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Enigmi di William Shakespeare

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Messaggio Da fiorile il Gio 25 Nov 2010, 09:11

[quote="fiorile

Alcune considerazioni semiserie
sulla poesia di William Shakespeare.

Seconda parte


Nel sonetto 21 i versi 5-8 sono una lussureggiante descrizione della natura. Al 22 c’è un fatto nuovo, il poeta che prima era tanto sicuro dell’eternità della bellezza, teme il giorno in cui vedrà apparire una ruga (Non mi convincerà lo specchio ch’io son vecchio). Il 23 invece cade nell’ambiguità più completa, il verso ha l’andatura molle, stanca quasi, di molti versi dell’Amleto, il poeta sembra esitare, poi ardisce e teme. E’ questo, a mio parere, il primo sonetto di totale bellezza.

Come attore maldestro sulla scena
Che per paura scorda la sua parte,
O come un iracondo traboccante di collera
Cui eccesso di veemenza fa venir meno il cuore,
Così io temendo di fidarmi troppo, mi dimentico
L’esatta liturgia del rituale d’amore,
E mi sento mancare la veemenza d’amore
Sotto il peso eccessivo della potenza sua;
Oh sian dunque i miei libri gli oratori
E i muti araldi del mio parlante seno.
Impetrando l’amore attendendo mercede
Maggior che non la lingua che di più e meglio espresse

Impara a legger quello che il mio cuore ha scritto:
L’udir con gli occhi si addice all’acume sottile dell’amore.


Non c’è alcuna cosa bella nel 24 e tanto meno nel 25, emerge se mai una soddisfazione puerile e forse indecente. Il 26 è una specie di scherzo in tono solenne di rispetto, il 27 è un’altra incomparabile gemma nella quale si descrivono le miserie e le ansie di una notte solitaria rischiarata alla fine del verso 11 meravigliosamente, non si può poi dimenticare:

Spossato di fatica, mi affretto verso il letto,
caro riposo alle membra rotte dal cammino,
ma ecco che un viaggio mi incomincia nel capo
a travagliar la mente , or che il travaglio del corpo è finito.


Ecco che il testo gioca sull’omofonia tra travel (viaggio) e travail (travaglio, fatica ed anche il doloroso parto), sembra un gioco di parole, un rompicapo per i traduttori, un piccolo voluto enigma.
Il 28 e il 29 sono delle magnifiche esplosioni di tristezza e di sconforto, terminate dalle solite consolazioni amorose, che almeno questa volta mi sembra non abbiano saputo superare il malessere. Infine a parer mio il sonetto 29 è giocato sulla punteggiatura che cambia dall’edizione del 1608 a quella del 1609, per cui al verso 10 -12

1° = … e quale lodola, al rompere del giorno, si innalza
dalla terra cupa, lancio inni alle soglie del cielo.

- 2° = qual lodola levatesi al sorgere del giorno
canta da questa scura terra alle soglie del cielo.)


come si vede cambia preferendo una punteggiatura all’altra. (Mi sembra di ricordare che di questi giochi si trastullasse Leonardo da Vinci alla corte di Ludovico il Moro, creando enigmi molteplici cambiando la punteggiatura, è quindi la seconda volta che nei sonetti è presente un’intelligenza tesa alle trappole, agli inganni verbali, all’enigma. Sempre che non siano errori del tipografo o dei traduttori).
Il sonetto 30 è uno dei massimi vertici raggiunto dai sonetti. Il soggetto è lo stesso dei due precedenti, ma con maggior franchezza il poeta non tenta di superarlo con pensieri d’amore, o per meglio dire lo tenta solo nei versi 13-14, cioè fuori dal poema. Il ritorno addolcito, le lunghe arcate come di violoncello, l’uso sapiente dei gravi suoni, son cose da fare strabiliare, a dir poco.

(mi è giunto stamani il piano di volo sino ad Okinawa con tutte le prenotazioni e coincidenze, devo quindi partire, se vi interessa che io continui -fatemelo sapere-se ne parlerà al ritorno a fine dicembre, by by. Fiorile)

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Messaggio Da Artemisia il Ven 26 Nov 2010, 09:20

fiorile ha scritto: (mi è giunto stamani il piano di volo sino ad Okinawa con tutte le prenotazioni e coincidenze, devo quindi partire, se vi interessa che io continui -fatemelo sapere-se ne parlerà al ritorno a fine dicembre, by by. Fiorile)

Buon viaggio allora! cheers
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Enigmi di William Shakespeare - Pagina 2 Empty Considerazioni semiserie 3^ parte

Messaggio Da fiorile il Ven 17 Dic 2010, 23:21

Alcune considerazioni semiserie
sui sonetti di William Shakespeare

Terza parte


Il sonetto 31, che appare nettamente di secondo piano, ha notevoli soltanto i versi 9-10, alquanto funerei ma solenni. Il 32, con buona pace degli amanti della poesia di Shakespeare, è semplicemente orrendo.
Il 33 si erge con una luminosa impressione del mattino (Monet avrà letto questi versi? Per certi versi sembrerebbe che Shakespeare in questo sonetto abbia anticipato proprio lui, il grande impressionista), poi ecco che rinasce la tristezza ed è la prima volta che incontriamo la tristezza d’amore. Impressione penosa che continua nel 34. Il 35 ripete il 20, mediocre come arte, altissimo per interesse umano.
A mio parere i sonetti 36, 37, 38 e 39 non riescono a destare alcun interesse e non lo presentano.
Il 40 è un miracolo: uno dei gridi d’amore più puri (sempre poeticamente parlando) e più sostenuti che vi siano: Una dedizione assoluta espressa in grida elementari. La parola “love” vi è ripetuta otto volte e sembra far da basso al lamento.
Al 41 compare una rivale, una donna. Non è ancora la”Dark lady”.
Il 42 fa sorgere l’impressione di essere fuori posto: Dovrebbe essere inserito dopo il 126 perché parla con certezza del doppio tradimento: Ma ancora la spada non è entrata sino al cuore. Il poeta ci ragiona su e se ne compiace! (che sia una sorte di masochismo ante litteram?)
Il 43 è tessuto di concetti glaciali, non posso però fare a meno di notare che tornano i giochi di parole, gli inganni verbali, al quarto e quinto verso abbiamo:

E, luci nelle tenebre, sono luci rivolte ad oggetto oscuro.
Tu dunque, la cui ombra rende lucenti l’ombre,
Oh, quanto la figura dell’ombra tua al dì chiaro


c’è quindi (nel testo inglese) un gioco plurivalente di parole tra “darkly” (oscuramente), “bright” (luminoso) e “in dark”(nelle tenebre). La seconda quartina è poi tutta giocata sui vari sensi di “shadow” o “shade” (ombra- tenebre- fantasma- parvenza-sembiante) e di “form” (figura, persona fisica).

Così pure il 44 ha qualcosa di freddo, glaciale, ma per eccezione si rialza in due magnifici versi, il 13 e14, che sembrano preparare il magnifico 45, alchimistico ed esoterico, pieno di luci da laboratorio di Faust. Occorre rammentare a questo proposito che Christopher Marlowe, nel 1590 circa, aveva scritto la tragica storia del “Doctor Faustus”, i sonetti sono stati pubblicati per la prima volta a decorrere dal 1593 sino al 1609, quindi Marlowe anticiperebbe Shakespeare, però non sappiamo in quale data siano stati scritti o concepiti, la certezza è solo sulla data di pubblicazione.
Il 46 mi sembra che valga poco, è decisamente ingombro di concetti e linguaggio giuridico, così come il 47.
Nel 48 e 49 si torna al tema della gelosia umile e del timore dell’abbandono e con essi tornano i versi magistrali che procedono lenti, carichi dei dolori futuri.
I sonetti 50 e 51 mi paiono mediocri anche se non cattivi, la metafora appare stentata e lenta. Il 52 non vale niente.
Nel 53 il poeta si è ripreso: E’ il poema della sorpresa, dell’attonito vagheggiare davanti alla bellezza dell’amico, i versi 1-2 carichi di magia fanno restare allibiti ed anche qui si gioca sulla parola “shadow”, come nel sonetto 43, dal significato oltre che ombra, di immagine- larva- raffigurazione. Non c’è soltanto il poeta ma anche il linguista. C’è un uomo colto, ha studiato, sa giocare con le parole e con i molteplici significati di ogni parola. Oppure c’è un furbo di tre cotte che ruba i concetti, la forma, i giochi di parole e poi genialmente li combina. A volte vi riesce, a volte no. Nel sonetto 53 vi è riuscito pienamente, viene spontaneo domandarsi se sia il caso a farlo poeta o la necessità di esserlo, sospinto da rapide conoscenze acquisite furbescamente e da una notevole pressione di sentimenti, emozioni che altri hanno saputo esprimere.
• Non posso fare a meno di pensare che Christopher Marlowe aveva frequentato la “The King’s School“ di Canterbury ed il Corpus Christi College dell’Università di Cambridge, laureandosi nel 1587. Marlowe era anche autore di “Ero e Leandro”, poema che in pectore ha tutti i motivi dei sonetti di Shakeseare e ne possiede la lingua pienamente oltre a sembrare la base, la traccia, di “Romeo e Giulietta”, si è calcolato che nei suoi scritti abbia usato 30.000 parole tutte diverse. (Sempre gli stessi studiosi inglesi avrebbero calcolato che anche Shakespeare abbia usato 28.000 parole differenti, come diavolo hanno fatto? Forse con particolari software, altrimenti ci sarebbe da diventare matti). Inoltre M. è traduttore di Ovidio (Occorre ricordare ”Ars amatoria”?). Ha studiato in Francia ed in Italia, più precisamente a Reims (scuola dei gesuiti) e Padova (università). E’ colui che portò il blank verse alla forma perfetta, forma definita che poi adoperò proprio William Shakespeare. Fornì a Shakespeare attore le sue sette commedie che vennero rappresentate dallo stesso Shakespeare. Amici da sempre, con la stessa estrazione sociale, non mi stupirei che nella stesura dei lavori di Sh. ci sia la correzione della mano di Marlowe o se Sh. abbia “scopiazzato” forma e forse sostanza.
• Non è però credibile che Shakespeare sia il nome di cui si sia servito Marlowe, perché questo eccelso poeta e drammaturgo morì nel 1593, Shakespeare continuò invece a produrre drammi e commedie anche dopo la morte dell’amico.
• Necessariamente dobbiamo spendere due parole sul “blank verse” per giocare a capirci. E’ decisamente tratto dalla metrica latina, esattamente il pentametro giambico. Giovanni Pico della Mirandola , che studiò anche lui a Padova dal 1482 al 1484, adoperò un perfetto assetto del pentametro giambico traendolo dal mondo antico. Autore della “Canzona d’amore” unitamente a Girolamo Benivieni, che dopo la morte di Pico la corresse e la commentò, pubblicandola. Oggi non si è più in grado di distinguere la mano di Pico da quella di Benivieni. Marlowe studiò a Padova, nello stesso periodo del conte di Southampton, intorno al 1588-89, potrebbe avere appreso lì l’uso del pentametro giambico (tradusse Lucano ed Ovidio) che trasportato in Inghilterra divenne il blank verse. Sull’imitazione dei poeti italiani che avevano studiato a Padova, potrebbe essere stato lui a collaborare con Shakespeare nella stesura dei sonetti ed eventualmente correggerli, come dall’uso di Padova. Tra le altre cose vi è da dire che nel 1593 venne pubblicato in Inghilterra il sonetto Venere e Adone, dedicato al conte di Southampton, senza che ne venisse indicato l’autore ed ancora Shakespeare non aveva pubblicato un solo sonetto. Fu poi nel XVIII secolo (Marlowe era morto nel 1593 e Shakespeare nel 1616) che venne accorpato ai sonetti di Shakespeare, credo abusivamente. Abbiamo già detto che i versi di Venere e Adone sono squisiti, ma freddi. C’è dietro quindi un poeta di grande cultura, capace di una notevole freddezza nel rattenere le emozioni, cosa questa che invece non sa fare Shakespeare, uomo preda di continue emozioni che lo fanno grande poeta ma privo di una lucida cultura umanistica, infatti sa essere limpidissimo nel distinguere sillabe lunghe e sillabe brevi ma allo stesso tempo crea spesso, come abbiamo visto e vedremo, versi strani, appesantiti e ritorti.
• Vi è però da ramentare che il segretario del conte di Southampton era John Florio (Londra 1553 - 1625), umanista inglese di padre italiano ed autore di un dizionario inglese-italiano A Word of Worlds e dei due volumi di dialoghi filosofici “First Fruits” (1578) e “Second Fruits” (1591) con allegati 6.000 proverbi italiani non aventi corrispondenza nella lingua inglese, collaborò tutta la vita con Shakespeare, che dimostra chiaramente, nell’Amleto di aver ricalcato pedissequamente i colloqui tra i personaggi dai proverbi italiani .
• John Florio era parente del drammaturgo Michel Agnolo nato a Messina nel 1564, che aveva studiato a Padova dal 1585 al 1592, autore di "Troppu trafficu pì nnenti" pubblicato a Messina, che diverrà in mano a Shakespeare “Molto rumore per nulla” grazie alla traduzione di John Florio. Il messinese Michel Agnolo, calvinista, perseguitato dalla Santa Inquisizione Spagnola di Sicilia si sarebbe prima rifugiato a Padova poi in Inghilterra dove aveva per l’appunto questo parente John. Vi è però da dire che dal 1980 ad oggi, cioè da quando si sono aperti gli archivi di Simancas in Spagna, dove sono depositate tutte le carte dell’Inquisizione Siciliana, non si è ancora trovato il nome di Michel Agnolo Florio Crollalanza, calvinista. Dobbiamo dedurre che potrebbe essere semplicemente emigrato in Inghilterra o per paura d’essere perseguitato dalla Santa Inquisizione o alla ricerca di “onore e gloria” quale drammaturgo e quindi rifugiatosi presso il parente prima segretario del conte di Southampton, poi insegnante della regina e del principe di Galles,suo figliolo. Potrebbe essere questo rapporto Florio-Southampton-Marlowe-Shakespeare una possibile fonte della trasformazione del pentametro giambico della letteratura latina in blanck verse, anche se mi dicono che in Inghilterra nel XIV secolo compare già il blank verse ma nessuno mi ha saputo portare alcun esempio ed io non ho saputo trovarne, ma visto che se ne parla nella storia della Letteratura inglese, non sono in grado di negarlo o affermarlo. John Florio l’avrà forse portato a conoscenza di Marlowe e Southampton e poi Marlowe lo perfezionò, cosa quest’ultima certissima. E’pur vero che lo stesso Marlowe potrebbe averlo appreso a Padova, studiando e traducendo Lucano ed Ovidio.
• Gli italiani a loro volta, dopo Agnolo Ambrogini, detto il Poliziano, che poetava in ottave, il 1494 data della sua morte, abbandoneranno lentamente il pentametro giambico che nel periodo di Shakespeare già in Italia non sembra venisse più usato. Ci vorrà Carducci nella poesia barbara a riesumarlo in una forma particolare, settenaria.
• Cercando di capire come si possa passare da sonetti brutti o insignificanti a sonetti che sono la più pura espressione dell’arte, dietro i quali non si cela soltanto il poeta ma anche il linguista, abbiamo trovato nella vita di Shakespeare due uomini colti, entrambi studiosi del verso, della lingua e della filosofia, perfettamente abili nell’uso delle parole e in grado di giocare con esse che vivono a stretto contatto con Shakespeare che possono aiutarlo, correggergli le bozze, dargliene di proprie:
1. Christopher Marlowe,
2. Giovanni (John) Florio.
• Al contempo abbiamo visto che due uomini per primi gli danno le proprie opere da rappresentare:
1. Christopher Marlowe autore di sette tragedie: Didone, regina di Cartagine - Tamerlano (in due parti rappresentate separatamente)-L’ebreo di Malta - Edoardo II - Il massacro di Parigi - La tragica storia del Dottor Faust ed il poemetto epico Ero e Leandro.
2. Michel Agnolo Florio Crollalanza, autore di "Troppu trafficu pì nnenti"

Dobbiamo adesso tornare ai sonetti, avevamo visto il 53.
Il sonetto 54 è nullo, ma ciò è vero parzialmente, il verso 1 è splendido.
Il 55 riprende con magnifica alterigia il tema dell’immortalità dell’arte che trascinerà nella sua sfera celeste anche l’oggetto amato.
Il 56 è uno dei più espliciti, forse troppo, Lampedusa attorno a questo sonetto aveva scritto una chiosa, quasi un’epigrafe, un verso di Baudelaire: <<dans cette pose nonchalante où t’a surprise le plaisir>> e forse aveva ragione.
Il 57 ha forse dei meriti di analisi, l’espressione non è raggiunta, non pare completa e la stessa cosa abbiamo con il 58.
Invece il 59 è di una chiarezza d’espressione che pareggia l’acutezza dell’analisi interiore ed il verso 9 è trasognato, splendido. Ecco che compare di nuovo il poeta che è un grande conoscitore della grammatica, della lingua, colui che ho già chiamato il linguista.
Il 60 è insignificante, però i versi 1-2 sono belli.
Il 61, a me che di insonnia son pratico, appare come (appunto) un sonetto nato dall’insonnia, non è male ma qualsiasi buon poeta l’avrebbe potuto scrivere.
Il 62 non mi piace.
Il 63 ha i versi 4 e 8 adorabili.
I 64 e 65 potrebbero anche non esserci, nessuno se ne accorgerebbe o li rimpiangerebbe se li sapesse cancellati.
Il 66 è un capolavoro: Un urlo d’insofferenza, dolore, arrabbiata melanconia: Si presagiscono i tremendi tuoni di Lear e di Timone.
Il 67, niente.
Il 68 ha un bel verso 2 ma si prolunga parlando ridicolmente di parrucche.
Nel 69 si vede il poeta preoccupato del <<au’en dira-t-on?>> il che gli ispira versi mediocremente piatti.
Nel 70 rincara la dose.
Il 71 commuove :Il poeta pretende prendere congedo dal mondo, in realtà nel subconscio sente la fine dell’amore.
Nel 72 torna a rimproverare l’amico perché ama oggetti che valgono poco.
Nel 73 la vena poetica ricominciata a fluire piena, il sentimento autunnale,la sensazione della fine mesta ma fastosa riempie questo sonettoche con iconsueti rintocchi di frasiripetute ,con le immagini esclusivamente gialle o grige, con il meraviglioso verso4 (nude absidi dirute dove un giorno cantarono i dolci uccelli) tocca un’altravolta quasi le estreme cime dell’ispirazione di Shakespeare.
Il 74 è investito anche’esso di un senso di decadenza morbosa ed allettevole che però non riesce a fondersi pienamente nel linguaggio.
Il 75 mostra con spietata chiarezza lo stato d’animo irrazionale, prodotto dall’amore, mentre viene giudicato dalla mente lucidissima.
Poi si entra nella banalità più completa, allora a mio parere è decisamente preferibile indicare i sonetti supremi anziché quelli sciocchi ed inutili.
Nel 79 compare il rivale, il poeta che vuole strappare a Shakespeare l’amore del suo amico. Pare si trattasse del poeta Chapman, uomo di primo ordine, grande umanista, famoso ancora oggi per le sue versioni di Omero ed infine uomo di mondo e di corte. Come dire un Annibal Caro inglese. (Annibal Caro – sec. XVI- tradusse l’Eneide di Virgilio, la Poetica di Aristotele, Le lettere a Lucilio di Seneca).
I timori e le gelosie riempiono i sonetti 80 e 81 mentre 82 e83 accennano ad uno strano compromesso. Vi si parla dei <<due poeti tuoi>> che insieme ameranno ed esalteranno, uno al modo moderno (Shakespeare), l’altro nella moda antica (Chapman).
Attenzione: il sonetto 86 è uno dei vertici della poesia Shakespeariana. Preso l’abbrivio dalla immagine marina del primo verso (immagini navali si affacciano sin da quando Chapman si fa vivo) Shakespeare si inoltra nel sonetto a piene vele con un moto maestoso e serrato, con una gravità con un’abbondanza di rime echeggianti, con degli accenni di tale solennità alle arti magiche del rivale che rendono questo poema uno dei più impeccabilmente costruiti, su di una retorica (in inglese la parola ha senso favorevole) maestosa ma tanto rara in Shakespeare.
Nel sonetto 87 il poeta si dà per vinto in malo modo, con un’abbondanza di termini e di concetti giuridici che rendono il poema simile al lamento di uno che abbia perso una causa in Tribunale. Il verso 1 è affettuoso e dolente,sembrava presagire di meglio. Il sonetto mi appare così vuoto di materia poetica che, per eccezione, i due ultimi versi figurano come i migliori.
Nei sonetti 88 e 89 il lamento continua ed è ancora più vuoto di poesia. Si sente però che al dolore subentra l’ira che scoppia furiosa ma non ancora intrisa di tenerezza, come nel sonetto 90 un altro dei gioielli della raccolta.
Nel 93 il povero Shakespeare si adatta ancora al compromesso <<vivrò come un marito ingannato volendo supporre che sei fedele>>Il 94 è di grande e pensosa bellezza: sembra però fuori posto nella storia,sembra davvero la lode ad un giovane attoreed è infatti il più solido argomento dei sostenitori della teoria Willie Hughes (Oscar Wilde etc.)

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Messaggio Da Artemisia il Sab 25 Dic 2010, 22:03

fiorile ha scritto:
Alcune considerazioni semiserie
sui sonetti di William Shakespeare

Terza parte
[justify]

Quindi i sonetti potrebbere essere stati scritti da altri autori, può essere...
Nel sonetto 85 si legge:

La mia Musa se ne sta quieta e tace,
mentre sperticate lodi in tuo onore
sono ritenute degne d'essere scritte con penna d'oro,
rifinite in preziose frasi da tutte le altre Muse.
Io penso buoni pensieri, altri scrive belle parole,
e come un chierico ignorante ripeto sempre "Amen"
tutte le volte che quell'abile spirito produce
un inno raffinato in leggiadra forma.
Sentendoti lodare, mi dico: "E' proprio così, è vero"
e aggiungo qualcosa anch'io in tuo elogio
ma solo nel mio pensiero, dove il mio amore per te
sta in prima fila, con le parole che dietro tardano.
Rispetta quindi gli altri per suono delle loro parole,
e me, per i miei pensieri muti ma eloquenti

Shakespeare si definisce : "Chierico ignorante" o "scrittorello illetterato" a secondo delle diverse traduzioni.
Un autore di ben 36 opere teatrali si definisce ignorante! Questo indubbiamente fa riflettere!

D'altro canto, comunque, sarebbe stato ancor più strano se ogni sonetto fosse stato un capolavoro. È normale che la composizione di un’opera, che non è stata scritta nell’arco di un tempo breve, abbia risentito di un’altalenante capacità poetica. Mah… è davvero un enigma e non credo che si scoprirà mai la verità!
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Messaggio Da fiorile il Dom 26 Dic 2010, 09:40

[quote="Artemisia
Alcune considerazioni semiserie
sui sonetti di William Shakespeare

Nelle mie "Illazioni" sono arrivato a queste conclusioni del tutto personali:

WILLIAM SHAKESPEARE NON E' PIU' UN UOMO SOLO, UN SOLO AUTORE, MA UNA TRIADE : L'attore William Shakespearee apporta l'esperienza di scena, il poeta Christopher Marlowe mette la poesia, il linguista filosofo John Florio aggiunge la conoscenza linguistica e filosofica, una sorte di mini cooperativa che raggiunge i vertici più alti dell'arte. Anche se spesso prendono trame e soggetti da testi di uomini e donne colte delle corti di Elisabetta e Giacomo che danno a Shakespeare i loro "drammi-armadio" da rappresentare nei suoi teatri.

Se trovi due minuti di tempo e leggi per intero le mie "Illazioni" su Shakespeare presenti in questo forum, potrai seguire il ragionamento che mi ha condotto a queste conclusioni.
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Messaggio Da fiorile il Lun 10 Gen 2011, 10:31

[quote="Artemisia" Quindi i sonetti potrebbere essere stati scritti da altri autori, può essere...
Nel sonetto 85 si legge:

Non concordo. I sonetti sono stati scritti presumibilmente, e ciò si rivela dal diverso stile di scrittura, da Shakespeare, Christopher Marlowe e John Florio. Il sonetto 85 come ho scritto sopra appartiene a quei sonetti dove si parla "dei poeti tuoi", ovvero sia dei poeti che vivevano alla corte di Lord Southampton, tra i quali va annoverato il Chapman, lo si comprende dal fatto che si indica il modo moderno per l'uno (Shakespeare, che si attiene al Blanck verse ed al tempo drammatico di Marlowe) ed il modo classico per l'altro (Chapman che si attiene al tempo lirico del Petrarca). Chapman quindi per il suo tempo Petrarchesco ed il suo verso fiorito ben diverso da quello di Marlowe e Shakespeare, non può essere uno dei poeti dei Sonetti.
Questo sempre a mio parere.
Appena avrò due minuti di tempo libero per me stesso, cercherò di finire il mio pensiero sui sonetti.

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