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Messaggio Da fiorile il Mer 22 Dic 2010, 10:27

Alcune illazioni sulla poesia di
William Shakespeare,
illazioni, semplici illazioni…
per cercare di capire l’enigma Shakespeare


Parte quinta

“…l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà…
(così, in cinque categorie Leonardo Sciascia divideva l’umanità nel suo”Il giorno della civetta”)

Io invece sono più semplice, più elementare e meno onnicomprensivo pervengo a questa divisione:
1)Intelligenti, 2) cretini, 3) furbi.
(per quanto riguarda i pigliainculo-sempre con rispetto parlando- sembra che abbiano buona parte in ognuna delle tre categorie, quindi è del tutto inutile creare una sottodivisione, a mio parere naturalmente, per cui ad esser Sor Pedante Pel Nell’Ovo avremo:
1.a. Intelligenti, 1.b. intelligenti pigliainculo,
2.a. cretini, 2.b. cretini pigliainculo,
3.a. furbi, 3.b. furbi pigliainculo),
è quindi semplicissima la divisione in intelligenti, cretini e furbi con annessi pigliainculo, più o meno rispettosamente parlando.

Il furbo per eccellenza è, senza dubbio alcuno, Ulisse. Personifica l'astuzia, il coraggio e la curiosità. Imita comportamenti, voce e vestiario delle sue vittime, ruba, uccide, è vendicativo, alla fine delle sue avventure torna in famiglia.
L’altro furbo per antonomasia è William Shakespeare. Un furbo di tre cotte si sarebbe detto qualche tempo addietro. Vediamo perché sono arrivato a questa conclusione:
• E’ analfabeta all’atto del matrimonio, 1582;
• Tra il 1585 ed il 1592 è testimoniata la sua presenza a Londra quale attore. Deve saper leggere e scrivere. Se all’inizio della sua carriera di attore avrà saputo a memoria la sua parte che qualcuno gli leggeva, poi avrà imparato a leggere, scriverà però sempre malamente da semianalfabeta;
• Raccoglie i testi delle commedie e tragedie da rappresentare di tutti gli autori che glieli affidano, sono in genere uomini e donne coltissime appartenenti alla nobiltà vicina alla regina che non possono figurare quali autori, anche perché, per esempio, gli autori erano comunque chiamati “teatranti” così come gli attori e considerati alla stregua dei servi, i drammi sono quindi anonimi, rappresentati da Shakespeare nel tempo finiranno con il divenire di Shakespeare;
• Entra nelle grazie del Conte di Southampton (pigliainculo, che nel rispetto già citato nel dire ad alta voce questa parola, di solito sussurrata, diviene “la tortora”) e ne diviene uno degli amanti (l’altro è Marlowe e Shakespeare ne è amico e ne rappresenta le tragedie, ma quello le firma, è di questo che vive. Shakespeare userà il Blanck verse di Marlowe che lo ha portato alla perfezione assoluta nella lingua inglese), con la sua recitazione attira le simpatie del conte di Pembroke, il Lord Ciambellano che regola la vita dei teatri e delle compagnie teatrali;
• Il segretario del conte di Southampton è John Florio- Londra 1553, Fulham 1625- si definisce «an Englishman in Italian» (un "inglese italiano")- linguista e filosofo. E’ parente di Michelangelo Florio Crollalanza, un autore della comunità italiana teatrale a Londra, che ha studiato all’università di Padova, risulta essere nato a Messina nel 1564 e di religione calvinista. Essendo nato 11 anni dopo John Florio non può esserne stato il padre. John Florio non poteva aggiungere il nome di Crollalanza al suo, in quanto Crollalanza era la madre di Michel Agnolo che ha portato in Inghilterra le sue opere, tra cui alcune novelle italiane (qualcosa di imprecisato e non pubblicato su “Romeo e Giulietta” e “Otello”, bozze di racconti o drammi, forse) e la sua commedia “Troppu trafficu pi nenti” già pubblicata a Messina, la commedia nelle mani di Shakespeare, tradotta da John Florio, diverrà “Molto rumore per nulla”.
• John Florio è stato all’Università di Tubinga, poi con il conte di Southampton sarà all’Università di Cambridge e a quella di Padova. Intrattiene rapporti con Giordano Bruno e i poeti John Lyly e Samuel Daniel, è considerato il padre dell’eufuismo (lo stile letterario, d'uso in Inghilterra nella seconda metà del 1500, caratterizzato da un gusto manieristico e dall'uso abbondante di figure retoriche).- Pubblica un vocabolario Italiano-Inglese (“A World of Words” che permetterà la traduzione di Dante, Petrarca e Boccaccio, Aretino e Ariosto) e due volumi di dialoghi filosofici: “First Fruits” e “Second Fruits”, dialoghi che pari pari Shakespeare riporta nell’Amleto, (nome del figlio morto, Hamnet=Hamlet), così come riporta il suicidio (Ofelia) di una vicina di casa di Stratford nel fiume Avon. Il “Second Fruits” era accompagnato da una collezione di seimila proverbi italiani che non avevano un corrispondente proverbio inglese: Molti di questi li ritroveremo nelle opere di Shakespeare, soprattutto nell’Amleto.- Chiunque cerchi chiarimenti sul linguaggio di Shakespeare, talvolta apparentemente incomprensibile, deve fare necessariamente riferimento al dizionario “A World of Word”s dove, tra le altre cose, troverà elaborata la precisa tecnica grammaticale che guiderà Shakespeare a comporre nuove parole, idee e concetti.- Queste tecniche linguistiche Florio le aveva cominciate a mettere in pratica già nei suoi First Fruits nel 1578. Shakespeare usava le stesse tecniche di composizione che usava Florio, ma Florio le utilizzò ancor prima che comparisse Shakespeare.- Nessuno in Inghilterra prima di Florio e Shakespeare (ma Florio prima di Shakespeare) usò simili strutture linguistiche in maniera così sistematica. Contemporaneamente alla elaborazione del suo dizionario, Florio lavorò alla traduzione dei “Saggi” di Montaigne, finiti prima del 1600 videro la pubblicazione nel 1603. Il contributo di questi saggi allo sviluppo letterario di Shakespeare è difficilmente quantificabile, basti pensare che alcune opere, come “La Tempesta”, furono estesamente modellate sui “Saggi” di Montaigne tradotti da Florio. Florio partecipò a due imprese notevoli: la traduzione in inglese delle novelle del Boccaccio e la realizzazione del First Folio del 1623 (con due attori), dove sono raccolte tutte le opere di William Shakespeare. Il testamento di John Florio, scritto l'anno stesso della sua morte, rivela impressionanti affinità con il modo di scrivere e di pensare di Shakespeare. Ci sono fondate evidenze che Florio e William Shakespeare di Stratford vissero sempre a stretto contatto e che la loro collaborazione permise la produzione di tutte le opere di Shakespeare. Florio non è però Shakespeare, ne è il suggeritore linguista ed il vero filosofo, indubbiamente.- Pur avendo vissuto a Corte quale insegnante della Regina Anna (danese di nascita) e del Principe Enrico, dal 1619, morte della regina, non visse più a Corte, quindi non avrebbe avuto più motivo di celarsi sotto uno pseudonimo, se avesse voluto lo avrebbe rivelato senza che la cosa facesse scandalo anche con la pubblicazione del First Folio del 1623. Il suo parente Michel Agnolo Florio Crollalanza è conosciuto esclusivamente per “Troppu trafficu pi nenti” e due (dico 2) novelle che potrebbero essere le tracce di Romeo e Giulietta ed Otello, ma non potrebbe essere Shakespeare, si sa di lui che visse stentatamente facendo il traduttore e morendo di peste nel 1609.

• Shakespeare entra a far parte della Compagnia teatrale del Lord Ciambellano, il conte di Pembroke, la cui moglie Mary Herbert Sidney, è una delle più famose poetesse, autrice di teatro del Rinascimento inglese che gli affida il suo “dramma armadio” : La tragedia di Antoine, sulla vicenda di Antonio e Cleopatra per rappresentarla. In effetti è una tragedia raccontata da due attori, senza colloqui, ma costituiti da due soli racconti lunghissimi. Shakespeare la trasforma in tragedia “Antonio e Cleopatra” inserendo scene, personaggi e dialoghi. I dialoghi sono tratti e copiati, pedissequamente e letteralmente, dai racconti del “dramma armadio” della contessa senza aggiungervi o togliervi nulla ma soltanto spezzettandoli, cioè <<teatrandoli>>.
• Il Lord Ciambellano conte di Pembroke gli fa acquistare, nel 1595, quote del Globe Theatre, quindi Shakespeare diviene colui che raccoglie e determina le opere da rappresentare;
• Shakespeare e Marlowe erano amici nella vita e frequentavano le taverne dove discutevano animatamente, dove probabilmente si scambiavano idee e progetti. Marlowe è stato quello che ha perfezionato e portato ad altissimi livelli il black verse che, in seguito, ha adottato anche Shakespeare. Le opere di Marlowe sono precedenti a quelle di Shakespeare. Direi che Shakespeare era influenzato da Marlowe e forse questi era per lui come una Musa alla quale i poeti si ispirano e, leggendo la vita di Marlowe, si può pensare che avesse una personalità molto forte, dominante. Non ci vuole certo un computer per capire che ci sono molte analogie nelle opere di Shakespeare: (consiglio caldamente di leggere questa paginetta ascoltando la “Ballata n. 2 per pianoforte” di Franz Liszt- “Ero e Leandro”). Tenendo Giulietta e Romeo sott’occhio e guardando con il cannocchiale Ero e Leandro di Marlowe, notiamo che le due opere hanno molte similitudini, a cominciare dal titolo delle due opere, l’una e l’altra portano soltanto i nomi dei due protagonisti. Le loro storie comparate hanno punti in comune, sono amori contrastati: Ero è sacerdotessa di Venere e ha fatto voto di castità, mentre Giulietta, appartiene ad una famiglia che vive una profonda inimicizia con quella di Romeo, le storie finiscono tutte e due con la morte del maschio e sia Ero che Giulietta ricorrono al suicidio. Giulietta ed Ero parlano del loro amore, non sapendo di essere udite dall’interessato e si ritrovano così a veder stravolte le regole dell’amor cortese, entrambe temono l’arrivo del giorno che le separerà dal proprio amante dopo la prima notte. Vi sono però delle differenze per il sistema come viene trattata la storia, Shakespeare tratta l’amore e la tragedia, celebrando la morte, così come aveva trattato la vita. Marlowe esalta l’amore, la sensualità, ma sfuma la morte, la tragedia di Ero che si getta dalla torre dopo la morte di Leandro, è una morte che viene appena abbozzata, sembra quasi un trionfo dei sensi e non il racconto di una tragedia. Un altro segno dell’influenza di Marlowe su Shakespeare la si ritrova tra il Mercante di Venezia (Shakespeare) del 1598 e L’ebreo di Malta (Marlowe) del 1589, nel Mercante sono assai riconoscibili alcune tracce del dramma di Marlowe. Dal momento che le opere di Marlowe sono precedenti a quelle di Shakespeare, si può pensare ad un’influenza, come se avesse preso ispirazione, ma abbia poi trattato l’argomento a modo suo.
• Per avere grandi idee bisogna essere pensatori, oppure vivere la vita intensamente come in effetti è accaduto a Marlowe. Shakespeare invece mi appare come uno spettatore della vita e della vita è certamente un furbo osservatore. L'uno e l'altro però hanno avuto il pregio di portare la poesia ed il teatro a livelli altissimi.
• Se John Florio è l’anima linguista e filosofica di Shakespeare, Christopher Marlowe è l’anima poetica, il suggeritore della poesia, indubbiamente.
William Shakespeare non è più un solo uomo ma una triade, l’attore William Shakespeare apporta l’esperienza di scena, il poeta Christopher Marlowe mette la poesia, il linguista-filosofo John Florio aggiunge la conoscenza linguistica e filosofica, una sorte di mini cooperativa che raggiunge i vertici più alti dell’arte. Quando i versi son triti, torti e ritorti e non approdano a nulla o i dialoghi dei drammi sono pressoché incomprensibili, ecco che il quasi analfabeta Shakespeare presuntuosamente ha voluto operare da solo. Potrebbe anche darsi che la sequela di errori linguistici o poetici sia dovuta a delle cattive copie, forse anche illegali, fatte da altri delle opere di Shakespeare, ben s’intende. Semianalfabeti, quindi, potrebbero essere stati i copiatori dei testi.• Inoltre c’è una riflessione da fare: Se le commedie e le tragedie appartenevano come d’uso nel teatro elisabettiano alla “Compagnia del Lord Ciambellano” durante il regno della Regina Elisabetta e alla “Compagnia dei King’s men” durante il regno di Re Giacomo, le opere non saranno state pubblicate perché non se ne alterassero le copie ed altre compagnie teatrali potessero riprodurre i drammi della compagnia di Shakespeare: Chi voleva vedere e sentire le opere di Shakespeare doveva andare nei suoi teatri.
• Alla morte di Marlowe i consiglieri poetici di Shakespeare sembrerebbero essere stati i poeti John Lyly e Samuel Daniel, stretti collaboratori ed allievi di John Florio (Samuel Daniel era suo cognato, fratello della moglie e sarà colui che scriverà l’epitaffio sulla tomba di Shakespeare), oltre ad avere come suggeritori e consiglieri poetici tutti i veri autori delle commedie e delle tragedie affidate al teatro di Shakespeare. Sarà probabilmente questo l’altro motivo per cui nel suo testamento abbandona le quote di proprietà dei teatri e i testi dei drammi.
• “A World of the Word” di John Florio ha permesso la traduzione e la pubblicazione di un’infinità di testi del Rinascimento Italiano e di molti autori latini, che così raggiungono la società colta che ruota attorno alla corte della regina Elisabetta prima e di re Giacomo dopo.
• Saranno queste traduzioni che consentiranno a Shakespeare di attingere alle storie italiane e ai fatti storici del mondo latino.

Queste le mie conclusioni-illazioni tratte dai libri che ho letto e dalle mie riflessioni, ma io non sono “colui che ha letto tutti i libri” come Lucio Piccolo.
Morale della favola:
• William Shakespeare era un gran furbacchione (di tre cotte, almeno) che prendendo spunto da qualsiasi autore di commedia o dramma o poema, seppe divenire grandissimo poeta e drammaturgo, grazie anche alla sua esperienza e “naso” di uomo di teatro.
• Rammento di aver letto che Henry Beyle (Stendhal) comprava canovacci da scrittori insipienti per poi trasformarli nei suoi capolavori, la stessa cosa, però non provata, per Guy de Maupassant prima che fosse colpito dalla sifilide, certa invece per Alessandro Dumas. Nel XX secolo, quello appena trascorso, sembrerebbe sia divenuta prassi corrente: Le grandi case editrici compravano canovacci di romanzi (o li prendevano dalla sterminata prateria dei libri degli aspiranti scrittori che a loro inconsapevolmente li inviavano) e li affidavano ai “loro” scrittori ormai affermati. Grandissimi nomi non sarebbero i veri autori delle loro opere, si sa ma non se ne può fare cenno, per non beccarsi una bella denunzia, chi ne vuole sapere di più non ha che da leggere “Il Sole 24 ore” della Domenica, la pagina dedicata alla letteratura.
• Sterminata è la ricchezza delle fonti da cui Shakespeare ha tratto ispirazione. La grande maggioranza dei suoi lavori sono rielaborazioni di opere precedenti; inoltre, non di rado è il caso in cui Shakespeare attinga a gruppi separati di narrazioni per intrecciarle tra loro. Oltre che per il tema delle sue opere, Shakespeare ha tratto spunti e materiale per i suoi dialoghi e monologhi da innumerevoli autori precedenti.
• Lord Fuke Greville era uno dei poeti amico di Sir Philip Sidney, ma la sua poesia è troppo boriosa, seriosa, estremamente noiosa per avere a che fare con Shakespeare. I libri che sembra siano nella sua tomba non potranno che essere suoi. Da quel che mi risulta Shakespeare rifiutò sempre i suoi testi e per il suo Troilo e Cressida fece riferimento, more solito, a John Florio e Marlowe, ne ripete diversi tratti integralmente. Oggetto principale ne è la distruzione del legame sentimentale tra Troilo e Cressida. Il tono dell'opera oscilla continuamente tra quello di una commedia piccante e quello di un'oscura tragedia. Tuttavia varie caratteristiche di questo lavoro (la più evidente delle quali è il continuo interrogarsi su valori fondamentali come il rispetto della gerarchia, l'onore e l'amore) sono state spesso interpretate come distintive di un'opera "moderna". Non esiste, si badi bene che sia a mia conoscenza, alcunché di commedia piccante tra gli scritti di Fuke Greville, ha scritti drammi armadio, non colloquiati e non sceneggiati, estremamente tragici, pesanti ed estremamente noiosi. Per quanto riguarda Antonio e Cleopatra (altra opera accreditata variamente a Lord Fuke Greville) ne fornisco mia spiegazione ed interpretazione storica sotto la voce Mary Herbert. Quindi Lord Fuk Graville a mio parere non ha nulla a che fare con Shakespeare.
• John Donne - I sonetti scritti nel Seicento si avvicinano allo stile di John Donne a mio parere solo e soltanto in quanto l'arte di Donne, come quella di Shakespeare, è tesa a risolvere dialetticamente, appunto attraverso la forza dei versi, i conflitti intellettuali e morali. I versi dei due poeti si differiscono notevolmente per il semplice fatto che Donne si rifà costantemente alla poesia ed al tempo lirico del Petrarca e ad una sua naturale tendenza mistica che lo sospinge costantemente verso la teologia. Shakespeare avversa e rinnega il tempo lirico petrarchesco, con l’uso del tempo drammatico proprio della sua poesia barocca legata, come accennavo prima, all’incalzare ossessivo del tempo e alla precarietà dei rapporti umani.
• Mary Herbert, nata Sidney contessa di Pembroke Figlia del grande poeta Philip Sidney, al centro del maggior circolo letterario del tempo elisabettiano e di quello del suo erede Giacomo I, è l’autrice della “ Tragedia di Antonie”- ispirata al “Marc Antoine” del francese Robert Garnier - che introduce in Inghilterra nella forma di “tragedia armadio” ( è una forma colloquiale o di lettura da parte di uno o due attori del dramma). Shakespeare quale protetto del conte di Pembroke (il Lord Ciambellano che regolava la vita e l’attività dei teatri) è sicuramente venuto in contatto con lei e potrebbe avere utilizzato la tragedia della contessa per la stesura di Antonio e Cleopatra. Donna indubbiamente di grande cultura umanistica ma, come Donne, portata al verso ed al tempo lirico del Petrarca. Non si conosce una sua opera con i dialoghi sviluppati e la costruzione di una trama ben precisa. Del tutto ininfluente sulla stesura dei sonetti.
• Sir Francis Bacon: Anche se in possesso di grande cultura, raffinatezza ed intelletto acuto, Francis Bacon realizzò queste qualità in modo diverso da Shakespeare, il cui lavoro è fondato su "fantasia, passione e idealismo". Sebbene sia Bacone che Shakespeare mostrino conoscenze del diritto, nell’opera di Shakespeare gli usi della terminologia giuridica, a differenza di Bacon, sono riccamente metaforiche. L’impostazione metrica dei Salmi di Bacon, è ampollosa non poetica e non facile da capire come quella di Shakespeare che in definitiva è essenzialmente poetica. E' difficile immaginare che Francis Bacon, con la vita piena che ha condotto oltre le sue preoccupazioni letterarie e ufficiali, potesse aver trovato il tempo di comporre anche trentasei opere teatrali, 154 sonetti e due lunghi poemi narrativi. Infine, dato che Bacon ha vissuto il periodo del "definitivo" First Folio (1623), ci chiediamo perché non abbia utilizzato la possibilità di correggere la grande quantità dei problemi testuali lasciati irrisolti nella pubblicazione
• Edward de Vere, conte di Oxford, ebbe fama grandissima tra i suoi contemporanei quale eccelso poeta e grande drammaturgo. Abbiamo le sue poesie, non fidandomi delle mie conoscenze tecnico-giuridiche della lingua inglese, ho faticato a farmene fare la traduzione da un prof. di Cà Foscari, profondo conoscitore dell’inglese medievale. Ebbene i suoi versi forse superanno per intensità e per qualità di scrittura (sempre con blanck verse) i Sonetti di Shakespeare. Però non si conoscono i suoi drammi, tanto decantati alla corte di Elisabetta e a quella di Giacomo. E’ quindi costui l’unico che realmente potrebbe aver dato i suoi testi teatrali a Shakespeare per rappresentarli e quale grande ed importante Lord della corte, non si sia curato più di tanto che venissero pubblicati con il suo nome. Bisognerebbe cercare e trovare i suoi scritti. Rammento che nel 1989 nel castello di Peralada, nella città spagnola di Figueras, nella biblioteca, caduta dietro uno scaffale venne trovata casualmente un’epitome in volgare del “Liber Augustalis” (di Federico II di Svevia) risalente al 1465 e dedicato a Diomede Carafa, conte di Maddaloni. In Italia venne pubblicato da Domenico Maffei, ordinario di Storia del Diritto Italiano, per l’editore Laterza nel 1995. Qualcosa del genere accadde con il Codice Atlantico di Leonardo e con le ceneri di Dante Alighieri, racchiuse in una busta e nascoste dietro la Divina Commedia, conservata e venerata (è la “Dantis Comoedia” manoscritto del 1301 donato dal figlio Jacopo) alla biblioteca medicea laurenziana di Firenze. Quindi è sempre possibile che un giorno vengano fuori gli scritti di de Vere e solo allora si potranno comparare con quelli di Shakespeare.

N.B. Desidero precisare che non sono uno studioso della Letteratura Inglese, ma soltanto un lettore appassionato che cerca di leggere criticamente tutto ciò che di scritto gli capita sotto gli occhi, compresa la lista della spesa di mia moglie per il supermercato, pertanto i miei pareri a proposito degli scritti di Mr. Shakespeare sono del tutto personali ed arbitrari, rasentando le illazioni, se non costituiscono vere e proprie illazioni.

P.S. Non credo sia il caso di fare “copia e incolla” ma è sufficiente dare un’occhiata alle voci :
• Attribuzione delle opere di Shakespeare – Wikipedia
• William Shakespeare- Wikipedia
Questo al fine di potere vedere con i propri occhi l’enorme massa di connessioni tra gli scritti di Shakespeare e le opere “pubblicate e non” dai nobili appartenenti al Rinascimento Inglese. Uomini e donne di corte estremamente colti e grande preparazione umanistica. Connessioni che danno forza al mio discorso. A leggere le due intere voci il panorama si ampia ancor di più di quanto non riescono a fare le mie osservazioni.
Inoltre alla corte di Elisabetta e poi di Giacomo (considerato il più colto dei re inglesi in tutta la loro storia), vi è tutto un mondo di letterati che ruota attorno Sir Philip Sidney, figlie, generi, sorella e sono tutti tra i maggiori poeti inglesi e tutti dettero drammi armadio, tragedie e commedie da rappresentare a Shakespeare.

A conforto delle mie opinioni-quasi illazioni, cito un solo esempio, Ralph Waldo Emerson, nel suo saggio su Shakespeare asserisce:
Di fatto appare che Shakespeare aveva debiti letterari in ogni direzione, ed era in grado di utilizzare qualunque cosa trovasse; e l'ammontare dei debiti si può capire dai laboriosi calcoli di Malone riguardo alla parte I, II e III dell'Enrico IV, in cui, su 6043 versi, 1771 furono scritti da qualche autore precedente Shakespeare, 2373 da lui, sulle fondamenta posate dai suoi predecessori, e 1899 erano interamente suoi.

Shakespeare fu quindi un uomo, tra i più illustri, che seppe effettuare un perfetto “Copia ed incolla”?
Credo proprio di si.
• Ecco perché oggi si può affermare che Shakespeare non costituisce più un enigma, almeno per me.

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