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SALA CONFERENZE

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SALA   CONFERENZE - Pagina 4 Empty Re: SALA CONFERENZE

Messaggio Da debdea il Gio 17 Mar 2011, 23:50

debdea ha scritto:
pavese aveva quella naturale propensione al "conosci te stesso" che caratterizza i veri narratori: rifletteva sul senso autentico dell'esistenza, trasformava tutto in filosofia, in ricerca del senso carnale dell'esistenza. era affascinato dalla terra e dalla natura in modo ossessivo, morboso, e lo stesso accadeva per la creatura femminile, frutto di quelle stesse energie..la carne, il sangue, la terra fertile, il sesso, le parole che pulsano di ritmo vivo perché nascono da quella profonda e ancestrale energia Isiaca e Dionisiaca. questo era pavese. sapeva guardare al mondo con gli occhi di un pazzo, di un ubriaco, di un bambino. ma era impotente. e percepire la vera potenza femminile senza saperla affrontare e superare gli è stato fatale, povero fratello mio. mi sarebbe piaciuto aiutarlo in questo

LA BELVA

Noi siamo convinti che gli amori di Artemide con Endimione non furono cosa carnale. Ciò beninteso non esclude - tutt'altro - che il meno energico dei due anelasse a sparger sangue. Il carattere non dolce della dea vergine - signora delle belve, ed emersa nel mondo da una selva d'indescrivibili madri divine del mostruoso Mediterraneo - è noto. Altrettanto noto è che uno quando non dorme vorrebbe dormire e passa alla storia come l'eterno sognatore.

(Parlano Endimione e uno straniero).

ENDIMIONE Ascolta, passante. Come a straniero posso dirti queste cose. Non spaventarti dei miei occhi di folle. Gli stracci che ti avvolgono i piedi sono brutti come i miei occhi, ma tu sembri un uomo valido che quando vorrà si fermerà nel paese che ha scelto, e qui avrà un riparo, un lavoro, una casa. Ma sono convinto che se adesso cammini è perchè non hai nulla se non la tua sorte. E tu vai per le strade a quest'ora dell'alba - dunque ti piace essere sveglio tra le cose quando escono appena dal buio e nessuno le ha ancora toccate. Vedi quel monte? E' il Latmo. Io l'ho salito tante volte nella notte, quand'era più nero, e ho atteso l'alba tra i suoi faggi. Eppure mi pare di non averlo toccato mai.
STRANIERO Chi può dire di aver mai toccato quello accanto a cui passa?
ENDIMIONE Penso a volte che noi siamo come il vento che trascorre impalpabile. O come i sogni di chi dorme. Tu ami, straniero, dormire di giorno?
STRANIERO Dormo comunque, quando ho sonno e casco.
ENDIMIONE E nel sonno ti accade - tu che vai per le strade - di ascoltar lo stormire del vento, e gli uccelli, gli stagni, il ronzìo, la voce dell'acqua? Non ti pare, dormendo, di non essere mai solo?
STRANIERO Amico, non saprei. Sono vissuto sempre solo.
ENDIMIONE O straniero, io non trovo più pace nel sonno. Credo di aver dormito sempre, eppure so che non è vero.
STRANIERO Tu mi sembri uomo fatto, e robusto.
ENDIMIONE Lo sono, straniero, lo sono. E so il sonno del vino, e quello pesante che si dorme al fianco di una donna, ma tutto questo non mi giova. Dal mio letto oramai tendo l'udito, e sto pronto a balzare, e ho questi occhi, questi occhi, come di chi fissa il buio. Mi pare di esser sempre vissuto così.
STRANIERO Ti è mancato qualcuno?
ENDIMIONE Qualcuno? O straniero, tu lo credi che noi siamo mortali?
STRANIERO Qualcuno ti è morto?
ENDIMIONE Non qualcuno. Straniero, quando salgo sul Latmo io non sono più un mortale. Non guardare i miei occhi, non contano. So che non sogno, da tanto non dormo. Vedi le chiazze di quei faggi, sulla rupe? Questa notte ero là e l'ho aspettata.
STRANIERO Chi doveva venire?
ENDIMIONE Non diciamo il suo nome. Non diciamolo. Non ha nome. O ne ha molti, lo so. Compagno uomo, tu sai cos'è l'orrore del bosco quando vi si apre una radura notturna? O no. Quando ripensi nottetempo alla radura che hai veduto e traversato di giorno, e là c'è un fiore, una bacca che sai, è una cosa selvaggia, intoccabile, mortale, fra tutte le cose selvagge? Capisci questo? Un fiore che è come una belva? Compagno, hai mai guardato con spavento e con voglia la natura di una lupa, di una daina, di una serpe?
STRANIERO Intendi, il sesso della belva viva?
ENDIMIONE Sì ma non basta. Hai mai conosciuto persona che fosse molte cose in una, le portasse con sè, che ogni suo gesto, ogni pensiero che tu fai di lei racchiudesse infinite cose della tua terra e del tuo cielo, e parole, ricordi, giorni andati che non saprai mai, giorni futuri, certezze, e un'altra terra e un altro cielo che non ti è dato possedere?
STRANIERO Ho sentito parlare di questo.
ENDIMIONE O straniero, se questa persona è la belva, la cosa selvaggia, la natura intoccabile, che non ha nome?
STRANIERO Tu parli di cose terribili.
ENDIMIONE Ma non basta. Tu mi ascolti, com'è giusto. E se vai per le strade, sai che la terra è tutta piena di divino e di terribile. Se ti parlo è perchè, come viandanti e sconosciuti, anche noi siamo un poco divini.
STRANIERO Certo, ho veduto molte cose. E qualcuna terribile. Ma non occorre andar lontano. Se può giovarti, ti dirò che gli immortali sanno la strada della cappa del camino.
ENDIMIONE Dunque, lo sai, e mi puoi credere. Io dormivo una sera sul Latmo - era notte - mi ero attardato nel vagabondare, e seduto dormivo, contro un tronco. Mi risvegliai sotto la luna - nel sogno ebbi un brivido al pensiero ch'ero là, nella radura - e la vidi. La vidi che mi guardava, con quegli occhi un poco obliqui, occhi fermi, trasparenti, grandi dentro. Io non lo seppi allora, non lo sapevo l'indomani, ma ero già cosa sua, preso nel cerchio dei suoi occhi, dello spazio che occupava, della radura, del monte. Mi salutò con un sorriso chiuso; io le dissi: "Signora"; e aggrottava le ciglia, come ragazza un po' selvatica, come avesse capito che mi stupivo, e quasi dentro sbigottivo, a chiamarla signora. Sempre rimase poi fra noi quello sgomento.
O straniero, lei mi disse il mio nome e mi venne vicino - la tunica non le dava al ginocchio - e stendendo la mano mi toccò i capelli. Mi toccò quasi esitando, e le venne un sorriso, un sorriso incredibile, mortale. Io fui per cadere prosternato - pensai tutti i suoi nomi - ma lei mi trattenne come si trattiene un bimbo, la mano sotto il mento. Sono grande e robusto, mi vedi, lei fiera e non aveva che quegli occhi - una magra ragazza selvatica - ma fui come un bimbo. "Tu non dovrai svegliarti mai", mi disse. "Non dovrai fare un gesto. Verrò ancora a trovarti". E se ne andò per la radura.
Percorsi il Latmo, quella notte, fino all'alba. Seguii la luna in tutte le forre, nelle macchie, sulle vette. Tesi l'orecchio che ancora avevo pieno, come d'acqua marina, di quella voce un poco rauca, fredda, materna. Ogni brusio e ogni ombra mi arrestava. Delle creature selvagge intravvidi soltanto le fughe. Quando venne la luce - una luce un po' livida, coperta - guardai dall'alto la pianura, questa strada che facciamo, straniero, e capii che mai più sarei vissuto tra gli uomini. Non ero più uno di loro. Attendevo la notte.
STRANIERO Cose incredibili racconti, Endimione. Ma incredibili in questo che, poichè senza dubbio sei tornato sul monte, tu viva e cammini tuttora, e la selvaggia, la signora dai nomi, non ti abbia ancora fatto suo.
ENDIMIONE Io sono suo, straniero.
STRANIERO Voglio dire... Non conosci la storia del pastore lacerato dai cani, l'indiscreto, l'uomo-cervo?
ENDIMIONE O straniero, io so tutto di lei. Perchè abbiamo parlato, parlato, e io fingevo di dormire, sempre, tutte le notti, e non toccavo la sua mano, come non si tocca la leonessa o l'acqua verde dello stagno, o la cosa che è più nostra e portiamo nel cuore. Ascolta. Mi sta innanzi - una magra ragazza, non sorride, mi guarda. E gli occhi grandi, trasparenti, hanno visto altre cose. Le vedono ancora. Sono loro queste cose. In questi occhi c'è la bacca e la belva, c'è l'urlo, la morte, l'impetramento crudele. So il sangue sparso, la carne dilaniata, la terra vorace, la solitudine. Per lei, la selvaggia, è solitudine. Per lei la belva è solitudine. La sua carezza è la carezza che si fa al cane o al tronco d'albero. Ma, straniero, lei mi guarda, mi guarda, e nella tunica breve è una magra ragazza, come tu forse ne hai vedute al tuo paese.
STRANIERO Della tua vita d'uomo, Endimione, non avete parlato?
ENDIMIONE Straniero, tu sai cose terribili, e non sai che il selvaggio e il divino cancellano l'uomo?
STRANIERO Quando sali sul Latmo non sei più mortale, lo so. Ma gli immortali sanno stare soli. E tu non vuoi la solitudine. Tu cerchi il sesso delle bestie. Tu con lei fingi il sonno. Che cos'è dunque che le hai chiesto?
ENDIMIONE Che sorridesse un'altra volta. E questa volta, esserle sangue sparso innanzi, essere carne nella bocca del suo cane.
STRANIERO E che ti ha detto?
ENDIMIONE Nulla dice. Mi guarda. Mi lascia solo, sotto l'alba. E la cerco tra i faggi. La luce del giorno mi ferisce gli occhi. "Tu non dovrai svegliarti mai", mi ha detto.
STRANIERO O mortale, quel giorno che sarai sveglio veramente, saprai perchè ti ha risparmiato il suo sorriso.
ENDIMIONE Lo so fin d'ora, o straniero, o tu che parli come un dio.
STRANIERO Il divino e il terribile corron la terra, e noi andiamo sulle strade. L'hai detto tu stesso.
ENDIMIONE O dio viandante, la sua dolcezza è come l'alba, è terra e cielo rivelati. Ed è divina. ma per altri, per le cose e le belve, lei la selvaggia ha un riso breve, un comando che annienta. E nessuno le ha mai toccato il ginocchio.
STRANIERO Endimione, rassegnati nel tuo cuore mortale. Nè dio nè uomo l'ha toccata. La sua voce ch'è rauca e materna è tutto quanto la selvaggia ti può dare.
ENDIMIONE Eppure.
STRANIERO Eppure?
ENDIMIONE Finchè quel monte esisterà non avrò più pace nel sonno.
STRANIERO Ciascuno ha il sonno che gli tocca, Endimione. E il tuo sonno è infinito di voci e di grida, e di terra, di cielo, di giorni. Dormilo con coraggio, non avere altro bene. La solitudine selvaggia è tua. Amala come lei l'ama. E adesso, Endimione, io ti lascio. La vedrai questa notte.
ENDIMIONE O dio viandante, ti ringrazio.
STRANIERO Addio. Ma non dovrai svegliarti più, ricorda.


Cesare Pavese, Dialoghi con Leucò

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Messaggio Da debdea il Gio 17 Mar 2011, 23:52

debdea ha scritto:


l'inquietudine di cesare era data appunto dal suo non sapersi rapportare con le donne, dall'esserne fatalmente attratto e altrettanto fatalmente respinto.

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi -
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla.

Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.


Cesare Pavese, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

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Messaggio Da orazio gentile il Ven 18 Mar 2011, 00:30

[quote="debdea

<<Mozia fu probabilmente interessata dalle esplorazioni dei mercanti-navigatori fenici, che si spinsero nel Mar Mediterraneo occidentale, a partire dalla fine del XII secolo a.C.: dovette rappresentare un punto d'approdo ed una base commerciale morfologicamente molto simile alla città fenicia di Tiro. Il nome antico in fenicio era Mtw, Mtw o Hmtw, come risulta dalle legende monetali; il nome riportato in greco è citato anche da Tucidide[1] e da Diodoro Siculo[2]. Intorno alla metà dell'VIII secolo a.C., con l'inizio della colonizzazione greca in Sicilia, Tucidide riporta che i Fenici si ritirarono nella parte occidentale dell'isola, più esattamente nelle tre città di loro fondazione: Mozia, Solunto e Palermo. Archeologicamente è testimoniato un insediamento della fine dell'VIII secolo a.C., preceduto da una fase protostorica sporadica ed alquanto modesta. Le fortificazioni che circondano l'isola possono essere forse collegate alle spedizioni greche in Sicilia occidentale di Pentatlo e Dorieo nel VI secolo a.C.
Nel 397 a.C. Dionisio di Siracusa prese e distrusse la città all'inizio della sua campagna di conquista delle città elime e puniche della Sicilia occidentale; l'anno successivo Mozia venne ripresa dai Cartaginesi, ma perse di importanza in conseguenza della fondazione di Lilibeo.>> Da Wikipedia = Mozia


A Capo Lilibeo nel 397 a.C. fu deportata tutta la popolazione fenicia, compresi sacerdoti e sacerdotesse, furono i fondatori della nuova città, Lilibeo. Il tempio di Capo Lilibeo, ancora oggi si trova ad una decina di km dalla città, venne affidato alle sacerdotesse che esercitando la <<prostituzione sacra>> con il ricavato erano in grado di mantenere il tempio senza l’apporto finanziario dei cittadini.
A Lilibeo, l’attuale Marsala, nel museo cittadino – Baglio Anselmi- vi sono delle monete con il volto di Iside che nel tempo, nella corruzioni della lingua e della religione fenicia trapiantata a Lilibeo e lontana dalla madre patria (Tiro e Sidone nel Libano) divenne Tanit.
Il tempio di Iside – Tanit venne distrutto tre volte nel corso dei secoli e sempre ricostruito con le stesse pietre nello stesso posto, e oggi è una piccola chiesa Cattolica dedicata a San Giovanni Battista. Ancora oggi le eredi delle sacerdotesse di Iside-Tanit venerano le mura della chiesa e si soffermano sui lati dove in seguito alla loro sicurezza è stato archeologicamente dimostrato che esistevano le porte del tempio.
Le attuali sacerdotesse continuano nelle notti di plenilunio e della festività di San Giovanni Battista- culto legato all’acqua come quello di Iside-Tanit- a compiere delle cerimonie di unione metafisica (gettano le monete in acqua stando in piedi sulle rocce del Capo Lilibeo) con il mare. In gran segreto si dice che la Chiesetta di San Giovanni è stata sempre ricostruita con i proventi della prostituzione sacra che continuerebbe ancora oggi per potere mantenere la chiesetta che è piena di opere d’arte insigni.
La preghiera alla dea Iside-Tanit non e’ quella sciocchezza che qualcuno pone continuamente nel Forum ma è ben altra, così come altra è pure l’immagine di Iside-Tanit.

Testa di Iside-Tanit sul monte Hercta ( Monte Pellegrino) dove era arroccato l’esercito Fenicio di Zys (Palermo)

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SALA   CONFERENZE - Pagina 4 Empty preghiera a Iside-Tanit - durante l'alta marea

Messaggio Da orazio gentile il Ven 18 Mar 2011, 00:39

Sposalizio con le acque dell'alta marea (la personificazione di Iside non altre farneticazioni)


Bedda Matri Santissima
Signura di l'acqua
Matri di tutti li virità
dunami tutti li tò virità
Signura di lu ventu
Matri di tutti li disgrazie
Pigghiati tutti li me disgrazie
Signura di lu focu
Matri di tutti li furtuni
Dunami tutti li tò furtuni
Signura di la terra
Matri di tutti li biddizzi
Dunami tutti li tò biddizzi




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Messaggio Da orazio gentile il Ven 18 Mar 2011, 00:49

[quote="Cesare Pavese, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi quote)

A dire della Signora Fernanda Pivano, Cesare Pavese soffriva di depressione non di impotenza, quando stava bene e trovava una donna che lo amava sinceramente non sembra avesse alcun problema.
Certo se avesse trovata una donna angustiatrice ...



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SALA   CONFERENZE - Pagina 4 Empty consigli su Cesare Pavese

Messaggio Da orazio gentile il Ven 18 Mar 2011, 08:15

Ratsy ha scritto:Ecco, adesso si che mi avete incuriosita! Very Happy
Per questo week end ho già un romanzo in attesa ma, per favore, consigliatemi un titolo di questo signor Pavese, in modo che mi possa fare un'idea personale! study


Io non me la sento di consigliare di leggere Pavese ad una persona soggetta a stati depressivi o afflitta da melanconia più o meno grave, o, quanto meno con un carattere facilmente influenzabile.

Occorre avere un carattere forte non suggestionabile, non soggetto a stati di depressione. Molti attori, registi che hanno lavorato sui testi di Pavese sono finiti suicidi.
Infatti questa influenza di Pavese sugli animi deboli con spinta morale al suicidio venne chiamato: << Il male oscuro>>
Pavese scrisse un romanzo autobiografico che meglio di tutto spiega l’uomo, oltre ad essere un grande letterato ed un bravissimo traduttore, era un uomo di genio:
<<La luna e i falò>>

Sarebbe preferibile leggere Italo Calvino che lavorò a lungo con Pavese e trasportò in letteratura i suoi concetti, ma privi della tendenza al <<male oscuro>>

http://www.ibs.it/code/9788854118911/pavese-cesare/luna-e-i-fal-ograve.html




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Messaggio Da debdea il Ven 18 Mar 2011, 08:18

orazio gentile ha scritto:[quote="Cesare Pavese, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi quote)

A dire della Signora Fernanda Pivano, Cesare Pavese soffriva di depressione non di impotenza, quando stava bene e trovava una donna che lo amava sinceramente non sembra avesse alcun problema.
Certo se avesse trovata una donna angustiatrice ...




ti posso dire una cosa, orazio. l'impotenza non è necessariamente difficoltà a raggiungere l'erezione. è una cosa molto più sottile. io ho avuto un fidanzato depresso, molti anni fa. che all'occorrenza diventava impotente anche in senso fisico, ma con me. può darsi che con altre non gli accadesse. l'impotenza nasce in un uomo dall'entrare in contatto con le "energie oscure" di una femmina e non saperle affrontare. temerle. io sono un'insegnante di tantra, quindi so di che parlo. la maggior parte delle donne sono "eva". questa è la forma femminile che per secoli ha plasmato l'immaginario maschile e di conseguenza femminile in occidente. io sono una femmina shakti, una lilith. non ho paura a mostrare il mio lato oscuro e abissale. non ho paura che il maschio che ho di fronte si ammosci. non ho paura di essere lasciata sola o lapidata o messa al bando o al rogo come una strega. questa è ISIDE.

iside non è "cultura", fredda sapienza accademica, orazio. iside è l'energia oscura della donna che non teme di rompere tutti gli schemi pur di manifestarsi nel mondo. è quell'energia che cesare associava ad artemide, alla belva, alla signora delle bestie, potnia thèron. ed è qualcosa che sperimenti nella carne, e non sui libri. iside, artemide, lilith, shakti, non sono che sinonimi della stessa Potenza Oscura Femminile: quella che i tantrici chiamano IL POTERE DEL SERPENTE. e non devo starti a ricordare io quanto la cultura giudaico-cristiana abbia demonizzato il serpente.

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Messaggio Da debdea il Ven 18 Mar 2011, 08:21

[quote="orazio gentile"]
Ratsy ha scritto:
Io non me la sento di consigliare di leggere Pavese ad una persona soggetta a stati depressivi o afflitta da melanconia più o meno grave, o, quanto meno con un carattere facilmente influenzabile.

Occorre avere un carattere forte non suggestionabile, non soggetto a stati di depressione. Molti attori, registi che hanno lavorato sui testi di Pavese sono finiti suicidi.
Infatti questa influenza di Pavese sugli animi deboli con spinta morale al suicidio venne chiamato: << Il male oscuro>>
Pavese scrisse un romanzo autobiografico che meglio di tutto spiega l’uomo, oltre ad essere un grande letterato ed un bravissimo traduttore, era un uomo di genio:
<<La luna e i falò>>

Sarebbe preferibile leggere Italo Calvino che lavorò a lungo con Pavese e trasportò in letteratura i suoi concetti, ma privi della tendenza al <<male oscuro>>

http://www.ibs.it/code/9788854118911/pavese-cesare/luna-e-i-fal-ograve.html





è appunto questo che intendo, orazio. non puoi prendere cesare senza il suo male oscuro. non è più lui. i testi vanno letti nella versione che ne dà l'autore, nelle sue parole di carne e sangue, e non nell'interpretazione che ne dà un'altra persona, per quanto sapiente. potrebbe non averci capito nulla. o stare tentando di "ridurre" il caos primordiale al suo Ordine mentale. niente di più sbagliato in arte.
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Messaggio Da debdea il Ven 18 Mar 2011, 08:29

[quote="orazio gentile"]
Ratsy ha scritto:EccoSarebbe preferibile leggere Italo Calvino che lavorò a lungo con Pavese e trasportò in letteratura i suoi concetti, ma privi della tendenza al <<male oscuro>>

che ne sarebbe di rimbaud e di baudelaire, se si consigliasse di leggere degli interpreti che ne azzerano il "male oscuro"? non riesco a capire i consigli che dai, orazio, tuttavia adesso mi è molto chiaro il motivo per cui mi sfuggi e tenti di spacciare per farneticazioni le mie argomentazioni.

ti lascio a fare la conoscenza di lilith.

Il ritorno di Lilith

Io sono Lilith, la dea delle due notti che ritorna dall’esilio.
Io sono Lilith, la donna-destino. Nessun maschio le e’ mai sfuggito e nessun maschio desidera sfuggirle.
Io sono le due lune Lilith. Quella nera e’ completata dalla bianca, perche’ la mia purezza e’ la scintilla della sua depravazione, e la mia astinenza l’inizio del possibile. Io sono la donna-paradiso che cadde dal paradiso, e sono la caduta-paradiso.
Io sono la vergine, viso invisibile della scostumatezza, la madre-amante e la donna-uomo. La notte perche’ sono il giorno, il lato destro perche’ sono il lato sinistro, e il sud perche’ sono il nord.
Io sono Lilith dai candidi seni. Irresistibile e’ il mio fascino perche’ i miei capelli sono corvini e lunghi, e di miele sono i miei occhi. La leggenda narra fui creata dalla terra per essere la prima donna di Adamo, ma io non mi sono sottomessa.



Io faccio l’amore e mi riproduco per creare un popolo del mio lignaggio, poi uccido i miei amanti per lasciare spazio a coloro che non mi hanno ancora conosciuta.
Io sono la guardiana del pozzo e il punto di incontro degli opposti. I baci sul mio corpo sono le piaghe di quanti lo tentarono. Dal flauto delle due cosce sale il mio canto, e dal mio canto la maledizione si diffonde come acqua sulla terra.
Dal flauto delle due cosce si eleva il mio canto
e dalla mia lussuria sgorgano i fiumi.
Come non potrebbero esserci maree
ogni volta che tra le mie labbra verticali brilla un sorriso? …
I libri mi hanno scritta anche se non mi avete mai letta. Il piacere sfrenato, la sposa ribelle il compimento della lussuria che conduce alla rovina totale: sulla follia si schiude la mia camicia.
Quanti mi ascoltano meritano la morte, e quanti non mi ascoltano moriranno di rabbia.
Non sono ne’ la ritrosia ne’ la giumenta facile, piuttosto il fremito della prima tentazione.
Non sono ne’ la ritrosia ne’ la giumenta facile, piuttosto lo svanire dell’ultimo rimpianto.
Io sono la leonessa seduttrice e ritorno per coprire i sottomessi di vergogna e per regnare sulla terra. Ritorno per guarire la costola di Adamo e liberare ogni uomo dalla sua Eva.
Io sono Lilith
e ritorno dal mio esilio
per ereditare la morte della madre che ho generato.

Joumana Haddad

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Messaggio Da anonymizer il Ven 18 Mar 2011, 08:30

[quote="debdea"][quote="orazio gentile"][quote="Cesare Pavese, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi quote)


iside non è "cultura", fredda sapienza accademica, orazio. iside è l'energia oscura della donna che non teme di rompere tutti gli schemi pur di manifestarsi nel mondo. è quell'energia che cesare associava ad artemide, alla belva, alla signora delle bestie, potnia thèron. ed è qualcosa che sperimenti nella carne, e non sui libri. iside, artemide, lilith, shakti, non sono che sinonimi della stessa Potenza Oscura Femminile: quella che i tantrici chiamano IL POTERE DEL SERPENTE. e non devo starti a ricordare io quanto la cultura giudaico-cristiana abbia demonizzato il serpente.

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per dirla in cinese antico (7000 anni a.C)

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Messaggio Da debdea il Ven 18 Mar 2011, 08:37

il cigno nero è lilith, il male oscuro di pavese

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Messaggio Da debdea il Ven 18 Mar 2011, 08:41

anonymizer ha scritto:
MINCHIATE

per dirla in cinese antico (7000 anni a.C)


mi complimento per lo spessore delle tue ARGOMENTAZIONI, fratello, sicuro di essere capitato nel forum giusto? questo è un forum letterario, sai com'è.
Wink
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SALA   CONFERENZE - Pagina 4 Empty Marcel Proust

Messaggio Da orazio gentile il Ven 18 Mar 2011, 08:54

Non capisco perché in questo forum ci siano delle persone che navighino contro il normale svolgersi delle cose. Mi sono alquanto disgustato, per non lasciare in asso il discorso di Proust e Sainte-Beuve chiudo in questa rapida ma esaustiva maniera:
Il nucleo saggistico da cui nascono personaggi, sfondi e trame della Recherche proustiana è ciò che ne scrive il grande autore:

"Ogni giorno attribuisco meno valore all'intelligenza. Ogni giorno mi rendo sempre meglio conto che solo indipendentemente da essa lo scrittore può cogliere nuovamente qualcosa dalle sue impressioni, ossia qualcosa di lui stesso e la sola materia dell'arte..."


Sul fatto dominante della sua vita di non essere d’accordo con Sainte –Beuve scrisse infatti:

"un libro è il prodotto di un io diverso da quello che si manifesta nelle nostre abitudini, nella vita sociale, nei nostri visi"

"l'io dello scrittore si manifesta solamente nei suoi libri".

Però nel Jean Santeuil, postumo, scrisse:

"..tuttavia, la nostra vita non è separata dalle nostre opere..."



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Messaggio Da debdea il Ven 18 Mar 2011, 09:19

orazio gentile ha scritto:Non capisco perché in questo forum ci siano delle persone che navighino contro il normale svolgersi delle cose. Mi sono alquanto disgustato, per non lasciare in asso il discorso di Proust e Sainte-Beuve chiudo in questa rapida ma esaustiva maniera:
Il nucleo saggistico da cui nascono personaggi, sfondi e trame della Recherche proustiana è ciò che ne scrive il grande autore:

"Ogni giorno attribuisco meno valore all'intelligenza. Ogni giorno mi rendo sempre meglio conto che solo indipendentemente da essa lo scrittore può cogliere nuovamente qualcosa dalle sue impressioni, ossia qualcosa di lui stesso e la sola materia dell'arte..."


Sul fatto dominante della sua vita di non essere d’accordo con Sainte –Beuve scrisse infatti:

"un libro è il prodotto di un io diverso da quello che si manifesta nelle nostre abitudini, nella vita sociale, nei nostri visi"

"l'io dello scrittore si manifesta solamente nei suoi libri".

Però nel Jean Santeuil, postumo, scrisse:

"..tuttavia, la nostra vita non è separata dalle nostre opere..."





la ricerca del temps perdu passa attraverso il ricordo di ciò che abbiamo voluto seppellire sotto le sabbie del tempo. lilith è per l'appunto una di queste cose soggetta a damnatio memoriae. dato che citi proust mi piacerebbe a questo punto citare dei passi del diario di paese in cui ne parla, ma a questo punto non mi sembra più opportuno. se il riferimento in apertura del tuo post precedente che ho quotato è a me, dato che non osi nominarmi posso solo ipotizzarlo, credo che sia più giusto che mi ritiri io da questo thread, dal momento che l'hai aperto tu. avevi invitato tutti a partecipare e a restare in topic "letteratura", supponevo che il mio contributo, anche fortemente argomentato e partecipato, potesse essere fonte di confronto e non di irritazione.

se ho supposto male, me ne dispiaccio, e mi ritiro da questo thread.
un bacio a tutti
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Messaggio Da Ratsy il Ven 18 Mar 2011, 10:26

debdea ha scritto:
Ratsy ha scritto:Ps: sono andata sulla pagina wiki del Diario ed ecco che voglio assolutamente leggerlo! Sono già fissata, domani riaprono i negozi vero?!! Shocked

beh, in caso trovassi chiuso intanto offro io, nel senso che ti trascrivo un po' di passi deliziosi...

TROVATOOOO Very Happy

Comincio subito con l'introduzione di Segre!
(che tra l'altro inizia così: "Suicidio in uno dei più noti alberghi di Torino (26-27 agosto 1950) al termine di una relazione burrascosa con un'attrice cinematografica americana: per uno scrittore celebre, da poco incoronato dal premio Strega, ce n'erano di motivi di attenzione persino morbosa.")

Buona mattinata a tutti study
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Messaggio Da caspiterina il Sab 19 Mar 2011, 16:06

orazio gentile ha scritto:
caspiterina ha scritto:Mi alzo io! Voglio parlare! Però adesso non ho tempo... Crying or Very sad Mi risiedo.

... e io ancora che aspetto.
ahaha le donne
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Messaggio Da caspiterina il Sab 19 Mar 2011, 16:11

Penso a Paolo Coelho. Ho letto L'Alchimista ancora quando vivevo in Brasile. Molto tempo dopo ho chiesto all'autore (con una mail) perché nei suoi libri lui parli del mondo occulto se nella vita reale è profondamente cattolico.
Mi ha risposto dicendo che tanti dogmi della chiesa sono in evoluzione e un giorno scompariranno. La sua risposta non mi ha convinta, e da quel giorno ho letto i suoi libri in modo diverso.
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Messaggio Da Artemisia il Sab 19 Mar 2011, 17:29

caspiterina ha scritto:Penso a Paolo Coelho. Ho letto L'Alchimista ancora quando vivevo in Brasile. Molto tempo dopo ho chiesto all'autore (con una mail) perché nei suoi libri lui parli del mondo occulto se nella vita reale è profondamente cattolico.
Mi ha risposto dicendo che tanti dogmi della chiesa sono in evoluzione e un giorno scompariranno. La sua risposta non mi ha convinta, e da quel giorno ho letto i suoi libri in modo diverso.

Caspiterina, ma tu sei come me? Io ho scritto a Terry Brooks e conservo gelosamente la sua lettera di risposta.

Di Paulo Coelho ho letto: "Il diavolo e la signorina Prym" e "Sono come il fiume che scorre".
Sai che su molte pagine letterarie appena nomini Coehlo diventano tutti insofferenti e spesso offensivi nei confronti di chi legge questo autore? Mah... a me piace molto.

So che "L'alchimista" è il libro di maggior successo di Coelho, io non l'ho letto, a te è piaciuto?
Capisco la tua perplessità nei riguardi di uno scrittore cristiano che parli di alchimia e via dicendo, ma penso che possa considerarsi una sorta di cammino di ricerca interiore, che si esplica attraverso la scrittura.
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Messaggio Da Aspide il Dom 20 Mar 2011, 23:05

Orazio, io ho letto la luna e i falò molti anni fa, per il quarto esame di italiano. Lo ricordo come un bel libro, ma non mi lasciò alcun segno di inquietitudine, dentro. Poi lessi "La bella estate", perché pensavo mi piacesse l'autore. Che dire? Non lo so, oggi, se Pavese mi piacerebbe ancora. Non ho più avuto voglia di rileggerlo. Forse perché era lontano dal mio modo di vedere e di sentire la vita. Non so se reggerà all'insulto del tempo e i posteri lo ricorderanno. Come impegno civile e politico preferisco di gran lunga lo Sciasci a di "A ciascuno il suo". Forse il più bel giallo italiano. Non so. Ma forse è solo questione di gusti.
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Messaggio Da caspiterina il Lun 21 Mar 2011, 01:56

Aspide ha scritto:Orazio, io ho letto la luna e i falò molti anni fa, per il quarto esame di italiano. Lo ricordo come un bel libro, ma non mi lasciò alcun segno di inquietitudine, dentro. Poi lessi "La bella estate", perché pensavo mi piacesse l'autore. Che dire? Non lo so, oggi, se Pavese mi piacerebbe ancora. Non ho più avuto voglia di rileggerlo. Forse perché era lontano dal mio modo di vedere e di sentire la vita. Non so se reggerà all'insulto del tempo e i posteri lo ricorderanno. Come impegno civile e politico preferisco di gran lunga lo Sciasci a di "A ciascuno il suo". Forse il più bel giallo italiano. Non so. Ma forse è solo questione di gusti.

T'ammiro, Asp. Hai un modo così delicato di dire che non sei d'accordo... (Ammiro anche Art, che sia chiaro!)
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SALA   CONFERENZE - Pagina 4 Empty Pavese

Messaggio Da orazio gentile il Lun 21 Mar 2011, 13:23

Aspide ha scritto:Orazio, io ho letto la luna e i falò molti anni fa, per il quarto esame di italiano. Lo ricordo come un bel libro, ma non mi lasciò alcun segno di inquietitudine, dentro. Poi lessi "La bella estate", perché pensavo mi piacesse l'autore. Che dire? Non lo so, oggi, se Pavese mi piacerebbe ancora. Non ho più avuto voglia di rileggerlo. Forse perché era lontano dal mio modo di vedere e di sentire la vita. Non so se reggerà all'insulto del tempo e i posteri lo ricorderanno. Come impegno civile e politico preferisco di gran lunga lo Sciasci a di "A ciascuno il suo". Forse il più bel giallo italiano. Non so. Ma forse è solo questione di gusti.

Desidero fare una premessa a questa risposta, mi interesso di letteratura, arte e psicologia solo e soltanto come appassionato, ritengo le scienze umane siano per me un hobby e non cerco, appunto, di trattarle da vere scienze essendo privo di preparazione accademica in proposito, la mia disciplina è la Storia ed in particolare la Storia Economica. Sia chiaro che non intendo “sedermi in cattedra” come qualcuno vuol credere, esprimo soltanto la mia opinione da lettore ed appassionato tra amici, opinione che può essere fondata, fondata in parte o del tutto infondata.


Aspide - Leggendo il tuo post non ho potuto fare a meno di sorridere: E’ evidente che tu non sei una persona soggetta a stati depressivi o afflitta da melanconia più o meno grave e non sembra tu abbia un carattere facilmente influenzabile. Hai quindi un carattere forte non suggestionabile, non soggetto a stati di depressione. Carattere forte che io ritengo sia necessario per leggere Pavese, sei munita di quei famosi attributi che ti consentono di attraversare fasi più o meno critiche nella vita tua o nella letteratura.
Tutto questo in forma generica lo avevo premesso ed esplicitato nel mio post a titolo di consiglio per una utente del forum.

La frase di quel mio post che ha destato la tua attenzione sembra essere:
Pavese scrisse un romanzo autobiografico che meglio di tutto spiega l’uomo, oltre ad essere un grande letterato ed un bravissimo traduttore, era un uomo di genio:
<<La luna e i falò>>

A farla breve, e sono queste le ragioni del mio parziale consenso alla letteratura di Cesare Pavese, nel suo <<La luna e i falò>> il deluso protagonista e paradigma di ogni umana esistenza opera una regressione, ma non come Lampedusa verso i luoghi tipici dell’infanzia, bensì verso quel mondo prenatale che solo è in grado di sciogliere le illusioni garantendo il vero <<non ritorno>>. Crea l’antitesi <<campagna / città>>, che in definitiva è un motivo biografico e simbolo di una condizione storicamente determinata dalla società: forse potremmo dire l’autentico contro il non autentico, la libertà contro la socialità della società industriale massificata e alienante; l’individuo contro la folla anonima e forse io ho intravisto qualcosa che non c’è: l’infanzia contro la maturità.
In buona sostanza lui pone la natura contro la storia. La natura è vista anche nella sua “ferinità” (sono stato a lungo indeciso se scrivere “bestialità”, ma forse sarebbe stato meglio “crudezza”), carica di sesso, sangue, morte in un ciclo astorico come fuori dal tempo, ricordando che nella vita tutto scorre inesorabile e riassorbe anche la morte come fatto naturale.

Però a voler rileggere Pavese da un punto di vista storico dobbiamo ammettere che oggi, 2011, lo scenario politico è talmente cambiato da non potersi mai pensare che sia esistito il momento politico corrispondente alla gioventù di Cesare Pavese, o quello sussistente nel tempo della sua maturità. E’ forse questo che ci rende incomprensibile oggi la letteratura di Pavese.
Cesare Pavese, come Elio Vittoriani, è strettamente legato ai tempi della reazione al fascismo, alla partecipazione alla resistenza e ad essere parte integrante e bandiera del Partito Comunista Italiano, partito che oggi parrebbe dissolto nelle nebbie soffuse dal denaro e dalle agevolazioni materiali che il potere emana ( casa, viaggi, segretari, auto blu, portaborse, pensione, etc.etc. per i deputati ben si intende, guida ed esempio agli iscritti al partito).
D’altronde non possiamo negare che senza il Mecenatismo non avremmo avuto la migliore produzione letteraria del Rinascimento.
Ho sempre considerato il P.C.I. come il mecenate morale se non finanziario di Pavese e Vittorini. Senza il P.C.I. e la retorica partigiana non sarebbero assurti alla notorietà letteraria Pavese e Vittorini. Cambiati i tempi, cessato il valore morale del P.C.I. automaticamente decaddero i suoi alfieri che passarono nel dimenticatoio.
Pavese scrisse tra gli ultimi anni quaranta e i primi anni cinquanta in un clima ideologico e culturale dominato, come dicevo, dalla retorica partigiana. Visse drammaticamente la dicotomia impegno/disimpegno per la politica a causa di quell’essere stato trascinato nella politica da quella condanna al confino. Questa coppia di opposizione , impegno/disimpegno, non è che una delle tante coppie di opposti principi che governò il pensiero di Pavese e costituenti il nucleo della sua personalità che si rispecchiò nella sua scrittura.

Leggendo i suoi libri, quindi notizie estratte dalle opere e non dallo studio della vita, ho capito, e mi posso sbagliare, che Pavese avesse un carattere fragile ed insicuro e che fosse caratterialmente timido e solitario. Da bambino aveva perso il padre. Al liceo, compagno di Giulio Einaudi , Norberto Bobbio, Leone Ginzburg , Massimo Mila e Federico Chabod seppe promuovere un clima di consapevole impegno civile e di fronda culturale al fascismo, anche se lui al contrario dei suoi amici non entrò mai nella politica attiva anche se per frequentazioni ed amori , diciamo paradossalmente, finì anche lui al confino come loro.

(Temo di essere divenuto prolisso e poco scorrevole, mi fermo. Riprenderò dopo consueta ed amata pennichella pomeridiana, con la speranza d’esser più chiaro e sintetico)




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Messaggio Da Sall il Lun 21 Mar 2011, 15:07

Il tuo intervento è invece interessante, aspetto il tuo ritorno dalla penichella per leggerne la conclusione

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Messaggio Da Aspide il Lun 21 Mar 2011, 15:47

Sì, Orazio, avevo letto il tuo consiglio. A onor del vero, conosco anch'io la depressione, ma non è per questo che non amo particolarmente Pavese. Gli riconosco grandissime doti e grandissimi meriti, sia come scrittore che come intellettuale. E' stato per merito suo se alcune opere della letteratura anglosassone del '900 sono arrivate al grande pubblico italiano. Il fatto è che io non amo il neorealismo. Credo che quella generazione di scrittori sia stata così segnata dal periodo tormentato che ha vissuto che non sia riuscita a trascendere il contingente. Certo, esistono le eccezioni. La più lampante è Calvino, ma in effetti la sua unica opera segnata dal periodo della resistenza è stata "Il sentiero dei nidi di ragno". Ed è stato un modo diverso di vedere la nostra storia. Mitico. Ma lui era più giovane degli altri. Ha avuto il tempo di evolvere verso un diverso tipo di letteratura. Non so se mi sono spiegata. Tolkien scrisse "Il signore degli anelli" perché aveva orrore della guerra, di Hitler e della società industriale che stava distruggendo il mondo che aveva percepito come suo. Ma non ne parlò mai direttamente. Costruì intorno alle sue paure un mondo magico, attraverso il quale, chi era privo di preconcetti, poteva guardare e vedere. Il fatto è che la cultura italiana, per troppi anni, è stata legata ai preconcetti della politica. Ecco quello che contesto al neorealismo. Non dimentichiamoci che il malessere di Pavese non fu mai un fatto solamente privato. Non che l'impegno civile degli intellettuali non sia stato importante. Lo è stato, eccome. Ma secondo me, la letteratura a un certo punto deve trascendere, altrimenti diventa cronaca, saggio, filosofia. Sciascia è diverso, ma anche lui, come Calvino, era più giovane di Pavese, Fenoglio, Cassola e degli altri. E' riuscito a scrivere alcuni fantastici romanzi in cui l'impegno civile rimane sotteso alla storia e non la disturba.
Forse ho detto un mare di sciocchezze, ma in effetti è quello che penso. Certo, tu mi dirai che anche Manzoni ha fatto opera politica con il suo romanzo, per non parlare di Dante che ha condannato all'inferno Bonifacio ancora prima che morisse... Non lo so. Forse la mia è ancora una reazione agli insegnamenti che ho avuto a scuola. Alcuni romanzi del dopoguerra sono dei fantastici testi su di un periodo storico crudele. Testimonianze imperdibili da cui non si può culturalmente prescindere. Forse chi ha vissuto quegli anni non poteva scrivere in maniera diversa. Sta di fatto che io preferisco altro. Secondo me il più bel romanzo italiano è "Senilità". Non mi piace Zeno Cosini. Adoro Emilio Brentani e la crudele Angiolina. Eppure, è un romanzo dimenticato Che Svevo si pubblicò di tasca propria. E anche quella non era una storia allegra.
Ciao, a stasera.
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SALA   CONFERENZE - Pagina 4 Empty Pavese... seconda puntata

Messaggio Da orazio gentile il Lun 21 Mar 2011, 18:49

[quote="orazio gentile"][quote="Aspide"]

Il confino subito nonostante non si fosse mai interessato di politica, e che la politica si fosse interessato di lui in quella maniera pesante e oppressiva, creò la dicotomia citata impegno /disimpegno che condusse Pavese all’iscrizione al Partito Comunista ed iniziò collaborare con “L’Unità” (Dialoghi col compagno)
La signora Pivano aveva a questo proposito una perplessità che mi trasmise e che adesso io riporto fedelmente (anche se con parole mie):
<< Si trattò, forse, di una sorta di compensazione, di un modo per esorcizzare i sensi di colpa suscitati dall’aver scelto dopo l’armistizio la comoda via del rifugiato anziché quello della lotta partigiana, situazione che propone nel “La casa in collina” pubblicato nel ’49 ma sarebbe stato scritto nel ‘47(?)>>
Io non ho prove che sia stato scritto nel 47, se ho capito bene l’uomo deve essere una data più vicina all’inizio della collaborazione con l’Unità. Prima non avrebbe avuto il motivo di offrire a se stesso una giustificazione per la scelta di iscrizione al Partito Comunista.
Infine và considerato altro fatto: Il totalitarismo non si doveva combattere soltanto sul piano politico, lo si doveva attaccare su diversi fronti e quello culturale rappresentato da Pavese, Vittorini, Quasimodo, Morante, Moravia (per dire quelli che io conosco meglio di tanti altri) non era certamente secondario. La partecipazione in prima fila di Pavese alla creazione del cosiddetto “mito americano” andava in questa direzione.
E’ durante il maggior consenso al fascismo che l’America (da intendere Stati Uniti) diviene <<patria ideale>> dove tutto è libero e bello, simbolo di libertà, immensi spazi aperti, concretezza. Sul piano personale poi questa visione andava in qualche modo a coincidere con il richiamo alle Langhe ( ed ecco l’altra dicotomia “campagna/città" e le colline di casa si fanno paesaggio dell’anima assurgendo a ruoli chiaramente metaforici. Ed ecco la grandezza di Pavese, almeno per me.) Sul piano culturale l’America offriva il pretesto per un rinnovamento della lingua italiana che dovendo necessariamente adeguarsi al linguaggio fatto di cose e intriso di slang dei testi originali, esigeva un deciso avvicinamento a forme del parlato, al linguaggio dell’uso, alla relativa libertà e agli espressionismi del dialetto e quindi una presa di distanza dal classicismo della tradizione letteraria.
La “rivoluzione” di Pavese fu operata sia sul piano del lessico che su quello della sintassi, sia nella produzione poetica che nella narrativa, ponendo in prima istanza un mutamento di orizzonte anche per quel che concerneva ambienti, personaggi, intenzioni, privilegiando storie e situazioni rappresentative di realtà sociali e ambientali ben connotate. Comunque va precisato che gli storici della letteratura italiana del novecento sono soliti considerare che quello di Pavese è un realismo che definiscono <<simbolico>> ben lontano da quello ottocentesco e dal neo realismo.
In effetti lo stile di Pavese è sempre aderente alla fisicità delle cose, al dato reale, e mostra una evoluzione più o meno evidente che ha alla base un rigorosissimo controllo formale: L’arte è per lui una tecnica, una rigida disciplina e lo stile è l’indice <<della propria posizione entro la realtà>>In poesia Pavese passa dalla <<poesia-racconto>>(odiata da Montale), <<poesia chiara e distinta, oggettiva, essenziale>>, alla <<poesia d’immagine>> (amata da Montale) dove sul fatto predomina la rielaborazione fantastica del fatto stesso e dove maniera naturalistica e simbolo coesistono (come in Lavorare stanca) per approdare a soluzioni più vicine al linguaggio allusivo, soggettivo e introspettivo dell’Ermetismo così caro a Quasimodo.
La filosofia poetica elaborata da Pavese mi porterebbe fuori strada. Allora vorrei concludere sperando di essere stato chiaro e comprensibile.
Pavese vede la natura resa nella sua crudezza non in senso pittorico e descrittivo , ma entità intrisa di simboli a volte inquietanti, ossessivamente ricorrenti, come ha evidenziato la critica psicoanalitica a proposito delle colline, connotate in Paesi tuoi da un lessico simbolico che rientra non di rado nel campo semantico del sesso e della maternità.
Prometto che la prossima … puntata… cercherò di essere esaustivo su sesso e morte così presenti in Pavese… e spero più breve.

Desidero precisare che tante di queste notizie e conoscenze le ho avute da colloqui con la Signora Piano, da libri, da articoli accuratamente ritagliati e conservati, è naturale che abbia intersecato le mie opinioni più o meno corrette che siano o che possano sembrare.

Aspide la devi smettere di stuzzicarmi a parlare di questioni, non abbiamo finito Pavese e mi scodelli il <<neorealismo>> ma che fai provochi? Ho sempre accettato le sfide ma oggi a 51 anni significa andare a ripescare articoli, libri e salire sulle scale a cercar libri non è proprio la mia passione… grrrr...

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Messaggio Da Aspide il Lun 21 Mar 2011, 19:25

Davvero hai conosciuto Fernanda Pivano? Non ti stuzzico, Orazio, è che scrivo a braccio. E' che in questo momento sono indaffarata con la Vita Nova. Devo preparare un saggio breve. Lo sai che Beatrice mi è proprio diventata antipatica? Devo pure preparare la cena. Che guaio! What a Face
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