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UN PO' DI STORIA COMPARATA NON FA MALE! INIZIO DE "I 5 DUCI A CONFRONTO"

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Messaggio Da Sergio il Ven 22 Ott 2010, 17:18

PREFAZIONE E PRIMO CAPITOLO

PREFAZIONE

Chiunque si interessi alla storia contemporanea non può fare a meno di soffermarsi a lungo sulla Seconda Guerra Mondiale, sulle cause che l'hanno determinata, sul suo svolgimento e sulle sue conseguenze.

Senza alcun dubbio è stato l'avvenimento più importante e traumatico del XX secolo, nel quale si sono scontrate ideologie diverse causando una lunga e crudelissima lotta (che ha lasciato sul terreno ben 50 milioni di morti e oltre 100 milioni di feriti) e un sostanziale sconvolgimento di equilibri di potenza nell'intero Globo. Infatti gli imperi italiano e giapponese sono del tutto scomparsi seguiti, non molto tempo dopo, da quelli inglese e francese. Inoltre la Germania ( rimasta divisa in due parti per circa cinquant'anni) e la Polonia hanno dovuto cedere vasti territori all'est, mentre l'URSS (per oltre mezzo secolo) ha ancora più esteso i suoi già vastissimi confini ed ha esercitato un ruolo dominante su varie nazioni confinanti. Infine gli Stati Uniti d'America hanno praticamente assunto la guida della politica mondiale.

Ebbene, è ormai consolidata convinzione che fra i protagonisti del colossale conflitto soltanto cinque hanno assunto singolarmente un ruolo davvero determinante. Sono, in ordine alfabetico, Churchill, Hitler, Mussolini, Roosevelt e Stalin. Tutti loro, chi più chi meno, non solo hanno gestito ( al di là dei risultati e della morale) l'andamento della guerra, ma l'hanno anche causata per dare sfogo a smodate ambizioni (palesi o occulte che fossero). Sono essi quindi, nel bene o nel male, i veri protagonisti della storia del '900, o, quantomeno, della prima metà del secolo.

Eppure, nonostante le tante biografie, a volte pregevoli, pubblicate su ognuno di loro, manca un libro che racconti le loro vicende, dalla nascita alla morte, in modo comparativo e il lettore, appassionato della storia e dei suoi personaggi e dei raffronti fra di loro, deve ricorrere a più testi nella faticosa e sispersiva ricerca di fasi analoghe con il risultato, nella gran maggioranza dei casi, di abbandonareinsoddisfatto l'impresa.

Con questo libro ho inteso colmare la lacuna e ho chiamato i cinque protagonisti, per comodità di titolo, "DUCI", sempre che s'intenda tale appellativo come quello usato nel primo medioevo ( dux è colui che assume nella circoscrizione territoriale, assegnatagli o conquistata, tutte le funzioni governative, sia civili che militari). Non intendo quindi confondere l'appellativo che ho dato con dittatura o tirannide,. nè tanto meno impegolarmi sull'ex defectu tituli o sull'ex defectu exercitii. Non è questo l'intento del libro e sarà il lettore, se lo vorrà, a fare le debite distinzioni sulla conquista e sulla gestione del potere di ognuno dei cinque "duci".

Quindi, tornando al libro e tralasciando il titolo, desidero sottolineare che ho fatto largo uso del metodo comparativo e ho dato ampio spazio alla corrispondenza intercorsa fra i cinque protagonisti, ad alcuni significativi colloqui fra di loro e ai giudizi reciproci espressi in più occasioni.

I primi capitoli del mio libro sono dedicati, sempre comparativamente, all'anno, al luogo, all'ambiente sociale nel quale i cinque futuri "duci" sono nati, oltre al rapporto con i rispettivi genitori, agli studi scolastici intrapresi, ai titoli di studio conseguiti, alle letture formative, all'impatto con il lavoro, ai primi passi in politica, a quale ruolo hanno svolto nella Prima Guerra Mondiale e alla scalata al potere.

Nei capitoli successivi, quando l'azione dei cinque protagonisti si dentifica con quella dei loro Paesi e quindi con la politica mondiale, si parla della crisi economica del 1929, e delle crisi per l'Etiopia, per la Renania, per l'Austria, per la Spagna, per la Cecoslovacchia, per l'Albania e per la Polonia, che prelude allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Gli avvenimenti sono raccontati, in ogni capitolo, sempre dall'angolazione di ognuno dei cinque protagonisti, divenendo però, nell'insieme del capitolo, un tutt'uno che, spero, renda ben comprensibile e scorrevole la lettura, senza tuttavia mai perdere il rigore necessario ad un libro di storia.

Infine l'ultimo capitolo, il 18° (che può essere consultato anche durante la lettura dei precedenti), è dedicato ad una serie di comparazioni estremamente sintetiche che raggruppano, nella prima parte, den 21 argomenti; mentre, nella seconda parte, vi è l'attività parallela dei cinque in ognuno di 29 anni, scelti come campione; infine, nella terza parte del capitolo, la comparazione riguarda i cinque quando hanno la stessa età: a 15, 20, 25 anni e così via.
Bruno Cotronei



CAP. I

QUANDO E DOVE E DA QUALI GENITORI E IN QUALI AMBIENTI NASCONO I CINQUE PROTAGONISTI



Nella ricca e potente Gran Bretagna dell’età vittoriana, mentre il Primo Ministro Disraeli provvede a consolidare e ad espandere l’Impero britannico e a conciliare la tradizione monarchica con qualche concessione democratica spinta dall’impetuoso progresso industriale, a novembre del 1874 una nobildonna cade durante una partita di caccia e viene immediatamente trasportata nello splendido palazzo di Blenheim.

Si tratta della moglie di Lord Randolph Churchill, incinta da meno di sette mesi. Pochi giorni dopo, ed esattamente nelle prime ore del 30, nasce, settimino e primogenito, WINSTON CHURCHILL.

Il destino sembra averlo privilegiato: è un bambino sano, la famiglia è ricca e nobile, il nonno paterno è il settimo duca di Marlborough, mentre quello materno è un capitalista e proprietario di giornali americano. Invece, solo tre anni dopo quando il nonno è nominato viceré d’Irlanda e il padre ne diviene il segretario, il piccolo Churchill segue i genitori a Dublino ma non li vede quasi mai. Suo punto di riferimento diviene la bambinaia, la signora Everest che, nonostante l’affetto e l’abilità profusi in continuazione, non riesce a compensare lo struggente bisogno del padre e della madre che sono, sempre più frequentemente in viaggio, come nel Natale del 1881 quando nemmeno una grande collezione di soldatini e di bandiere allevia il desiderio dei mancati baci materni.

Altro prediletto della fortuna sembra essere FRANKLIN DELANO ROOSEVELT che nasce il 30 gennaio 1882 a Hyde Park, nello Stato di New York, da una famiglia di origine olandese che era sbarcata nel Nuovo Mondo nel 1649 e aveva mutato il cognome da Martensen a Roosevelt facendo fortuna, dapprima con il commercio delle stoffe, e poi con raffinerie di zucchero. Il padre del nostro protagonista aveva combattuto con Garibaldi a Napoli e, successivamente, rientrato in America, s’era occupato di miniere, compagnie ferroviarie e della non brillante iniziativa di congiungere l’Atlantico al Pacifico attraverso il Nicaragua.

Quando Franklin Delano Roosevelt nasce nella bella villa contornata da una grande tenuta, il padre ha 54 anni mentre la madre è una bella ed elegante giovane di 28 anni, figlia di Warren Delano che aveva guadagnato ben un milione di dollari con il commercio dell’oppio, richiesto in grandi quantità dagli ospedali americani durante la Guerra di Secessione, e poi era divenuto socio d’affari del futuro marito della figlia.

Mentre gli Stati Uniti s’ingrandiscono annettendo nuovi Stati per oltre un milione di chilometri quadrati e scoppiano grandi scioperi, per ottenere la giornata lavorativa di otto ore, culminanti nell’impiccagione, il 1° maggio del 1885 dei cosiddetti “Martiri di Chicago”, il giovanissimo Roosevelt cresce figlio unico e adorato dai genitori e dalla fedele bambinaia ed è il potenziale erede di più di un milione di dollari equivalenti a ben 2.400 anni di reddito medio di un operaio.

Sei anni prima, migliaia di chilometri lontano dagli splendori di New York, alle estreme propaggini meridionali della Russia, in Georgia nella piccola città di Gori, nasce Josif Dzugasvili. Il futuro STALIN. E’ esattamente il 21 dicembre 1879.

I genitori sono entrambi semianalfabeti, di origine contadina, e da appena quindici anni sono stati emancipati dalla condizione di servi della gleba grazie ai provvedimenti che lo zar ha emanato per tutta la Russia in un primo e prudente tentativo di riformare lo Stato in senso più liberale. Il padre, che ha sposato Ekaterina Geladze, fa il calzolaio e, con la piccola famiglia, abita in una casa in mattoni composta da una sola stanza, un solaio ed uno scantinato. Il piccolo Stalin non solo si ammala di vaiolo e a stento riesce a sopravvivere, ma deve continuamente subire i maltrattamenti paterni impartiti anche alla mamma che cerca, con la sua fede religiosa e col suo amore, di proteggere il figlio. Poi, nel 1883, il padre si trasferisce a Tiflis a lavorare in un calzaturificio e la madre, conducendo con sé Stalin, va ad abitare presso la casa di un prete ortodosso dove svolge il mestiere di cameriera notte e giorno.

Proprio in quell’anno, a Varano dei Costa nel villaggio di Dovia nella frazione di Predappio in Romagna, in un vecchio casolare che domina una piccola altura, una levatrice si prodiga per far nascere un bambino che si presenta più grosso del normale. E’ domenica 29 luglio e fa molto caldo. La levatrice ha dovuto abbandonare di corsa la sua famiglia e il pranzo del giorno di festa, l’unico nel quale in tavola compare la carne a completare la solita zuppa di verdure e pasta dei giorni feriali.

La donna si deterge la fronte e completa il suo delicato lavoro tranquillizzando la ventiquattrenne Rosa Maltoni che è la maestra del paese, da un anno moglie del fabbro Alessandro Mussolini.

Alla levatrice, come a molti benpensanti di Dovia, non piace quell’uomo duro, rissoso e donnaiolo che spesso abbandona la bottega per bere vino in eccesso e diffondere le idee dell’Internazionale socialista, divenendo caporione di un gruppo numeroso con idee anarchiche, che è stato sciolto da un deciso intervento della polizia. Ma la giovane maestra è tanto buona e il bambino è bello e sano, anche se sembra che il padre voglia imporgli il nome del rivoluzionario Benito Juarez. Si chiamerà quindi BENITO MUSSOLINI.

In effetti il neonato non sembra essere del tutto sfavorito dalla sorte. E’ vero che non ha genitori ricchi e altolocati come Churchill e Roosevelt, ma nemmeno poverissimi e semianalfabeti come quelli di Stalin. Anche i suoi sono di origine contadina, ma non braccianti, bensì piccoli proprietari andati in rovina ai tempi del nonno. E’ vero che il padre non ha frequentato la scuola, ma ha imparato a leggere e bene e la sua casa di capofamiglia ha in buona evidenza uno scaffale colmo di libri come il Capitale di Marx o il Principe di Machiavelli. Eppoi la mamma ha pur conseguito un diploma e la patente di maestra, sia pure di grado inferiore! Certo il padre guadagna poco e la madre ha un misero stipendio, ma il necessario non manca.

Anche nella casa del piccolo Mussolini (due stanze, compresa la cucina, miseramente arredate più un’altra che funge da scuola), che s’avvicina molto più a quella di Stalin che alle vastissime ed imponenti di Churchill e Roosevelt, la mamma deve tribolare, come la levatrice, tutti i giorni per mettere sulla tavola un pasto composto di minestra di verdura, la mattina, e di radicchio di campo, la sera. Solo la domenica c’è il lusso della carne di pecora per il brodo. Eppure al bambino bastano alcuni miniviaggi a Forlì e un breve soggiorno a Milano con il padre per rendergli più sopportabili i primi anni della sua vita, trascorsi quasi sempre nei campi dove diviene presto il capobanda dei suoi coetanei e sviluppa un carattere impulsivo e rissoso, al contatto con un ambiente violento dove spesso deve assistere a scene tutt’altro che adatte ed educative per un fanciullo. Più tardi egli stesso, ricordando la sua infanzia, scrive: “ La mia vita di relazione cominciò a sei anni. (...) Io ero un monello irrequieto e manesco. Più volte tornavo a casa con la testa rotta da una sassata. Ma sapevo vendicarmi. Ero un audacissimo ladro campestre (...) Trascinavo a mal fare parecchi miei coetanei. Ero il capo di una piccola banda di monelli che imperversava lungo le strade, i corsi d’acqua e attraverso i campi”. Ma, quasi per contrasto, ama gli animali e principalmente la musica, che è indubbiamente importante in quell’Italia ricca di contrasti, che solo da qualche decennio è divenuta nazione e dove, solo da poco, Primo Ministro il capo della sinistra moderata Depretis, si è esteso il diritto al voto ai ventunenni alfabeti che abbiano superato la seconda elementare o analfabeti che paghino imposte dirette non inferiori alle venti lire annue, e s’è stabilito l’obbligo dell’istruzione elementare impartita gratuitamente, mentre si muovono i primi passi coloniali occupando Massaua in Eritrea, seguiti, però nel 1887, dalla distruzione di un distaccamento italiano a Dogali da parte degli Etiopici.

La notizia della disavventura italiana in Africa suscita qualche represso compiacimento nell’ancora potente Impero Austro-Ungarico dove, due anni dopo, a Braunau am Inn, un paesino alla frontiera con la regione tedesca della Baviera, il 20 aprile nasce ADOLF HITLER. <o:p></o:p>

Il padre Alois e la madre Klara , entrambi di origine contadina, ma di quella più evoluta dei coltivatori indipendenti che si trasforma in artigiani di villaggio, abitano in una casa linda e dignitosa, ben diversa da quella misera di Stalin o povera di Mussolini. Risponde ai dettami delle abitazioni della borghesia alla quale ormai appartiene Alois Hitler che, avendo conseguito un diploma ed essendo stato assunto come doganiere, ha fatto carriera giungendo così al grado più alto previsto per i funzionari pubblici in possesso del suo livello d’istruzione.

E’ un uomo duro, autoritario ed egoista Alois. Dopo due matrimoni mal riusciti, aveva preso per amante Klara, una sua cugina di secondo grado più giovane di lui di ben 22 anni, e l’aveva sposata quando era già incinta e lui era ormai alle soglie della pensione. Il rigido funzionario austriaco non mostra mai comprensione per le esigenze dei figli e della giovane moglie, ma è tutto preso dal perfetto espletamento del suo lavoro e dalla sua grande passione per le api, alle quali dedica tutto il suo tempo libero. Finalmente, dopo altri due trasferimenti e dieci anni dopo la nascita di Adolf, può realizzare la sua massima aspirazione: acquistare una proprietà a Leonding nei pressi di Linz e dedicarsi completamente all’apicoltura.

Hitler bambino sembra del tutto normale e, seppure soffre per l’autoritarismo paterno, è pienamente compensato dall’affetto e dalle cure materne che non diminuiscono mai, nemmeno quando nasce un fratellino che diventa, per qualche tempo, il suo compagno di giochi e col quale trascorre a Passau l’anno più felice della sua fanciullezza.

Sergio
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