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L'OMBRA DELLA COLPA

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Messaggio Da Madam Becau il Mar 01 Ott 2013, 06:49

L'OMBRA DELLA COLPA
Da vent'anni Mesy subiva le angherie di Jalu che, quando a sera rientrava puntualmente ubriaco, sfogava in casa le sue frustrazioni di uomo fallito. Mesy, piccola e fragile donna, lo avevzioni di uomo fallito. Mesy, piccola e fragile donna, lo aveva sposato appena ventenne.
Jalu era un amico di suo padre e nonostante avesse molti più anni di lei i genitori la convinsero a sposarlo per la sua posizione economica. “Possiede un calesse e lavora in città, non è un rozzo contadino!” soleva dire quella benedetta donna di sua madre.
“Potrai fare la vita da signora e non avere le mani ruvide e rovinate come le mie, guarda come sono nere e intaccate.” Mesy guardava quelle mani protese rattrappite e quel viso stanco e rugoso dal quale traspariva una vita di stenti e di fatica. Si convinse, così, a sposare Jalu nonostante non lo amasse e andò ad abitare con lui in quel piccolo borgo di montagna a mille chilometri di distanza dai genitori.
La vita coniugale fu dal primo giorno molto difficile. Jalu non perdeva occasione per ostentare la sua infima superiorità maschile denigrando la dignità di Mesy che, a suo dire, come ogni donnetta doveva passivamente subire ogni tipo di violenza.
“Le donne servono solo a procreare, non hanno cervello” diceva con disprezzo e a voce alta per intimorirla. Mesy non manifestò mai un accenno di difesa finché non scoprì di essere incinta. Il giorno che si impose di dirlo a Jalu si armò di coraggio e nonostante avesse impiegato un'intera giornata per trovare le parole giuste, quando se lo ritrovò davanti gli disse solo “sono incinta”.
L'uomo non si scompose e rispose con freddezza “guai a te se non è maschio”.
“ Non posso saperlo, ma se sarà femmina è ugualmente la benvenuta” replicò la donna con tono di sfida.
“Come osi parlarmi con questo tono piccolo essere insignificante. Se sarà femmina sarà solo tua figlia, sia ben chiaro!”.
Fortuna volle che, dopo nove mesi, nacque un bel bambino al quale diedero il nome di Joele.
Fu un evento per Mesy di inspiegabile felicità. Quel bimbo divenne lo scopo per cui dare un senso concreto alla vita. Riversava tutto il suo affetto in quello scricciolo indifeso che cresceva a vista d'occhio, colmandole quel vuoto affettivo che aveva inaridito il suo essere.
Il bimbo, fin da piccolo, mostrò un'avversione istintiva verso il padre che non gli elargiva mai una carezza o altre manifestazioni di affetto. Quando a sera rientrava, schiavo del vizio dell'alcool, Jalu  aveva la mente ottenebrata e incominciava a farneticare frasi senza senso per poi avventarsi contro Mesy. Nonostante la donna cercava di difendersi con tutte le sue forze spesso soccombeva sfinita alla furia dell'uomo che si divertiva a bastonarla. Joele le si avvinghiava alle gambe piangendo e strillando, mentre Jalu lo scansava a malo modo dicendo “Impara come si trattano le donne, quando sarai grande non dovrai farti mettere i piedi in testa!”.
Man mano che gli anni passavano cresceva in Joele un sentimento di ribellione verso il padre tanto che, quando l'età glielo permise, iniziò a difendere con veemenza Mesy.

Ormai era diventato un rituale, ad ogni lite volavano grida e piatti da far accorrere i vicini che, curiosi, assistevano a ciò che accadeva sbirciando dalla fessura della porta.
Più volte essi furono testimoni di scontri violenti, verbali e fisici ma senza che  nessuno di loro si azzardasse ad intervenire per fermare la furia indemoniata di Jalu.
“Un giorno o l'altro si ammazzeranno quei due!”, qualcuno bisbigliava.
Jalu aveva superato i cinquant'anni ma ne mostrava almeno dieci in più con la sua corporatura rude e massiccia e la barba brizzolata lunga e incolta. Andava fiero del bugigattolo che aveva ereditato da suo padre alle porte della città, dove ogni mattina, lo raggiungeva con il calesse svolgendovi il lavoro di fabbro.
I pochi denari che guadagnava se li giocava in una bisca clandestina dove alcuni bifolchi lo attendevano ogni sera per spennarlo facendolo ubriacare tracannando bicchieri di rum di bassa qualità.  
Accadde una sera che Jalu tardava a rincasare e nonostante Mesy, più volte, aveva desiderato privarsi della presenza del marito, il dubbio che qualcosa di grave poteva essergli accaduto la inquietava.
“Si sarà trattenuto con quei balordi” disse Joele per tranquillizzarla.
“Non è da tuo padre fare così tardi, è quasi mezzanotte e lui con il buio ha difficoltà con gli occhi.”
Trascorsero altre due ore di inutile attesa. D'un tratto Joele si alzò, indossò il giubbotto, prese la lanterna ed uscì. Salì sul suo calesse e imboccò la stradina buia ed impervia delineata da due muraglie di grosse pietre che portava alla periferia della città. Aveva percorso meno di un chilometro facendosi luce con la fioca fiammella della lanterna quando iniziò a chiamarlo a squarciagola senza però ricevere risposta.
“Dove si sarà cacciato! Sicuramente sarà ubriaco fradicio e si sarà addormentato sul calesse per smaltire la sbornia!” pensò.
Fece ancora qualche metro e scorse in mezzo alla via un grosso involucro che gli ostruiva il passaggio. Pensò fosse un cane randagio mezzo morto e così fermò il calesse, scese e si avvicinò facendosi  luce con la lampada per accertarsi.
Restò sconcertato nel riconoscere il corpo del padre, che avvolto nel suo vecchio cappotto grigio sbiadito, non dava segni di vita. Più volte lo scosse e lo chiamò, ma fu inutile. Gli poggiò una mano sotto il capo  ma la ritrasse subito inorridito: era umida, bagnata di sangue.
“E' morto!” si disse guardando terrificato i rigagnoli di sangue che ancora caldi colavano dalla fronte.
Un forte fruscio fra le sterpaglie dei campi richiamò la sua attenzione “Chi va là, esci fuori se hai coraggio!” gridò tenendo la lanterna alzata per avere più visibilità, ma fu subito silenzio. Aspettò qualche secondo poi caricò il corpo del padre sulle spalle e lo distese sul carretto e si avviò verso casa.
Il cigolio delle ruote del calesse fece precipitare fuori Mesy che gridò “Joele lo hai trovato?”
“Si, ma è morto”.
“Morto? Dio santo, come è successo? Saranno stati quei maledetti balordi! Lo avranno fatto per danaro o per rubargli il calesse che era l'unica cosa che gli era rimasta” disse Mesy fra le lacrime.
“Non so, forse avrà avuto un malore e cadendo avrà sbattuto la testa violentemente su qualche sasso ... non so darmi altre spiegazioni”
La donna corse dai vicini per chiedere aiuto e ben presto la casa si riempì di persone curiose mezze assonnate.
Fu il vecchio Gelindo ad accorrere per primo e ad accorgersi che alla tempia di Jalu vi era un foro d'arma da fuoco e gridò: “L'hanno ucciso, l'hanno assassinato”.
Joele si avvicinò al corpo del padre e disse: “Era buio e con tutto quel sangue non me ne sono accorto”.
“Bisogna chiamare le Autorità” gridò il vecchio “questo è un omicidio ed è compito della legge occuparsene. Certo è che doveva fidarsi del suo assassino, il colpo è stato sparato a pochi centimetri di distanza e pare che non ci siano segni di colluttazione”.
Joele si stupì per la ricostruzione affrettata, ma possibilista, che Gelindo aveva pronosticata e gli chiese se da giovane avesse lavorato per la polizia.
“No, è solo una mia deduzione, ma non posso escludere che la dinamica dei fatti sia andata diversamente”.

Nel frattempo iniziava ad albeggiare ed era usanza che nella casa dove avveniva un lutto, per almeno tre giorni, non si accendessero i fornelli. Erano i vicini a preoccuparsi delle libagioni portando cesti pieni di ogni ben di dio. Passarono pochi minuti e già le donne arrivarono con latte fumante, caffè e biscotti che profumavano di anice ed ammoniaca. Erano sul punto di consumare la colazione, nella stanza attigua a quella del defunto, quando si udì bussare con forza alla  porta.
Erano due poliziotti venuti a fare dei rilievi sul cadavere. Uno di essi tolse da una borsa di pelle usurata carta e penna, mentre l'altro esaminava il cadavere descrivendo la traiettoria del bossolo che aveva trapassato le tempie di Jalu.
Terminata la sommaria perizia uno di loro consegnò una grossa busta nelle mani di Gelindo e disse “dopo i funerali ogni persona deve presentarsi al commissariato. Nella busta c'è scritto il nome, in che ordine, in quale giorno e a quale ora. Siamo intesi?”
Tutti annuirono con il capo mentre i poliziotti, fatto il loro saluto convenzionale, uscirono dalla porta. Un brusio misto a timore incominciò a serpeggiare tra i presenti.
“Cosa hanno da temere?” chiese Joele a Gelindo.
“Con la legge non si scherza. A volte non basta essere innocenti, anche un'espressione del viso mal interpretata può far sorgere un dubbio e incastrarti. Sono bravi” quelli” a fare domande e a farti cadere in contraddizione. Intendiamoci, è il loro mestiere ma noi dobbiamo essere pronti a saperci giustificare e a portare le prove....ah certo, vogliono le prove, e se non ce le hai sei nei guai!”.
Gelindo parlava mentre ognuno cercava un alibi credibile che lo estraniasse dalla vicenda.
“Non è a me che dovete delle spiegazioni” disse Gelindo “il vostro timore è anche il mio, ma riservate i vostri commenti a chi di dovere, non è certo questa l'aula di un Tribunale!”.
Avvinti dalle loro paure sembrava avessero dimenticato la salma che giaceva a pochi passi, illuminata da quattro lumini. Anche Joele si fece coinvolgere, prese il foglio e iniziò a leggere in ordine i nomi di chi per prima doveva testimoniare. Poi rivolgendosi a Gelindo disse “Non sembra strano che io sia l'ultimo?”.
“Le loro strategie sono enigmatiche, a volte hanno un senso a volte sono semplice casualità. I loro discorsi furono interrotti dalla visita di padre Joseph che, saputa la notizia, si affrettò a portare la benedizione al defunto e una parola di conforto ai famigliari. “Coraggio figliuoli” disse “questo omicidio ci dimostra che satana è sempre in mezzo a noi, ma non rattristiamoci per Jalu perché la bontà divina è sempre pronta ad accogliere la nostra anima”.

Erano trascorsi quattro giorni dal funerale e le famiglie incominciarono ad alternarsi dietro la porta del commissariato.
Joele, che chiudeva il cerchio delle testimonianze, il martedì, alle otto del mattino, prese il calesse per presentarsi puntuale.
Doveva attraversare tutta la città e il cielo grigio non prometteva niente di buono. Pensò, quindi, di partire per tempo prima che la pioggia lo facesse ritardare. Quando si trovò difronte al Palazzo di Giustizia il cuore gli batteva in gola e le parole di Gelindo gli ruotavano nel cervello aumentando i timori.
Salì la scalinata presidiata da due guardie armate ed entrò dopo aver dato le  generalità. Un lungo corridoio divideva innumerevoli stanze con delle targhette affisse alle porte che ne dichiaravano gli uffici preposti. Una guardia gli andò incontro e lo informò di essere già atteso dal commissario. Fu accompagnato fin dietro una grande porta di vetro affumicato dove il militare bussò e una voce baritonale gridò “avanti!”.
Joele si fermò a un passo dalla soglia della porta. Restò immobile a fissare il Commissario Nissav che, seduto dietro la scrivania, era intento a firmare dei verbali.
La sua severità e la sua freddezza erano notori a chi aveva avuto la sfortuna di trovarselo difronte anche se solo per testimoniare. Era un uomo piccolo ed esile che indossava un elegante abito gessato con gilet dal quale fuorusciva dal taschino sinistro una catenina dorata alla quale era agganciata un'antica cipolla di orologio. La tirò fuori dal taschino, guardò l'ora, volse lo sguardo a Joele e disse: “Si accomodi e si segga su questa sedia ”.
Passarono pochi ma interminabili minuti prima che l'ufficiale addetto a redigere i verbali bussasse ed entrasse. Si accomodò dietro un piccolo tavolino a fianco alla scrivania del Commissario e, dopo aver battuto su di un foglio qualche riga con la macchina da scrivere, fece cenno di essere pronto.
“Bene” disse il Commissario mentre accendeva e puntava una lampada dalla luce accecante sugli occhi di Joele.
“Lei è Joele Cand's, nato il 13 ottobre del 1924 e figlio del defunto Jalu Cand's?”.
“Sissignore”.
“E' vero che lei è stato l'ultimo della famiglia a vedere suo padre vivo e il primo a vederlo morto?”.
“Sissignore”.
“E' vero che nessun testimone può affermare che l'atto delittuoso non sia scaturito dalla sua ira verso suo padre?”
“Che intende dire, che ha dei sospetti su di me?”
“Le semplifico la domanda. E' vero che quando scoprì il cadavere era da solo?”.
“Sissignore”.
“E' vero o non è vero che spesso durante i litigi con suo padre lo minacciava di morte?”.
“E' vero, ma questo capitava quando ubriaco usava violenza su mia madre, ma..”.
“E' vero che spesso i suoi vicini hanno assistito a delle liti furibonde dove lei ha più volte stretto le mani al collo di suo padre?”.
“Si, ma nei momenti d'ira, non le avrei mai strette per ucciderlo davvero”.
“Lo sa che in un momento d'ira il pensiero e l'azione possono facilmente fondersi?”.
“Lei sta ancora dubitando di me. Ma lo sa che non possiedo un'arma e che non farei male ad una mosca?”.
“Chi mi dice che lei non avesse un'arma tenuta illegalmente e che dopo averla usata l'abbia fatta sparire?”.
“Certo, non posso darle la prova di ciò che non possiedo.”
“Stia tranquillo, le nostre indagini sono in corso e, prima o poi, troveremo la prova dell'assassinio. Nel frattempo risponda alle mie domande senza arroganza se non vuole aggravare  la sua posizione. E' a conoscenza che lei è l'unico indiziato sulla base delle testimonianze dei vicini e che se non può provare la sua innocenza in Tribunale può essere condannato all'ergastolo?”.
Joele non rispose. Abbassò la testa abbandonandosi  arrendevole ad un destino che sembrava ben definito.  Il commissario gli intimò di non distogliere lo sguardo dalla lampada e dopo un breve silenzio cambiò strategia. Si alzò, gli mise una mano sulla spalla e con toni paterni disse “figliolo io sono qui per aiutarti, se confessi spontaneamente avrai delle agevolazioni sulla pena. Sei ancora giovane e potrai poi rifarti una nuova vita.
A volte le cose più terribili succedono anche se non c'è premeditazione, ma sta di fatto che succedono e la legge umana ci obbliga a punire. E' il nostro lavoro. Vorrei venirti incontro, aiutarti, ma devi collaborare e confessare!”. Trascorsero più di quattro ore estenuanti, sotto quella luce accecante, ad ascoltare sempre le stesse domande come un ritornello senza fine, ma nessuna macchinazione poteva indurlo a confessare ciò che non aveva commesso. Così Joele si chiuse in un ermetico silenzio. Non avevano prove contingenti eppure l'accanimento era evidente e la condanna implicitamente era stata emessa. Ma perché faceva questo il Commissario?
Forse per un suo tornaconto che lo avrebbe fatto aumentare di grado ogni qualvolta intrappolava un assassino?
“Lei è in stato di fermo” continuò il Commissario puntandogli il dito e riprendendo il tono autorevole, “può chiedere l'assistenza del suo avvocato”.
“Quale avvocato, non ho il becco di un quattrino.”
“Allora glielo nomineremo  d'ufficio”.
“E mia madre? Chi penserà a lei? Si preoccuperà non vedendomi rientrare”.
“Sarà nostro dovere informarla, intanto firmi queste carte”.

Due guardie e un secondino l'attendevano fuori dal commissariato con il motore del cellulare già acceso.
Sembrava che tutto fosse stato programmato nei minimi particolari e questo accresceva la sua convinzione di essere vittima di un'assurda ed inumana macchinazione.
Uscì ammanettato come un efferato criminale, mentre fuori dal cancello si era radunata una piccola folla che urlava “Assassino! A morte l'assassino!”.
Il padre, Jalu, era conosciuto in città da coloro che possedevano calessi. Era lui il maniscalco che ferrava i cavalli per pochi denari o a credito e ora tutti gridavano giustizia per la sua morte.
Arrivarono al carcere “Alckantas” che il sole era al tramonto.
Una guardia lo portò in una stanza e gli chiese di spogliarsi. Joele si svestì lentamente, piegò con cura i suoi vestiti di lana di pecora e li consegnò all'uomo che gli porse una tuta grezza e ruvida e delle ciabatte di legno. Fu portato nell'ufficio del direttore il quale con toni imperativi gli disse “Questo è un luogo di pena e bisogna comportarsi con disciplina. La minima infrazione sarà punita con trenta giorni di rigore e a pane e acqua. Siamo intesi?”.
“Si” disse Joele “ma io sono innocente, state prendendo un granchio, non sono un assassino!”.
“Dicono tutti così” replicò il direttore mentre faceva segno al secondino di toglierglielo dai piedi.
Il secondino lo spinse verso la porta ma Joele fece resistenza, voleva gridare le sue ragioni, cercare qualcuno che lo credesse ma il secondino incominciò a picchiarlo con un mattarello e, mentre il giovane gridava, accorsero dei rinforzi e lo immobilizzarono.
Gli legarono una catena alle caviglie e lo portarono nella cella di rigore larga quattro metri per quattro che conteneva anche il bagno dal quale si sprigionava un forte puzzo di latrina. Il letto era un tavolaccio fradicio dove le tarme avevano trovato il loro habitat ideale e proliferavano a dismisura. Una sedia di legno appoggiata ad un misero tavolino completava l'arredo della cella. Dal muro spesso, attraverso una piccola fessura, filtrava una luce fioca. I secondini gli liberarono le caviglie ed uscirono tirandosi dietro la spessa porta di ferro chiudendola con sei mandate di chiave. Poi aprirono il portellino da dove controllavano i detenuti e uno di loro disse sghignazzando “ti auguro un felice soggiorno. Hai qualche preferenza per il menù di oggi?
Preferisci acqua e pane o pane e acqua?”.
“Maledetti secondini” pensò  “si beffano di un innocente”.

Rimasto solo cercò inutilmente di divincolarsi dalle manette che gli stringevano i polsi tanto da provocargli delle lesioni.  Incominciò ad andare, nervosamente, avanti e indietro per la cella pensando come fosse stato più semplice difendersi da colpevole creandosi dapprima un alibi.
Quanto aveva ragione Gelindo nell'affermare che senza  prove si è fottuti perché l'alibi della colpevolezza se lo sarebbero costruiti “loro” pur di avere un reo!
D'un tratto si aprì lo sportellino di ferro dal quale apparve il viso rubicondo di un secondino che disse “Hai visite”.
Dopo aver rigirato le sei mandate di chiave la porta si aprì ed entrò un uomo basso e grassoccio vestito di tutto punto con giacca e cravatta che si affrettò a dire “Sono il suo avvocato, mi è stata concessa, eccezionalmente, dal direttore, questa visita di pochi minuti. Ho avuto poco tempo per studiare il suo caso ma di una cosa sono certo, nessuno può condannarla senza avere l'arma del delitto con le sue impronte digitali”.
“Ma non la troveranno mai con le mie impronte, sono innocente!”.
“Lo possiamo provare in dibattimento?”
Joele non rispose e l'avvocato continuò.
“No! Tutta l'opinione pubblica si è scagliata contro di lei e il giudice ha chiesto di accelerare i tempi del processo per dare loro un colpevole, ma noi non ci faremo incastrare, smonteremo in Tribunale tutte le accuse del Pubblico Ministero punto per punto”.
Joele non conosceva le leggi ed era costretto a fidarsi di quell'uomo tutto lardo che dava ogni cosa per scontata.
Si riaprì la porta di ferro e il secondino invitò l'avvocato ad uscire perché i minuti consentitigli erano scaduti.
“Ci rivedremo presto” disse l'avvocato mentre gli porgeva la mano per salutarlo.
Joele ebbe qualche difficoltà a ricambiare il saluto, le manette limitavano l'agibilità delle mani.  
“Ma lei ha i polsi sanguinanti! Secondino, porti subito il mio cliente in infermeria prima che gli venga un'infezione” intimò l'avvocato.
L'infermeria era all'ala opposta del carcere. Un giovane medico  lo disinfettò e gli fasciò i polsi e richiese, su di un foglio, l'immediata eliminazione delle manette fin quando le ferite non si fossero rimarginate. Invitò Joele a svestirsi per poterlo visitare.
“Mi hanno picchiato dei secondini alla presenza del direttore” si affrettò a denunciare Joele prima che il medico gli facesse delle domande.
“Per favore, abbassi il tono della voce, qualcuno potrebbe sentirla e sarebbero guai! Le consiglio di non farne parola con alcuno, tanto meno in dibattimento davanti al Giudice altrimenti il Pubblico Ministero si accanirebbe di più su di lei. Prenda questa pasticca e se stanotte non riuscirà a dormire potrà scioglierla tranquillamente in bocca”.
Con queste parole il dottore lo accomiatò e lo consegnò al secondino che attendeva dietro la porta per riportarlo in cella.

I giorni passavano lenti e uguali.
Aveva contato più di mille volte i passi che delineavano il perimetro di quel piccolo bunker e tutti i geroglifici scolpiti, nella pietra dura della parete, ad opera di chi lo aveva preceduto. Per tutti i trenta giorni non ebbe più la possibilità di vedere anima viva. Era da solo con la sua coscienza che gli vietava di accettare qualunque compromesso imponendogli di lottare fino all'estremo per la sua innocenza. Non riusciva a provare compassione per la morte del padre, ma avrebbe preferito restare a vita in carcere da innocente piuttosto che uscire con l'ombra della colpevolezza cucita addosso.
Al trentesimo giorno la grossa porta di ferro si aprì e un secondino l'accompagnò al piano sottostante dove le celle, se pur piccole e occupate da due o più detenuti, erano chiuse con grate che lasciavano passare la luce del corridoio.
Il secondino aprì la cella 34, e disse “Dividerai la cella con il “rosso” e non create risse”.
Il Rosso era soprannominato così per i capelli colore della ruggine. Era un ragazzone sui trent'anni con degli occhi celeste mare. Fu subito gentile offrendogli il posto letto che più gradiva. Era un accanito lettore di libri gialli e in un angolo, su di un tavolino, ne aveva accatastati una ventina.
“Se ti fa piacere puoi leggerli, c'è tempo per riconsegnarli in biblioteca”.
“Grazie, sei molto gentile” rispose Joele mentre ne sfogliava uno velocemente, “Ti sembrerà strano ma non ho mai letto un libro in vita mia.”  
“Ora il tempo non ti manca, potresti fare una indigestione di lettura”.
Dopo qualche minuto di silenzio  Joele disse “Di cosa sei accusato?”.
“Dello stesso tuo crimine e di tutti quelli che si trovano rinchiusi in questo piano. Omicidio”.
“Ma io non sono stato ancora giudicato, sono innocente, non ho ucciso nessuno”.
“Se ti fa piacere mi posso sforzare di crederti, ma se sei qua qualche elemento, quelli, di sicuro lo avranno”.
“E' questo il problema, non hanno prove ma mi vogliono incastrare per un loro tornaconto”.
“E chi avresti ucciso?”.
“Mio padre”.
“ Per bacco! Potrebbero accusarti di premeditazione con l'aggravante di essere un parente stretto. Prega che qualcuno ti scagioni, altrimenti l'ergastolo non te lo leva nessuno. Fidati! Le regole, ormai, le conosco meglio dei libri gialli che leggo. Patteggiare e poi confessare diminuisce la pena. Pensi che, altrimenti, sconterei venti anni?”.
Joele lo guardò perplesso, poi disse “ Lo so che i furbi ne hanno sempre la meglio”.
“Mi stai forse colpevolizzando per essere più furbo di te?” disse il rosso con tono alterco.
Joele non voleva creare pretesti che sfociassero in lite e si affrettò a dire “Non era certo rivolto a te”.
Il rumore del carrello che portava il pranzo li distolse dall'argomento.
“Prepara lo stomaco per  ingurgitare brodaglia per porci” disse il Rosso.
Due secondini gli porsero attraverso le sbarre due ciotole di minestra e della carne con l'osso.
“Ha proprio un cattivo odore, puzza di carogna!” disse Joele annusando.
“Ci farai l'abitudine, mangia non hai scelta” rispose il Rosso mentre  gustava quel cibo con avidità come se fosse caviale.

Erano le tre del pomeriggio quando suonò una campanella. Joele, immerso nella lettura del suo primo libro giallo, sobbalzò.
“Calma femminuccia e preparati per l'ora d'aria. Si va tutti in cortile” disse il Rosso.
I secondini misero in fila indiana i detenuti che a tempo di marcia si diressero verso una larghissima porta di vetro che ne nascondeva una di ferro chiusa con un grosso catenaccio.
Il cortile non  era molto ampio e aveva i muri di cinta talmente alti da limitare in un piccolo rettangolo la visuale del cielo. L'aria era fredda e Joele si alzò il bavero della tuta e infilò le mani in tasca per provare un po di tepore.
“Vieni qui” gli gridò il Rosso mentre si affrettava a stringere le mani di alcuni detenuti.
“Ti presento alcuni amici”.
“E' un piacere conoscere delle belle persone come voi” disse Joele ironicamente, senza mai togliere le mani dalle tasche.
Incominciarono ad intrecciare discorsi sulle loro scorribande ignorando Joele che si allontanò dal gruppo indisturbato per  respirare quell'aria fresca che aveva il sapore di libertà.
Camminava lentamente in quello spazio limitato che, paradossalmente, gli dava il senso dell'infinito.
Assaporava quel privilegio a piccole dosi, trasferendo la mente in un tempo che era stato e che ora sembrava lontano.  Si poggiò al muro di cinta, chiuse gli occhi e vagò nei ricordi che gli suscitavano a volte, un mezzo sorriso d'ilarità, a volte lo incupivano.
“Cosa fai?” gridò il Rosso mettendo fine all'incantesimo.
“Non ti basta guardare in penombra per intere giornate? Apri gli occhi e concediti un po di luce naturale!”. Joele aprì gli occhi dai quali, attraverso un languido velo, traspariva una profonda tristezza.
“Non farti assalire dai sentimentalismi, potresti perdere il senso della realtà e sarebbe un bel guaio!” disse il Rosso che aveva intuito.  
Allora si alzò e raggiunse il gruppo. Dopo pochi minuti, la campanella risuonò, si rimisero in fila e ritornarono nelle celle.
Joele si sdraiò sulla brandina, riaprì il libro e continuò a leggere mentre il Rosso ne approfittò per fare un sonnellino, ma appena poggiò la testa sul cuscino incominciò a russare talmente forte da distogliere Joele dalla lettura. Stava per scuoterlo quando si udirono delle grida provenire dal fondo del corridoio mentre la grande porta di ferro d'ingresso si apriva emettendo un cigolio assordante di ferraglia che svegliò Rosso.  Si appiccicarono alla grata di ferro per capire cosa stava succedendo, e videro  due secondini trascinare per le braccia un ragazzo smilzo che si dimenava con tutte le sue forze. Lo buttarono nella cella 35 come un sacco di immondizia per poi richiuderla, incuranti delle grida disperate del giovane.
“Figli di un cane, non hanno proprio cuore!” disse Joele mentre dalla rabbia incominciò a battere i pugni contro il muro. Le grida e il pianto del giovane si udirono per più ore finché si trasformarono in un incessante lamento che accompagnò la durata della notte. Joele non riuscì a chiudere occhio neanche ingurgitando la pillola del dottore: le grida del ragazzo erano le stesse che lui sopprimeva nel profondo del suo essere senza concedergli via di sfogo. Era un pianto disperato che non nasceva dal desiderio di cercar perdono ma dal forte senso di solitudine e di abbandono. All'alba fu silenzio. Il ragazzo stremato si abbandonò ad un sonno profondo e Joele ne approfittò per rilassarsi sulla brandina.
Era giovedì quando il Rosso disse che era la giornata delle visite.
“Non credo che ci sia qualcuno per me” rispose Joele mentre un secondino apriva la cella invitandolo in parlatorio.
“Mai essere sicuri di quello che non si sa” disse il Rosso sghignazzando.
Joele balzò dal letto e a passo svelto seguì il secondino che lo condusse in un'ampia stanza dove da una vetrata, che fungeva da muro divisorio, intravide Gelindo e Mesy.
Stava per precipitarsi verso il vetro quando il secondino gli smorzò l'entusiasmo intimandogli di mettere le mani  dietro la schiena e informandolo che il colloquio sarebbe durato solo cinque minuti.
Joele, cautamente, si avvicinò al vetro e disse “Non immaginate la gioia che provo nel vedervi”.
“Figlio mio” disse Mesy con le lacrime agli occhi “so che stai soffrendo e che stai espiando una colpa ingiustamente, ma noi non sappiamo come aiutarti”.
“Nessuno mi può aiutare, madre, il destino di ogni uomo in qualche posto è segnato e se nel mio c'è scritto di tornare libero così sarà” disse Joele che non toglieva lo sguardo da Gelindo che, con aria mesta, stava a testa bassa senza proferir parola.
“Su Gelindo, non sentirti in colpa, non mi avete oltraggiato, avete detto la verità che gli altri hanno travisata  per un loro tornaconto.”  
“Le tue parole mi rincuorano” rispose il vecchio “Non mi sarei perdonato un tuo risentimento. Ti ho visto crescere come un figlio e mai avrei dubitato della tua innocenza”.
“Lo so, per questo non ti devi giustificare. Prenditi cura della mamma e te ne sarò immensamente grato”.
“Non c'è bisogno che me lo chiedi. Vado da lei tutti i giorni.”
Ebbe solo il tempo per ringraziare. Il secondino gli si avvicinò: il tempo era scaduto.” Joele salutò Mesy e Gelindo e seguì l'uomo senza più voltarsi.
Si avviarono verso il corridoio convinto di ritornare in cella ma, il secondino, bussò ed aprì una porta, spingendolo in una stanza semibuia arredata da un tavolino e due sedie. Su una di queste era seduto l'avvocato tutto lardo, intento a riordinare la risma di carte che era sparsa sul tavolino. Appena lo vide disse “Venga avanti, venga e si accomodi, ho delle buone nuove da riferirle”.
Incominciò così a leggere ciò che aveva scritto in tutti quei fogli citando, spesso, articoli di legge da un lessico incomprensibile. Alla fine disse “Ha capito perché non possono condannarla?”.
Joele ascoltò con attenzione ma la carenza di cultura gli vietò di capire anche un semplice concetto espresso in quei fogli.
Suo padre Jalu lo costrinse, dopo le scuole elementari, a dedicarsi ai lavori dei campi. Diceva che i libri non davano da mangiare e che servivano solo ad uccidere  l'immaginazione, perciò bisognava imparare un mestiere dove la creatività poteva spaziare. Ma in quella occasione Joele non volle sbandierare la sua ignoranza e annuì dicendo “mi affido alla sua competenza, lei è uomo di legge e sa meglio di me quale strategia adottare per dimostrare la mia innocenza”.
“Bene” disse l'avvocato soddisfatto mentre lo accomiatava e gli dava appuntamento per un prossimo incontro. Joele tornò in cella. Il Rosso aveva preso anche il suo piatto di minestra e mentre glielo porgeva disse sghignazzando “vedendoti tardare mi sono preoccupato e ho pensato: vuoi vedere che si è fatto furbo ed è evaso?”. “Sei il solito burlone, ti piace sempre scherzare” rispose Joele.” Dimmi piuttosto se hai sentito il ragazzo lamentarsi”.
“No, ma ho visto che ha rifiutato il pranzo, avrà deciso di andare al creatore prima di noi!”.
Dopo aver divorato la brodaglia Joele si buttò sulla brandina per recuperare un po di sonno perso la notte precedente. Fu la campanella a svegliarlo e di corsa si mise in fila, mentre un secondino obbligava, con forza, il ragazzo ad uscire dalla cella.
Nel cortile il ragazzo si isolò e si rannicchiò in un angolo nascondendo la testa fra le ginocchia. Joele gli si avvicinò e gli sedette accanto. Il ragazzo d'impulso si alzò e si allontanò. Aveva il viso pallido e gli occhi gonfi e arrossati. Joele non gli tolse gli occhi di dosso e lo vide tremare e singhiozzare. Con cautela gli si riavvicinò e senza parlare gli stette accanto finché non risuonò la campanella.  Percorsero il corridoio l'uno dietro l'altro, ma prima di entrare in cella gli osò chiedere “qual è il tuo nome? Il mio è Joele”.
“Saschin” rispose il ragazzo con un fil di voce.
Il Rosso era già in cella e si gustava la scena con sguardo malizioso e appena Joele entrò disse “Hai proprio la faccia del buon samaritano, cosa ti ha confessato il ragazzo?”. “Niente, mi ha solo detto il suo nome” rispose Joele mentre si apprestava a sdraiarsi sulla brandina e a dedicarsi alla lettura.
“O sei bugiardo o non sei adatto a fare il prete” continuò il Rosso.
“L'ho sempre detto che le bugie, a volte, sono più credibili delle verità. Non è forse per questo che mi trovo in questo posto?”, replicò Joele voltandogli le spalle e immergendosi  nella lettura.
Era diventato un rituale che il ragazzo  rifiutasse il cibo  smagrendo a vista d'occhio. Un sabato Joele chiamò il secondino per verificare le condizioni del  ragazzo che, troppo debole, camminava a fatica.  
Gli fu risposto, a malo modo, di pensare ai fatti suoi. Ma a mezzogiorno del giorno dopo il secondino che distribuiva il cibo si accorse che il ragazzo era steso a terra immobile. Diede fiato al suo fischietto e subito arrivarono dei rinforzi. Venne chiamato con urgenza il medico e il direttore del carcere. Due secondini presero Saschin e l'adagiarono su di una barella mentre il dottore gli tastava il polso “Portatelo subito in infermeria, il battito cardiaco è molto lento”.
Il Rosso e Joele si ritrovarono appiccicati alla graticola di ferro preoccupati  “Come sta dottore, è grave?” chiesero  nel vederlo passare a passo svelto.
“E' solo svenuto” rispose il medico.    
Per giorni non si seppe nulla del ragazzo.
Più volte Joele chiese notizie al secondino ma non ebbe mai risposta. Una mattina degli uomini, muniti di secchi e stracci, incominciarono a pulire la cella 35. Joele preoccupato  disse al Rosso ”Cosa può essere successo? Sarà morto?”.
“Cheta il tuo animo. Si vede che non hai frequentato quest'ambiente. Non è morto nessuno, stanno solo disinfettando. Il ragazzo può aver preso qualche malattia infettiva. D'altra parte è molto facile che succeda in queste celle sporche e umide. Se qualcuno muore siamo i primi a saperlo”.
Joele tirò un sospiro di sollievo e riaprì il suo libro. Trascorsero un paio di giorni quando rintronò nel corridoio il rumore di ferraglia generato dall'apertura della porta principale e Joele con il Rosso, incuriositi, si appiccicarono alla grata. Videro il ragazzo accompagnato dal secondino tornare in cella. Aveva un aspetto più rassicurante: il viso aveva perso quell'intenso pallore e l'andatura non era più incerta e traballante. Il giovane si fermò per un attimo alla cella 34 guardò Joele abbozzando un mezzo sorriso e disse “Ciao”.
“Ciao” rispose Joele che d'impulso sporse dalla grata la mano destra. Saschin l'afferrò e gliela strinse con calore.
L'aria era fredda nonostante la primavera fosse entrata da un pezzo e in cortile Joele si accorse che il ragazzo tremava. Gli alzò il bavero della maglia mentre Saschin lo ringraziava con uno sguardo luminoso.  
“Come stai?” chiese Joele.
“Bene” si limitò a rispondere il ragazzo.
“Ti va di parlare un poco?”.
“Preferisco di no”.
Trascorsero per l'ennesima volta l'ora d'aria in silenzio, l'uno accanto all'altro.
Rientrati in cella il Rosso chiese se ci fossero  novità.  
“No “rispose Joele “ penso che ancora il ragazzo  non si fidi troppo ”.
“Posso sbagliarmi, ma se è vero. come credo di conoscere un po gli esseri umani, non riuscirai a tirargli fuori quello che ha nel cervello nemmeno fra cento anni . E' più chiuso di un forziere”
“Vedremo, vedremo. Dammi un po di tempo e poi ne riparleremo” disse Joele mentre si apprestava ad immergersi nella lettura. Il rosso gli tirò dalle mani il libro che aveva appena aperto e disse “ Mi spieghi perché ti sta tanto a cuore il ragazzino?”
“Potrei farti la stessa domanda”
“Lo sai che non è la stessa cosa. A me piace spettegolare mentre tu ci metti il cuore. Non sono scemo da non capirlo”
“Allora ti dirò che in alcuni momenti mi sono immedesimato nel ragazzino. Ti basta?” disse quasi seccato Joele.
“No che non mi basta. Mi chiedo perché ti scervelli  su una persona che non ti appartiene invece di pensare a concentrarti sul processo. O hai dimenticato che rischi l'ergastolo”.
“ Non te lo chiederesti se fossi stato in grado di capire. O credi che arrovellandomi il cervello fra queste quattro mura possa cambiare in qualche modo la mia situazione. Ci vuole ben altro per affrontare il processo. Ci vogliono le prove. Io non ne ho da esibire ma neanche loro.  La coscienza non mi rimorde perché non ho ucciso nessuno. E adesso lasciami leggere in pace”.Disse Joele zittendo il rosso che iniziò ad andare avanti e indietro per la cella risentito.
Per  tutta la serata non si rivolsero la parola finché  Joele  gli si avvicinò tendendogli la mano e dicendo” i veri amici, di solito, non si offendono mai.”
“Lo so” rispose il rosso abbracciandolo.
Da più giorni Joele studiava come e quando  parlare con il rosso di ciò che da tempo aveva in mente e che aveva deciso. Non voleva suscitare incomprensioni o liti  così pensò di aspettare il momento opportuno, che a dire il vero non arrivava mai, per comunicargli che avrebbe chiesto a chi di dovere di essere trasferito alla cella 35. E quando lo fece la reazione del Rosso fu più violenta del previsto. Furibondo l'agguantò dal petto e con il sangue agli occhi gridò “Stronzo, figlio di puttana, vuoi lasciarmi per trasferirti nella cella dello stronzetto? Ti dichiari  mio amico e poi mi preferisci ad altri? Ma che amico sei? Vai pure non sei degno di stare in questa cella. Ma sappi che se deciderai di ritornare non c'è più posto alla 34”.
Joele , non rispose alle provocazioni. Si divincolò dalla stretta, prese un libro e si sdraiò sulla brandina. Lo aprì a pagina 50 dove aveva messo un segno. Stava per leggere quando il Rosso glielo strappò dalle mani dicendo “E' roba mia”.
Appena ebbe il permesso Joele raccolse i pochi effetti personali salutò il Rosso che non lo degnò di uno sguardo e passò alla cella 35.
Saschin fu sorpreso di quella decisione e non ne fu felice. La solitudine si conciliava con il suo carattere introverso.
Il perimetro di quella cella racchiudeva, se pur limitatamente, il senso di una conquista di libertà dove il pensiero non veniva scalfito o interrotto da alcuna intromissione esterna. Si sentì violato nel profondo del suo essere e subito il suo volto assunse un'espressione di disappunto che non lasciava spazio ad alcun dubbio.
“Vedo che non sei felice di vedermi in questa cella” disse Joele.
“Mio nonno mi ripeteva sempre che per distinguere ciò che è buono bisogna conoscere anche il cattivo” rispose Saschin con freddezza.
“Doveva essere molto saggio tuo nonno ma ho recepito il messaggio. Puoi stare tranquillo che se la mia presenza  sarà ingombrante lo capirò e tornerò alla cella 34” rispose Joele.
Attese qualche minuto poi continuò” Si vede un miglio che hai qualcosa che ti tormenta e a volte parlarne ti può far star meglio”.
“Non voglio sentirmi meglio. ”
”Sei troppo crudele con te stesso. Dovresti amarti un po di più”
A queste parole il ragazzo non argomentò più.
Joele  aveva percepito dal tono , che il ragazzo  volesse mettere un muro fra loro e rompere  quel sottile legame che si era creato ma lui non voleva permetterlo. Così si zittì.  Stese le lenzuola sulla brandina, vi si sdraiò e stette  a guardare il soffitto. Pensò che leggere qualche libro giallo  lo avrebbe aiutato a sopportare quella monotonia. Chiese al secondino di accompagnarlo in biblioteca e restò sorpreso quando il ragazzo disse  “vengo anche io”.
In biblioteca Joele si rifornì di una decina di libri che a stento reggeva fra le braccia, mentre Saschin prese mezza risma di fogli bianchi e una matita. Joele non si azzardò a chiedergli a cosa  servissero, sapeva che non  lo avrebbe degnato di una risposta. Gli lanciò uno sguardo interrogativo, scosse la testa e si avviò verso 1'uscita. In cella Joele sistemò i libri a terra, ai piedi del letto, ne aprì uno, si sdraiò e iniziò a leggere. Saschin si accomodò sulla sedia attaccata al tavolino ed iniziò a contare i fogli. Ne prese uno e dopo aver riflettuto un attimo iniziò a muovere la matita sul foglio, dapprima lentamente poi con più celerità.
Joele fingeva di leggere e si gustava in sordina il ragazzo rapito da ciò che stava realizzando.
Avvinto da una  irresistibile curiosità  chiuse il libro, si alzò ed iniziò a camminare lungo il perimetro della cella. Arrivato in linea con il tavolo sbirciò sul foglio, ma il ragazzo pronto lo ritrasse e lo girò. Joele ci provò più volte senza riuscire a vedere un minimo segno. Così rassegnato si rimise sulla brandina e ritornò a leggere. Era passata mezzanotte e Saschin, con l'aiuto di una pila a batteria, stava ancora curvo su quel foglio.
“E' tardi, vieni a riposare, finirai domani” disse Joele
“Fra poco. Ho quasi terminato” rispose il ragazzo.
Il mattino seguente Joele si svegliò di buon'ora mentre il ragazzo stanco russava nel pieno del sonno. Ne approfittò, scese dalla brandina lentamente per non fare rumore e si avvicinò al tavolo. Prese il foglio nascosto nella risma e vi vide disegnato un insieme di perfette linee rette intersecate sotto le quali si nascondevano delle teste di strani animali che sputavano fuoco . L'uso del chiaro-scuro evidenziava con chiarezza tutte le figure nascoste fra  quelle linee. Allo spigolo in alto del foglio si intravedeva a malapena il volto sfocato di una bambina.
Joele girò e rigirò il foglio per tentare di vedere meglio, ma poi pensò “Chissà cosa vorrà dire, è un disegno contorto. Forse se lo avesse colorato avrei capito di più”.
Il ragazzo si rigirò nel sonno e Joele come un fulmine rimise tutto a posto e si rinfilò nel letto.
Quando Saschin si svegliò, senza lavarsi neanche il viso, prese subito posto sulla sedia attaccata al tavolino, scelse un nuovo foglio dalla risma e iniziò a disegnare.
“Non fai colazione? Il latte si raffredda” disse Joele. “Più tardi” rispose Saschin.
Stette con la testa china su quel foglio fino all'ora di pranzo. Quando il secondino portò la brodaglia si alzò, stirò le membra e iniziò a mangiare con avidità.
“Devi fare colazione al mattino, sprechi troppe energie su quei fogli” disse Joele.
Saschin gli lanciò uno sguardo di rimprovero e poi continuò a mangiare.
“Non possiamo trascorrere le giornate scambiandoci solo qualche parola” disse Joele.
“Se ne hai voglia parla tu” rispose telegrafico il ragazzo.
Capì che non avrebbe tratto un ragno dal buco da quel ragazzo e che il Rosso aveva avuto più intuizione.
All'ora d'aria Joele si avvicinò al Rosso che, come lo scorse, gli voltò le spalle.
“Non fare il permaloso” gli disse Joele appoggiandogli una mano su un bicipite.
“Non parlo con i traditori”.
“Suvvia che parolone, sei abbastanza perspicace per capire qual è il mio scopo”.
“Te lo ripeto , non caverai un accidente da quel cervello”.
“Forse hai ragione ma voglio provare ancora per qualche giorno, altrimenti tornerò alla cella 34”.
“Mi stai forse chiedendo il permesso di ritornare?”.
“Te lo chiederò in ginocchio al momento opportuno”.
I due si abbracciarono in segno di pace ed incominciarono a parlare.
Joele raccontò di quello strano disegno e di quel volto celato e sbiadito di quella bambina “Quale significato può nascondere” chiese Joele.
“Non saprei, non sono così profondo da interpretare ciò che gli altri hanno in mente” rispose il Rosso.
Fece una pausa di pochi minuti e poi continuò “ Te lo ripeto ancora una volta, se sarai condannato all'ergastolo non  ci sarà un buon samaritano anche per te”.
“Forse hai ragione, dovrei lasciar perdere, ma ti assicuro che se non scoprirò un accidente, fra un paio di giorni ritornerò nella cella 34”.
Joele si accorse che Saschin, seduto a terra a ridosso del muro, in solitudine e a pochi metri di distanza, non gli toglieva gli occhi di dosso. Seguiva il labiale dei due per carpire se fosse  oggetto dei loro argomenti e, quando notò di essere stato scoperto nascose la testa fra le braccia che aveva incrociato sulle gambe rannicchiate. L'ora d'aria volò in un baleno, la campanella suonò e tutti rientrarono nelle celle.
Saschin non perse tempo, si sedette a tavolino e continuò indisturbato la sua opera. Era un quarto alle due quando spense la pila e andò a dormire.
Il mattino dopo Joele, ancora una volta, si alzò di buon'ora mentre il ragazzo era immerso in un sonno profondo. Si precipitò al tavolino prese dalla risma i disegni dentro la quale erano nascosti e con sorpresa vide che il disegno che aveva realizzato era identico a quello del giorno prima. “Sembra la fotocopia dell'altro” pensò. Prese i due fogli li mise uno sull'altro e vide che tutto combaciava nei minimi particolari. “Come diavolo avrà fatto. Eppure non ha mai guardato l'altro disegno nascosto fra la risma  . Sarà stato un caso oppure è dotato di poteri soprannaturali . Certo non può essere solo frutto della fantasia, altrimenti gli sarebbero  sfuggiti dei particolari”.
Sapeva che stare troppo a meditare era rischioso così ripose i disegni dove li aveva trovati e ritornò a letto.
Era un bel rebus scoprire il significato di quelle figure. Sicuramente, pensò Joele, avevano a che fare con la sua storia ma  dove era il  nesso?.
La storia si ingarbugliava  incuriosendo anche il rosso che ogni giorno, all'ora d'aria, gli chiedeva dei disegni.
“Sono tutti perfettamente uguali e ne realizza uno al giorno” rispondeva Joele.
Quando il ragazzo terminò la risma dei fogli chiese a Joele se volesse accompagnarlo in biblioteca.
Joele capì che non cercava compagnia ma era solo un pretesto per non lasciare i disegni incustoditi alla mercé della sua curiosità. Così l'accontentò.
In biblioteca chiese un'altra risma di fogli e una matita.
“Hai già consumato tutti quei fogli?” Chiese fingendo di essere sorpreso Joele .
“Amo disegnare.” Gli fu risposto
“Un giorno mi piacerebbe vederli. Saranno sicuramente disegni di grande effetto. Anzi, se ti va potresti insegnarmi. Mi piacerebbe saper disegnare”.
“L'arte non s'insegna è un dono che se ce l'hai te ne accorgi da solo”.
Le risposte di Saschin erano secche ed incisive tanto da non dare a Joele la possibilità di replicare.
Rientrati in cella il ragazzo si rimise subito all'opera. Piegò in due i disegni già completati e li nascose sotto il suo materasso. Poi  prese un foglio bianco dalla risma e ricominciò a disegnare.
Il mattino seguente Joele, ancora una volta, ne approfittò del sonno del ragazzo per curiosare su ciò che aveva realizzato. Il disegno era uguale agli altri e mentre si chiedeva se fosse sano di mente, con i disegni ancora in mano, il ragazzo si svegliò e gli si scagliò al petto inveendo come un indemoniato “devi uscire da questa cella oggi stesso. Nessuno deve obbligarmi a fare ciò che non voglio. Ti ho forse cercato qualcosa? Ho mai indagato su di te?  
Vattene e lasciami in pace”.
joele non replicò, non aveva argomenti in sua difesa.
Ma per la prima volta notò una cicatrice che casualmente restò scoperta dal polsino della camicia. Ricordò di non averlo mai visto svestito. Persino la notte non si scopriva anche se in quel bunker c'erano più di 40 gradi. Gli balenò l'idea che su quel corpo ci fosse la chiave di quel rebus e spaziò con la fantasia a innumerevole possibilità. Arrivò a pensare persino che fosse un membro di una setta e che avesse ucciso  per soddisfare qualche  macabro rito.
La questione si infittiva nella sua mente di stranezze,   . finché si rese conto di essere andato troppo oltre con l'immaginazione . Guardò il ragazzo ingrugnato e aspettò che la rabbia gli sbollentasse per tentare di tornare  all'attacco e  indagare. Aspettò per più ore e quando si accinse a proferir parola il ragazzo lo anticipò dicendo” non voglio sentire la tua voce ,voglio essere lasciato solo”.
Joele capì che ogni tentativo di riappacificazione era inutile. Aveva un carattere coriaceo, inespugnabile che respingeva sfacciatamente.  Così buttò la spugna e arrendevole chiamò il secondino per essere trasferito alla cella 34. Raccolse i suoi libri e gli effetti personali e senza  parlare uscì.
Appena il Rosso lo vide disse sorridendo “Guarda, guarda chi si rivede. Devo dedurre che la tua breve vacanza non è stata costruttiva. A volte bisogna ascoltare chi ne sa più di  te”.
“Ci ho provato” disse deluso Joele. E mentre gli raccontava degli altri disegni identici furono interrotti dal secondino che aprì la porta di ferro  dicendo “in parlatorio”.
Joele si sorprese, non era giovedì e non era giorno di visite.
“Sarà successo qualcosa” disse il Rosso.
Joele si precipitò in parlatorio e attraverso il vetro scorse il vecchio Gelindo che con il capo chino e un fazzoletto stropicciato si asciugava gli occhi.
“Gelindo, cosa ci fai qua. Cosa è successo?”.
Il vecchio stentava a parlare fra le lacrime e i singhiozzi ma poi disse “E' morta, Joele, è morta!”.
“Di chi parli?”.
“Di Mesy. Povera donna. Che sfortuna, morire in così pochi giorni, inghiottita da un male che non perdona! Che tragedia, figliuolo, fino all'ultimo istante di vita ha pronunciato il tuo nome”.
Fu una triste notizia che lasciò Joele inebetito. Sembrava che in quel momento il cervello e il cuore si fossero scollegati, l'uno si rifiutava di accettare questa triste realtà e l'altro soffriva da togliergli il fiato.
“Domani si svolgeranno i funerali. Il direttore ti ha concesso il permesso per parteciparvi” continuò Gelindo.
Joele si alzò come un automa e ritornò in cella.
Il Rosso cercava dapprima  di distrarlo inutilmente ma poi si chiuse in un mesto silenzio come richiedeva questa circostanza.   Gli sedette accanto rispettando il suo dolore.
L'indomani mattina all'alba due agenti lo scortarono fino al borgo. Era passato quasi un anno dalla morte di Jalu e senza che il processo si fosse ancora svolto. Non era facile ritornare fra quella gente dubbiosa sulla sua innocenza. Entrò in casa già piena di gente che pregava attorno alla bara. Si avvicinò e si soffermò a guardare la madre. Era bellissima nel suo vestito bianco da sposa. I lunghi capelli biondi raccolti sulla nuca mettevano in risalto il viso disteso dal quale non trapelava l'ombra della sofferenza che aveva sopportato per anni nel convivere con Jalu. Si sedette accanto alla bara e vi rimase per più di un'ora finché un becchino la sigillò con il coperchio. Alla fine del rito funebre la salma fu tumulata a fianco a quella di Jalu.
Ritornato in cella il Rosso l'abbracciò.
Joele si sdraiò sulla brandina. Quella giornata lo aveva stremato. Sembrava avesse fatto un mese di malattia tanto era spossato. Aprì un libro ma si addormentò di colpo senza che terminasse di  leggere anche solo una  pagina . Fu la campanella a svegliarlo. Insonnolito e ancora intontito si mise in fila per uscire in cortile. Tutti i detenuti con fare rispettoso, in silenzio ed in fila gli strinsero la mano per questo infausto evento. Solo Saschin non si avvicinò. Se ne stava in disparte con le mani in tasca passeggiando al limite del muro fingendo di guardare altrove. Ad ogni stretta Joele gli lanciava uno sguardo “Non ti sei ancora rassegnato a non perdere tempo”, disse il Rosso che non gli sfuggì il movimento degli occhi di Joele e continuò” Chi te lo fa fare, ha una personalità complicata . Chissà cosa nasconde dietro quel silenzio. Siamo più di trenta detenuti in questo piano e sappiamo tutto di tutti, ma nessuno conosce un accidente del ragazzo. Neppure i secondini, che sono i primi a spettegolare, hanno indiscrezioni. Sicuramente avrà commesso un grave reato ma non ne parlerà mai con nessuno. Rassegnati!”.
L'estate era arrivata da un pezzo e il caldo torrido toglieva anche la forza di respirare. L'afa era insopportabile. Fra quelle  quattro mura si avvertivano almeno cinque gradi in più di quelli reali.
Joele si svestì e restò a dorso nudo. Bagnava ogni tanto un fazzoletto e se lo poggiava dietro la nuca per avere un po' di frescura. D'un tratto un secondino aprì la porta di ferro e disse a Joele “Vestiti , devi scendere al piano di sotto”.
Joele si rimise la camicia e seguì il secondino. Entrarono nella stanza dove aveva incontrato, qualche mese prima, il suo avvocato. Ed era là immerso nelle sue scartoffie con il sudore che gli colava dalle guance paffute.
“Venga avanti e si segga” disse l'avvocato appena lo scorse e continuò “In tutto questo tempo non sono emersi nuovi particolari a riguardo al suo caso. Se ciò va a suo vantaggio potremo verificarlo solo in Tribunale. La devo informare che il processo è stato fissato fra una settimana esatta alle ore nove. La giuria è formata da un giudice togato affiancato da quattro giudici popolari. Fra questi uno è uomo e tre donne. Di solito il giudizio delle donne è il più temibile, sono intransigenti e difficilmente si lasciano coinvolgere dai sentimentalismi. In ogni caso la chiamerò a deporre per esporre la sua versione dei  fatti. In quel momento avrà molta rilevanza la facoltà di essere convincente. Non usi toni alterchi, ne tanto meno si pianga addosso. Sia il più naturale possibile senza dare l'impressione di voler impietosire la giuria per avere delle agevolazioni.
La sua posizione è chiara ed anche la giuria popolare che, poco sa di legge, non ha bisogno di sotterfugi o di meschini espedienti per capire che lei è innocente. Sono stato chiaro?”.
“Chiarissimo” rispose Joele che non cambiò il suo giudizio su quell'uomo che dava tutto per scontato. L'avvocato si alzò e lo accomiatò con “ci vedremo in Tribunale e mi raccomando non si faccia intimorire dal Pubblico Ministero”.
Joele abbozzò mezzo sorriso e ritornò in cella.
Per tutta la settimana il Rosso gli diede lezioni di comportamento facendogli mille raccomandazioni “Lo sai che sono un veterano su queste cose. Ti scruteranno dalla testa ai piedi e ogni tuo movimento, ogni parola, sarà determinante per l'esito del processo”.
“Parli come il mio avvocato. Non riesco a costruirmi un'altra personalità. Racconterò i fatti per come sono andati e se non mi crederanno non implorerò la loro pietà”.
I giorni passavano e Joele si abbandonò ad una profonda meditazione trascurando persino la lettura. Era il dopo che gli faceva paura qualora fosse stato assolto. Sicuramente non sarebbe tornato al borgo dove erano scomparse le sue radici e dove tutto gli avrebbe fatto rivivere un triste passato che volentieri avrebbe cancellato. Aveva sentito parlare, fra i detenuti, di una città Adalbergos city soprannominata “la città dei lupi” perché la gente viveva di notte e dormiva di giorno. Ne parlavano come se fosse stata la città dei balocchi, poco lavoro e tanto divertimento.
Joele fu rapito dalla curiosità fin da subito e si promise che se mai fosse uscito da quelle quattro mura sarebbe andato sicuramente in questa città.
Arrivò il giorno del processo. Era di venerdì.
Joele aveva trascorso la nottata insonne. Andò avanti e indietro per la cella come un'ape impazzita fino al mattino finché un secondino entrò e gli porse gli abiti che indossava prima di essere rinchiuso. Il Rosso volle raderlo e gli lisciò i capelli. Lo abbracciò e  disse “Buona fortuna”.
Joele volle sdrammatizzare e disse “E poi dicono che gli assassini non hanno cuore!”.
“Sei uno stronzo” gli gridò il Rosso mentre Joele scompariva dietro l'angolo del corridoio.
L'aula del Tribunale era piena di gente e il brusio si udiva già a distanza. Joele si fece spazio tra la folla e prese posto in prima fila accanto al suo avvocato. “Non sono tutti qui per te, ci sono altri processi dopo” disse l'avvocato per tranquillizzarlo. Un uomo uscì da una porta e disse “Silenzio, entra la Corte”.
Tutti presero posto senza più fiatare. Entrò dapprima il giudice togato che prese posto al centro di un lungo bancone mentre ai due lati si sistemarono i giudici popolari. Seduto in disparte a destra c'era il Pubblico Ministero che non distoglieva lo sguardo dall'imputato, quasi ad intimorirlo.
“Non ti lasciare suggestionare, è una vecchia tattica” gli bisbigliò l'avvocato all'orecchio.
“Che il processo inizi contro Joele Cand's” disse il giudice.
“L'imputato come si dichiara?”.
“Innocente Vostro Onore” disse l'avvocato alzandosi in piedi.
“La parola al Pubblico Ministero”.
Furono riascoltati i vicini che riconfermarono ciò che avevano dichiarato in precedenza e che era stato verbalizzato. Nessuno di loro si fece destabilizzare dalle domande tendenziose del Pubblico Ministero. Tutto sembrava andare a favore dell'imputato, quando sul più bello il magistrato guardò l'ora e disse”L'udienza è sospesa ed è aggiornata fra una settimana alla stessa ora. La corte si ritira e voi sgombrate l'aula”.
Rientrato in cella il rosso inveì ”Quei fannulloni non hanno voglia di lavorare e si divertono a mantenerti sulla corda. Gliene frega poco  se c'è in  gioco il tuo futuro.  Hanno fretta solo per fare le loro cazzate .Chi sei tu per pretendere la precedenza?”
Joele lo interruppe e disse” Non servirà a niente avvelenarsi il fegato. Esiste qualcuno che possa contestare le loro decisioni? Hanno il coltello dalla parte del manico e ne approfittano ”.

Per tutta la settimana, in cortile, non si faceva altro che parlare di questo processo. Ogni detenuto diceva la sua elargendo consigli a destra e a manca. Solo Saschin se ne stava in disparte nonostante avesse ascoltato inevitabilmente i loro discorsi.
Fu il giorno prima del processo che Joele si avvicinò a Saschin dicendo “domani ci sarà il processo. Se mi assolveranno uscirò da qui. Non mi auguri almeno “buona fortuna ?”
“ No. Ti dico solo che non ti invidio”. Gli voltò le spalle e si allontanò. Joele lo rincorse dicendo”perché diavolo
ce l'hai con il mondo intero? Pensi che tenerti tutto dentro ti faccia sentire meglio?”
“ Ma cosa vuoi, cosa cerchi da me, non è con il mondo che mi devo riappacificare ma con me stesso attraverso   la mia sofferenza ”. I detenuti assistettero alla scena  accerchiando i due . In quel luogo  le liti si concludevano a botte e pugni anche per futili motivi e già c'era   chi si   sfregava le mani   aspettando quel momento. Joele capì le loro intenzioni e si allontanò per evitare che il ragazzo venisse massacrato.


Nell'aula del tribunale c'era nuovamente tanta gente e il vociare si sentiva dalle scale. L'aula era la stessa della settimana prima ma Joele questa volta entrò da una porta secondaria che immetteva direttamente all'aula . In prima fila scorse il suo avvocato immerso nella lettura della sua arringa. Joele gli sedette accanto senza disturbare. Aspettò che la corte entrasse e prendesse posto. Il pubblico ministero lo fissava con sguardo minaccioso e quando fu chiamato a deporre l'emozione lo tradì  tanto da avvertire un lieve cedimento delle gambe. Si poggiò per un attimo alla spalliera della sedia poi raccolse tutte le sue forze, giurò di dire la verità e si sedette quando il giudice glielo  consentì.
Il pubblico ministero non volle rinunciare al piacere di interrogarlo per primo e fissandolo negli occhi e puntandogli il dito disse ”Non rivolga lo sguardo sul pubblico  e risponda alle mie domande con un si o con un no . Lei conosceva bene suo padre?”
“Credo di si”
“Le ho chiesto di rispondere con un si o con un no”.
“Si”
“Suo padre  aveva nemici che lo volessero morto?”
“No”
“Lo può affermare con certezza?”
“Si”
“Come fa ad asserirlo con certezza, forse perché sa chi è l'autore del delitto ?”
D'improvviso si alzò l'avvocato tutto lardo e rivolgendosi al giudice disse “ Mi oppongo, vostro onore, la domanda è tendenziosa. Sottintende a priori la colpevolezza del mio assistito e mira a rendere veritiera davanti a questa corte una mera supposizione del pubblico ministero  . Chiedo ,perciò, che questa domanda non sia messa agli atti”.
“Accordato”.Disse il giudice.
Il pubblico ministero continuò
“E' vero che lei era ai ferri corti con suo padre?”
“Solo quando bastonava mia madre come una bestia inferocita”
“E questo non le faceva nascere un sentimento di odio?”
“Si. Ma solo in quel momento”
“Per me basta così “ disse il pubblico ministero mentre ritornava al suo posto.
Joele stava per alzarsi quando il suo avvocato disse”Si segga signor Cand's. Ora tocca a me. Voglio  farle una sola domanda. Dica a questa corte perché non è stato lei ad uccidere suo padre”.
Joele aveva le mani sudate e se le sfregava dalla tensione. Si concentrò un attimo poi disse” non avrei potuto ucciderlo primo perché era pur sempre mio padre e poi perché non possiedo un'arma”.
Iniziò a raccontare della sua triste infanzia attirando inaspettatamente la comprensione della giuria popolare. Le violenze subite da Mesy toccarono il cuore delle donne che si lanciavano  occhiatine d'intesa annuendo con il capo.
Joele parlò per quasi venti minuti con  la salivazione  azzerata finché non intervenne il Giudice dicendo: “La prego di concludere”.
“Non ho amato mio padre ma non lo avrei mai ucciso. Sono innocente”.
Il Giudice si alzò e disse “la giuria si ritira per deliberare”.
La gente si alzò e un vociare invase l'aula.
Gelindo si avvicinò, diede una pacca sulla spalla di Jonacanda e disse “Sei stato bravo figliolo. Ho l'impressione che la giuria popolare sia a tuo favore. Incrociamo le dita”.
“Grazie Gelindo” riuscì solo a dire Joele.
Passò poco più di un quarto d'ora prima che la giuria rientrasse. Fu subito silenzio e tutti in piedi ascoltarono con attenzione la sentenza.
Il giudice togato che entrò per primo stringeva tra le mani un foglio piegato in due. Lo aprì e lesse: “Questa giuria all'unanimità dichiara Joele Cand's innocente per non aver commesso il fatto. La seduta è tolta”.
Joele non credeva alle sue orecchie e rivolgendosi all'avvocato disse “Sono davvero libero da questo momento?”. “Certo”. Rispose l'avvocato.
Era indescrivibile ciò che provava. Si precipitò fuori dal carcere aprì le braccia e con lo sguardo rivolto al cielo gridò “Libero, libero sono finalmente libero da questo incubo”.
Vagò per ore nella città. Cercava di scaricare camminando la tensione accumulata. A sera, quando le luci della città iniziavano ad accendersi, pensò di cercare un ostello dove passare la notte. Percorse la via principale della città alla fine della quale vide una corriera parcheggiata. Affrettò il passo e la raggiunse ansimando. Riprese fiato e chiese al conducente se fosse diretto a Adalbergos City. Il conducente annui e disse “parte fra un'ora”.
Joele prese subito posto sulla corriera, ribaltò due sedili duri come pietre, vi si sdraiò e si addormentò.
All'alba una brusca frenata lo svegliò. Si guardò attorno e vide altre due anime che avevano preso posto nei sedili posteriori.
Non aveva la percezione di dove fossero e quanti chilometri  avessero percorso. Si stropicciò gli occhi e chiese al conducente perché si era fermato.
Gli fu risposto “Il viaggio è lungo, bisogna rifocillarsi ogni tanto e far raffreddare il motore altrimenti rischiamo di andare a fuoco”.
“Dove ci rifocilleremo, siamo nel mezzo di una catena  di montagne!”.
“Se va qualche metro più avanti dietro a quella curva troverà una caffetteria”.
Joele si affrettò degustando già il sapore di una bella tazzina di caffè. Scorse l'insegna, la raggiunse, aprì la porta di vetro e lo investì un odore inebriante di caffè. Ne ordinò uno e se lo gustò a piccoli sorsi. Poi ne ordinò un altro ed un altro ancora tracannandoseli sotto gli occhi sbalorditi  del barista.
Aveva pochi spiccioli ma bastavano a pagare il conto. Stava per uscire quando la sua attenzione fu attratta da un quadro attaccato in penombra ad una parete. Gli sembrava, da lontano, aver riconosciuto qualche elemento che gli facesse ricordare qualcosa a lui famigliare. Si avvicinò e sgranò gli occhi nel riconoscere lo stesso e identico disegno che realizzava Saschin.
“Come ha avuto questo quadro?” chiese al barista che nel frattempo era passato da questa parte del bancone avvicinandosi anch'egli al quadro.
“L'ho barattato qualche mese fa da un vecchio passante. Non aveva denari per pagare e mi offrì in cambio questo quadro realizzato dal figlio morto un anno fa.”
“Morto?” chiese sbigottito Joele.
“Morto, morto” insistette l'uomo che così continuò.
“Mi raccontò una strana storia di un affermato pittore che casualmente scoprì il talento del figlio che dipingeva e vendeva i suoi quadri per la strada.” L'uomo stava per andarsene, era entrato un nuovo cliente, ma Joele lo fermò dicendo “Mi dica cosa successe poi.”
“Se ha la bontà di attendere glielo dirò. Devo prima servire il cliente”.
Joele attese che l'uomo facesse un altro caffè mentre si udiva già il rumore del motore acceso della corriera.
“Faccia presto la corriera sta per partire”
“Mi faccia rico

Madam Becau
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