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Fiorile - 150° ANNIVERSARIO DELL’UNITA’ D’ITALIA

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Messaggio Da fiorile il Mer 10 Nov 2010, 13:43

Oggi è una buona giornata.
La mostarda, di mosto d’uva, si è finalmente asciugata, grazie forse allo scirocco di ieri.
E’ quasi mezzogiorno e ci sono 25° C.
Mia moglie, affetta da insonnia, si è alzata a notte fonda e mi ha preparato dei savoiardi. Naturalmente la sua insonnia ha richiamato la mia. Non era ancora l’alba e facevo colazione.
Savoiardi fragranti di forno, inzuppati nel caffè. Come nei giorni di festa in casa dei siciliani di antica memoria.
…e si perché le feste io le festeggio così … sapete i savoiardi si comprarono la mia isola con 38 milioni di franchi francesi in oro, pagando i generali e gli ammiragli borbonici. Comprando tutte le battaglie. Solo quella del Volturno fu vera, le altre tutte una sceneggiata. A Gaeta combatté l’esercito sardo-piemontese, i garibaldesi furono tenuti di riserva, dietro le salmerie.
A noi che siamo gente di scrivania da generazioni non rimase altro da fare che … mangiarci i savoiardi inzuppandoli nel caffè… ben misera vendetta, ma: Tradizione è.
I miei figli ci hanno riso tutta la vita, ma ho saputo che per casa loro si fanno fare i savoiardi dalla madre, proprio nei giorni di festa… ed io faccio finta di niente…
Svegliatomi così presto ebbi finalmente il tempo di cercare alcune vecchie lettere. Le trovai.

Alle dieci sono andato da un mio amico notaio, per autenticare le copie e quelle copie ho spedite al Sig. Presidente della Repubblica, Raccomandata con ricevuta di ritorno.
Un mio biglietto dove ho scritto:

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Messaggio Da fiorile il Mer 10 Nov 2010, 13:46

PRIMA LETTERA

Ecco le lettere, indirizzare ad un mio antenato, Avvocato e docente di Storia del Diritto Romano sino a Garibaldi, poi lasciò la cattedra:


Forte di Fenestrelle 29 novembre 1860

All’Illustrissimo Professore Alberto ……..
……………………. al Cassero vecchio
……….
( a mani del padre Cappellano, don Virgilio Quadra)

Mio riverito professore,
se Ella non mi conoscesse per lunga prova, avrebbe ragione a credere che io racconti favole. Io non ero con i Borboni, ero con Garibaldi.
Nino Bixio mi aveva nominato sottotenente. Alfiere diceva lui, dei Garibaldesi. Io che ero uno dei volontari di Sant’Anna, io che ho combattuto a Calatafimi, Milazzo, Reggio Calabria, accettai. Questo avvenne prima della battaglia di Milazzo.
Bixio mi disse: Ti farò avere uno stipendio. Vedrai. Ma devi portare la bandiera dei volontari.
Io gli credetti ed accettai. Divenni Alfiere dei Volontari Garibaldesi. Alfiere di Bixio, portavo la sua bandiera con i tre colori.
Noi, i Volontari di Sant’Anna, non sapevamo sparare ed avevamo forse paura delle cannonate, ma se c’era zuffa da fare, se c’era da menare le mani, eravamo là in prima fila e Bixio, dura ed inesorabile carogna per quanto fosse, lo sapeva. Ormai eravamo la sua guardia del corpo, se lui si buttava avanti con la sola sciabola, noi eravamo là con le baionette innestate a sgombrargli il terreno dai Borboni. A spingere. A farci spazio. A rompere il grugno a chiunque si avvicinasse a Bixio, a noi. Ed io avanti a tutti con il Tricolore, il Tricolore di Bixio e Garibaldi e pensare che doveva essere anche il Tricolore di quel rinnegato del Savoia ed io in una mano tenevo la bandiera dei tre colori, nell’altra avevo la sciabola che mi aveva data Bixio.
La guardia reale borbonica era inquadrata a Santa Maria sul Volturno così come ad Austerlitz, rimanevano compatti e dritti come impalati, a non lasciare spazio manco ai proiettili. Un sistema vecchio di fare la guerra. Vecchio di cinquanta anni. Noi lo spazio ce lo facevamo con le baionette. Una volta a Santa Maria facemmo pure spazio a Garibaldi, lui quella volta scendendo dalla carrozza fracassata dai proiettili degli ussari borbonici, ci disse “”Bravi così si fa, con la baionetta innestata, corpo a corpo, cuore a cuore, vince chi ha il cuore più grande””. Mai perdemmo un corpo a corpo. Il nostro coraggio era lì nel corpo a corpo, nella rissa, uomo contro uomo. Non carne da cannone, ma bravi nel menar le mani.
Dopo il Volturno sparirono Bixio e Garibaldi, Medici e Turr, non vidi più neanche il barone Sant’Anna. Rimasi solo. Separato anche dai miei volontari. Mi dettero un foglio su cui dovetti scrivere chi fossi, a quale reparto appartenessi. Incautamente detti il “patentino di alfiere dei garibaldesi”. Mi chiesero anche se volessi o meno far parte dell’esercito savoiardo. Risposi “No”. Volevo tornare in Tribunale e fare l’avvocato accanto a Lei, lo scrissi. I nostri contadini analfabeti, volontari di Garibaldi cosa avranno capito, cosa mai avranno firmato, anche se con il segno di croce?
Chi verbalizzò le mie risposte, si deve essere sentito offeso forse per il fatto preferivo fare l’Avvocato in Sicilia anziché il soldato nell’esercito savoiardo, scrisse sul mio foglio, davanti a me: RIBBELLE.
Quelle due B mi fecero ridere, quello zitto zitto annuiva, come a dire: ..ridi..ridi..che ti faccio ridere io…
Eccomi qui a Fenestrelle. Prigioniero di guerra dei sabaudi. La mia uniforme garibaldese è andata a pezzi. Muoio dal freddo.
Soffro e sono umiliato anche per dar corso alle necessità del corpo. Quando vado alla latrina, devo fare il turno con i soldati borbonici e quelli mi sputano addosso. Vengo accompagnato da una sentinella armata, non mi lascia mai solo e tutto devo porre a termine sotto i suoi occhi di sale.
Questi poveri soldati borbonici! Fa male all’anima vederli. Sono tutti molto laceri, poco nutriti, hanno barbe lunghe, denti cariati, li vedo molto spesso appoggiati ai muraglioni, nel tentativo disperato di catturare i timidi raggi invernali di questo pallido sole del nord, ricordano forse con nostalgia il caldo dei loro paesi mediterranei, sembra abbiano il cuore a pezzi e l’anima dolente.
Fortunatamente avevo 4 denti d’oro. Solo così posso mangiare. Vendendo i miei denti ad un ufficiale savoiardo che mi ha anche procurato un vecchio rasoio. Uno dei picciotti di Sant’Anna, nostro compaesano, divide con me il mio pane è il figlio di Peppino u’ curtu, sovrastante del barone Fazio. Quell’Ufficiale ha promesso che farà capire che ero dalla parte giusta.
SE L’IMMAGINA, RIVERITO PROFESSORE, SE INVECE DI ESSERE GARIBALDESE, FOSSI STATO UN UFFICIALE BORBONICO? COSA MI SAREBBE MAI ACCADUTO?
Pensi che non ho ricevute lettere dai miei familiari, io ho scritto loro, ma non so se abbiano ricevute le mie povere missive.
Credo che l’ufficiale savoiardo aspetti che finiscano i denti d’oro, o per disinteressarsi del tutto di me oppure far presente che ero un Ufficiale Garibaldese. Mi ha pure chiesto, di nuovo, se intendo rinunziare ad un grado e diventare un ufficiale savoiardo. Gli ho detto si. Mi ha fatto firmare la rinunzia al mio grado. Questa volta ho accettato. Basta che esca da questo maledetto forte di Fenestrelle. Sono sottotenente o meglio ero Alfiere dei Garibaldesi, come diceva quel maledetto Bixio. Se mi tolgono un grado cosa mi faranno, soldato semplice o sergente?
Ne capisce qualcosa professore?
Io tutto accetto ed accetterò pur di uscire da questo grande tormento. Ché tormentato sono e fortemente, dall’umiliazione, dal freddo, dalla fame e tutto ciò da sei mesi. Non ho neanche un letto, sulle pietre di fiume, incastrate sul terreno a far da pavimento in uno stanzone umido e senza aria, c’è un sacco di paglia. Quello il mio letto. Sempre lo stesso per sei mesi, senza coperta. La paglia è marcia. Una coperta me l’ha data da pochi giorni il cappellano militare, quando ha capito che sono stato un garibaldese. Quando ha capito, piangeva. Oggi è tornato, mi ha detto che ci sarà un’amnistia per i garibaldini, non so chi siano questi garibaldini, forse ci han cambiato pure il nome a noi garibaldesi? Spero comunque di rientrare tra coloro che hanno diritto all’amnistia.
Non tornerò forse più, con mio grandissimo dolore, a fare l’avvocato con Lei nella nostra amata ….
Con grande rispetto ed antica gratitudine, sono il suo devotissimo allievo.
Avvocato Gerlando Leante


Ultima modifica di fiorile il Mer 10 Nov 2010, 13:53, modificato 2 volte

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Messaggio Da fiorile il Mer 10 Nov 2010, 13:49

SECONDA LETTERA

All’Illustrissimo Professore Alberto …….
…………………… al Cassero vecchio
………..
Genova 6 marzo 1861
(a mani di uno sconosciuto, sull’imbarcadero per l’America)
Mio riverito professore. Non posso sapere se riceverà questa mia nuova lettera. Non so se questa è una buona nuova. Non so proprio cosa mi accade. Mi hanno dato un’uniforme blu, il grado di Sottotenente, la camicia rossa, il cappello da bersagliere, ”…per via dell’amnistia, … il foglio che hai firmato…” Mi hanno tenuto in una caserma savoiarda a fare esercitazioni militari per tre mesi, però ho mangiato. Oggi mi imbarcano per l’America del Nord, con i garibaldesi amnistiati dovrò andare a combattere in una guerra americana di cui non so proprio nulla. Con me c’è il figlio di Peppino u’ curtu, se può lo faccia sapere ai suoi parenti. Sembra invece che i soldati borbonici che hanno firmata analogo foglio, dovranno combattere nella stessa guerra ma per gli Stati del Sud. Ancora una volta Nord contro Sud, ancora una volta Garibaldesi contro Borbonici.
Addio professione di avvocato, addio mio professore.
Il suo affezionato allievo
Gerlando Leante, già Avvocato

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Messaggio Da filomena il Mer 10 Nov 2010, 19:26

fiorile ha scritto:[justify]
Savoiardi fragranti di forno, inzuppati nel caffè. Come nei giorni di festa in casa dei siciliani di antica memoria.

Siciliano? Di quale città?
Il nonno di mio marito era di Messina, emigrò a Napoli durante la guerra.
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Messaggio Da Sabanèl il Sab 20 Nov 2010, 23:15

Tragica storia, caro Fiorile, quella dell' "Unità d'Italia", al Sud come al Nord, purtroppo mai raccontata correttamente nelle scuole come nelle case. Chi vince ha sempre ragione in questo mondo di ...
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Messaggio Da anonymizer il Sab 29 Gen 2011, 17:10

[quote="150° ANNIVERSARIO DELL’UNITA’ D’ITALIA

...hai ragione ho trovato questa lapide all'ingresso del lager di Fenestrelle

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Messaggio Da Sabanèl il Sab 29 Gen 2011, 17:22

Tant'è che proprio la cosiddetta "unità d'Italia" fu la causa della nascita del brigantaggio: esso infatti nacque come resistenza (si, tale e quale a quella tanto decantata degli anni '40 del '900, anzi...), comandata da quegli ufficiali del Regio Esercito che ancora speravano di ricacciare gli invasori stranieri e metter fine ai loro soprusi.
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