che sto in questo maledetto posto senza fare domande ed ora fai l’omertoso del cazzo, come se dovessimo parlare del diavolo!”.
“Bravo, hai detto bene, non voglio parlarne proprio perché è il diavolo in persona. Dammi retta, tieniti lontano dal mare, potresti rimpiangere le mie parole e roderti il fegato per non poter tornare indietro. Quella è tentazione fratello!”.
Mark gli voltò il culo senza rispondere e si avviò verso la bagnarola dove poco dopo si addormentò.
Riaprì gli occhi che il sole picchiava così forte da far sciogliere un iceberg, stava per raddrizzare le ossa quando vide la donna allo stesso punto del giorno prima, con le brocche già piene.
“Caspita, un altro minuto ed ero bello e fottuto!”.
Si asciugò con il palmo della mano il sudore che grondava dalla fronte e si avviò verso la donna a piedi nudi, zoppicante per i sassi che gli bucavano la pelle.
Più si avvicinava più gli si effigiava nelle pupille una bellezza mozzafiato che lo rendeva insensibile a qualunque dolore.
Era divina!
Quando fu al suo cospetto seguì un silenzio di pochi attimi che gli fece assaporare un’atmosfera sublime, senza lasciare spazio ad alcun altro pensiero .
I suoi occhi incrociarono uno sguardo accattivante e sensuale, generando stimoli voluttuosi.
La donna gli porse una brocca e Mark la seguì come un automa senza proferir parola.
Attraversarono un viottolo e, a distanza di qualche metro, un uomo appoggiato ad una cabriolet scura appena li scorse gli andò incontro.
Lo si poteva catalogare per il suo aspetto fra i brutti ceffi: portava un basco con visiera che a malapena faceva intravedere due occhi a pipistrello e sotto un naso aquilino si delineavano dei baffi incolti che lisciava con il pollice e l’indice della mano destra.
Gli si avvicinò scrutandolo da capo a piede.
Accennò un gesto con il capo. Mark capì e prese posto sul sedile anteriore della cabriolet. La corsa iniziò e fu peggio di un rally. Sobbalzò allorché un dubbio si impossessò del suo cervello, e quando fu certo di attraversare un campo minato un forte dolore gli attanagliò lo stomaco facendolo gridare come una bestia inferocita.
“Pezzo di merda, esci immediatamente da questo campo o non vivrò in pace finché non ti avrò stritolato con queste mani!”.
D’impulso avvinghiò le mani sul collo dell’uomo che perse il controllo della cabriolet…e boom…una mina scoppiò!

Passarono alcuni giorni prima che Mark uscisse dallo stato comatoso.
Il suo corpo ardeva come una torcia accesa, il dolore insopportabile lo rendeva inumano e le sue grida si udivano fino alla spiaggia.
Vincent lo vegliò per tre giorni e tre notti e quando,Mark, si accorse di essere monco alle grida di dolore si mescolò un grido disperato. Allora alzò gli occhi al cielo, fissò lo sguardo allo stesso punto, pronto a carpire un segnale: forse il passaggio di un’anima…!!!
Non fu facile adattarsi a questo nuovo status che lo costringeva a camminar carponi per soddisfare ogni piccola esigenza, finché un giorno pensò di lavorare un pezzo di legno ricavandone una rudimentale stampella.
Vi si appoggiò e, traballando, uscì finalmente dal capanno assaporando il calore di un tiepido sole.

All’imbrunire di una giornata di settembre, aiutato dalla stampella, si trascinò fino alla riva del mare quando dei latrati catturarono la sua attenzione : che diamine succede? Saranno più di venti cani, pensò.
Non ebbe il tempo di riflettere che qualcuno lo scaraventò supino schiacciandogli lo stomaco come fosse un misero lombrico.
Era un omone grande e grosso che si affrettò a dire:
“Presto! devo nascondermi prima che i cani mi riducano a brandelli!”.
Mark non riusciva a parlare tanto la morsa era stretta e d’istinto indicò la bagnarola.
L’omone mollò la presa, si tuffò e la raggiunse appena in tempo che già i cani ringhiavano allineati alla battigia.
Tre soldati arrivarono ansimando e uno gli chiese chi fosse.
“Sono il grullo”.
“Hai visto un uomo sulla spiaggia?”.
Mark strinse le spalle scuotendo la testa.
“Aria, aria!” gridò il soldato facendogli intendere di allontanarsi a gambe levate.
Due soldati si tuffarono in acqua verso la bagnarola mentre Mark, raccolte le forze, incominciò a saltellare verso il recinto come avesse cento gambe.
Cercò Vincent e gli raccontò.
“Se non è un anfibio a quest’ora è bello e fregato” disse Vincent che così continuò “Capitò qualche anno addietro che un prigioniero scappasse dalla fortezza del Gran Capo, fui sprovveduto e lo nascosi tra i feriti. Quando i soldati lo scovarono fu un massacro, furono tutti decapitati, mi salvai per miracolo, ma il rimorso ancora mi perseguita”.

Quella notte si abbatté sul capanno una violenta tempesta, sembrava che nel cielo si fosse aperta una falla, tanto era l’acqua che cadeva!
Mark sdraiato su una pelle di montone, alla luce di una fiammella, ascoltava lo scroscio incessante dell’acqua che celava ogni altro rumore.
D’un tratto un’ombra apparve sull’uscio.
Era l’omone che si era salvato!
Le parole di Vincent rimbombarono nel cervello di Mark che scattò scagliandosi contro quel corpo immobile che alzava le mani in segno di resa.
Mark si disarmò, lo guardò per qulche attimo e poi gli allungò dei panni asciutti. Versò in una scodella dei fagioli e della carne secca e glieli offrì.

Al lume di una fiammella Peter raccontò di un paesino di montagna vicino Bristol, dove viveva tranquillamente facendo lavori occasionali.
“Quella sera ero al “Bar Zip” dove facevo la solita partitina a carte.
Fuori faceva un freddo della malora, il barometro segnava meno sedici quando dalla porta entrarono due militari che gridarono: “Chi è Peter Marcal?”.
Mi alzai lentamente facendo barcollare la sedia e, con il cuore che mi batteva in gola, chiesi cosa volessero.”
“Non siamo tenuti a dare spiegazioni” rispose uno di loro “eseguiamo solo gli ordini”.
Allora li seguii senza batter ciglio e salii su di una camionetta parcheggiata a ridosso dell’ingresso del bar.
Mille pensieri mi sconvolsero la mente e non riuscivo a ricordare in quale occasione avessi violato la legge.
Pensai al diverbio, abbastanza acceso, avuto pochi giorni prima con il vicino di casa che mi accusò di essere poco diligente nell’educare il cane, che spesso faceva i bisogni scavando piccole buche nel suo giardino, ma in quell’occasione trovammo un accordo e la discussione terminò con una stretta di mano.
Mentre meditavo, la camionetta aveva già percorso qualche chilometro prima di entrare in un grande cancello vigilato da due sentinelle. Si immise, ad andatura moderata, in un lungo cortile che circondava un basso ed enorme edificio protetto da fil di ferro.
Sembrava di entrare nel cortile delle patrie galere, pensai , e quando la camionetta frenò i due militari mi accompagnarono fino alla porta in fondo al corridoio dove ero atteso dal comandante.
Quando gli fui al cospetto subito ordinò: “Sull’attenti soldato!”.
Soldato? Quale soldato?, pensai , di sicuro hanno preso una cantonata!
“Sull’attenti soldato!” riordinò il comandante con più autorità.
Allora rizzai il corpo e tentai goffamente un saluto, tirando fuori il petto irrigidendomi sulle gambe.
“Servire la patria è il primo dovere di ogni cittadino!” tuonò mentre andava avanti e indietro per la stanza con le braccia incrociate dietro la schiena .
“Quando la patria chiama bisogna essere pronti ad obbedire senza farsi domande”.
Così, senza sapere il perché mi venne consegnato un fucile e una divisa verde ed un elmetto sul quale avevano appiccicato il numero 98.
Da quel giorno nessuno conobbe il mio nome, ero solo un numero insieme ad altri numeri che formavano il Battaglione Sant’ Angelo.
Partii insieme a centinaia di soldati con dei caccia e attraversammo mari e monti.
Ci accampammo in una foresta a migliaia di chilometri da Bristol per raggiungere a piedi il 40° Battaglione.
Al mattino, prima che albeggiasse, tutti in marcia per ore ed ore finché le vesciche ai piedi non si spaccassero a sangue.
Vidi mariti torturati fino allo sfinimento con le mogli testimoni di tanta atrocità.
Vidi figli uccisi sotto gli occhi delle madri inermi.
Non c'era traccia di dignità umana, primeggiava l’odio che avrebbe generato altro odio, così che ogni figlio avrebbe vendicato, prima o poi, il sacrificio delle madri.
Non trovavo una ragione per quest'odio dilagante e alcuni vollero attribuire al Gran Capo la causa del maleficio.
Giurai a me stesso di trovarlo. Camminai per giorni e giorni attraverso vie impervie finché, all’alba di una mattina di primavera, mi si presentò in tutto il suo splendore la reggia in cui risiedeva.
Si erigeva sulla sommità di una collina, nel mezzo di un verde smagliante, con più di dieci guglie sopra le quali svolazzavano diverse bandiere.
Era maestosa, era dominante.
Ammiravo tanta magnificenza nascosto come un ladro mentre i cani già ringhiavano inferociti appiccicati alle sbarre del grande cancello.
D’improvviso suonò una sirena e, da ogni dove, uscirono delle guardie armate fino ai denti.
Fui subito catturato e trascinato in un androne dal quale si scorgeva un ampio salone dove sembrava avessero lavorato per anni Michelangelo e Tintoretto.
Meravigliosi affreschi occupavano gran parte delle pareti mentre sculture in marmo pregiato stavano incollate su dei capitelli di diverso ordine architettonico.
Sdraiato su un divano, con il capo poggiato su dei cuscini di seta, si deliziava il Gran Capo delle mille attenzioni prestate dalle fanciulle che lo attorniavano.
Era un uomo tutto lardo, con i capelli brillantinati e una barbetta perfettamente squadrata su un viso rotondeggiante.
Fui scaraventato ai piedi del divano mentre il Gran Capo con un cenno della mano fece intendere di togliermi di torno.
Venni rinchiuso per più mesi in una cella senza vedere o sentire anima viva. Il mio unico compagno fu Dio.”
A quel dire Mark sobbalzò e disse: ”sono anni che lo cerco”.
E così gli confidò di Diaz, e della linea che unisce il cielo al mare.
“Puoi trovarlo” disse Peter, “puoi ascoltare la sua voce senza sbagliare: essa è melodia senza suoni, è poesia senza parole. Vedrai, un giorno lo troverai, forse non oggi ma un giorno di sicuro lo troverai”.

La pioggia aveva terminato di scrosciare. Si udì il grido di una donna che si avvicinava lentamente al capanno rompendo il silenzio della notte.
Mark guardò l’ora: era un quarto alle due. Chi sarà mai? Pensò.
Vincent corse verso la donna gridando“ portate la barella questa donna sta per partorire”.
La portò nel capanno mentre la incoraggiava che presto tutto sarebbe finito.
Dopo qualche ora di travaglio un vagito echeggiò nell’aria.
“È nato! E’ nato! È un maschio” gridò Mark “lo chiameremo Joe”. Restò con la donna cogliendone l’inespressività degli occhi e sussurrò a Vincent : “è cieca?”.
“Si” rispose “ma ne parleremo domani”.
Quella notte Vincent non riuscì a chiudere occhio e sfinito, con le borse sotto gli occhi, si lasciò andare sotto il manto verde della grande quercia che sovrastava il capanno.
Mark lo raggiunse e gli sedette accanto.
Era stata una notte insolita, dove invece di gioire ci si intristiva per quel piccolo essere che prima o poi sarebbe stato inghiottito da quella crudele realtà.
Lui, frutto della violenza, avrebbe invocato in eterno il nome di suo padre, spinto dall’odio e dalla sofferenza.
Lui, frutto della violenza, avrebbe pregato per la madre che, ribellandosi, aveva segnato il suo destino.
“Sembra che le donne non possano sfuggire a questa triste sorte” disse Vincent “vengono accecate perché possa sparire quell’espressione che si effige negli occhi di chi inconsciamente sa ciò che sta per accadere…! Così come succede agli animali che vengono portati al macello, proprio allo stesso modo! Questa, amico mio, non è la guerra dei grandi condottieri che andavano alla riscossa al grido di Libertà, questa è un’altra cosa, non riesci a trovare una ragione!
Le guerre sono come i serpenti che quando gli tagli la coda subito è pronta a ricrescere, allo stesso modo ad una guerra finita un’altra è già pronta ad incominciare.
La guerra non libera l’uomo che nasce schiavo dei suoi vizi. E’ solo una lotta dove il più forte decide del destino del più debole. Lo so, non c’è una ragione, ma credetemi è più facile sparare a un bambino che ad un leone inferocito”.
Mark lo ascoltava pensieroso, e Vincent, che ormai lo conosceva bene si affrettò a chiarire” Spesso il cervello umano è come racchiuso in una gabbia e i pensieri restano ancorati dentro di esso senza arrivare al cuore. Trovi forse che tutto questo massacro sia generato dal cuore? No, mio caro perché è il cervello malato”.

Il capanno divenne troppo piccolo da quando i soldati avevano sferrato un attacco alle masserie ai piedi della montagna nera che distava qualche chilometro.
Da secoli, intorno a questa montagna, girava una leggenda secondo la quale due amanti, adulteri, si incontravano sul monte ogni giorno allo stesso punto e alla stessa ora.
Scoperti dai rispettivi coniugi furono bruciati vivi.
Con loro bruciò tutta la vegetazione della montagna generando fiamme altissime.
Nessuno provò a spegnere il fuoco che avrebbe dovuto cancellare ogni traccia di quell’amore proibito.
Da allora la montagna divenne quasi arida assumendo un colore nerastro.
Mark la raggiunse all’alba armato di ascia. Lungo un fiumiciattolo che scorreva a valle era nato un unico canneto che gli sarebbe servito per ampliare il capanno prima che arrivasse l’estate.
Aveva legato il primo fascio di canne quando vide nel fango il corpo inanime di una donna.
In preda al terrore corse al capanno, cercò Vincent e gli raccontò…
Ritornarono insieme al canneto, girarono il corpo e Mark sbarrò gli occhi impietrito: era la giovane donna delle brocche che giaceva esanime con un buco nella nuca.
“Sono maschi senza scrupoli” commentò Vincent “questi maledetti reprimono ogni libertà alle donne che sono oggetto di soddisfacimento per i loro istinti animaleschi e quando esse si ribellano vengono accecate o uccise senza pietà. Maledetti! Hanno più considerazione per i cani che per le donne. Capisci Mark, quanto può essere malato il cervello?”
Costruirono una barella di fortuna con canne e fil di ferro e quando fu pronta vi adagiarono quel corpo senza nome avviandosi lentamente verso il capanno accompagnati da un silenzio tombale.
Ogni commento, ogni parola, sarebbero state inutili. Era una realtà dove non si trovava una ragione.
Arrivato al capanno Peter, munito di pala, scavò una grande fossa ai piedi della grande quercia e lì la seppellirono.
Incrociarono due piatte tavole e le fissarono nel terreno ancora umido e vi incisero il nome di “Rosa” in onore alla sua bellezza.
Quel giorno aleggiava nell’aria una cupa atmosfera.
Gli spari si udivano più vicini e i feriti erano triplicati.
Si lavorava alacremente senza concedersi un attimo di pausa.
Quella sera, morto dalla stanchezza, Mark appoggiò le ossa rotte sulla brandina. Aveva un cattivo presagio e si girava e rigirava nel letto senza addormentarsi.
Si alzò e nel buio si diresse alla spiaggia.
Le onde si muovevano a malapena al soffio di una lieve brezza che profumava di salsedine.
Si tuffò e raggiunse la bagnarola, trascinando la gamba monca che sembrava ancorata ad una zavorra.
D’un tratto successe il finimondo, udì cento, mille spari provenire dal capanno.
Fiamme altissime si unirono alle grida disperate degli umani e, inebetito, guardava quello scenario di morte. Imputò a Peter la causa del massacro. Tirò l’ancora e avviò il motore che partì al primo colpo.
Diresse la prua verso l’orizzonte e decise di non mettere più piede sulla terra dove la libertà è solo una piacevole alchimia.
Da quel giorno nessuno parlò più di Mark.
Nessuno seppe mai quel che si vede quando il cielo e il mare si incontrano!

Madam Becau
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