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Racconti di "Io Scrivo" - Corriere della sera

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Messaggio Da Artemisia il Sab 30 Apr 2011, 22:49

In questo thread i partecipanti al concorso "Io Scrivo" indetto dal Corriere della sera possono linkare i propri racconti per farli leggere agli utenti del forum.
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Messaggio Da granchio il Dom 01 Mag 2011, 11:30

Artemisia ha scritto:In questo thread i partecipanti al concorso "Io Scrivo" indetto dal Corriere della sera possono linkare i propri racconti per farli leggere agli utenti del forum.

ok, arte allora vado...

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Messaggio Da granchio il Dom 01 Mag 2011, 11:31

Il mistero della passera col piede da donna n.41


Comodamente seduto con i piedi a mollo, ascoltavo il crescendo della Cavalcata a dorso di mulo di Scordato Bisha meglio conosciuta come l’ultima sinfonia sellata.
La musica, in una lenta ma inesorabile escaléscion di ragli e contrabbasso, rappresenta la sofferenza equina universale e, in particolare, il malessere del mulo.
Scordato è il mio autore preferito e chi conosce la Cavalcata sa di cosa parlo. E’ un’opera potente e delicata il cui ascolto funge da calmante per i nervi e per lo spirito, rasserena l’umore e scongiura la carie. Va ascoltata, come suggerisce l’autore, a un volume basso o addirittura molto basso. Possibilmente a nessun volume, secondo i critici più autorevoli.
Bisha, a parere degli studiosi, è stato un musicista di grandissimo talento, un genio introverso e taciturno, incompreso dai contemporanei, dai discendenti, dai predecessori e soprattutto da se stesso; infatti pare che odiasse la musica sopra ogni altra cosa. Fu abbandonato dalla famiglia per le intemperanze e per problemi di alcool (i genitori e la sorella erano alcolisti dalla nascita oltre che filosofi esistenzialisti) pertanto si arruolò con i volontari di San Patrizio e andò a vivere a Rotterdam solo con il fido cane Logiorgio. In questo periodo scrisse le cose migliori, tra cui una famosa ricetta per le lumache in umido e il suo capolavoro, la Cavalcata. Morì di crepacuore per un equivoco. Pare, infatti, che l’amato Logiorgio l’avesse abbandonato per diventare playmaker della squadra locale di basket, ritenendo erroneamente che la pallacanestro fosse uno sport per cani. La solitudine e il dispiacere si portarono via il geniale compositore all’età di 104 anni neppure compiuti.
Perché racconto questa storia cosi drammatica? Non lo so.
Comunque amo la Cavalcata perché mi fa risparmiare col dentista e mi rilassa, soprattutto il quarto movimento, quando i ragli raggiungono un’intensità parossistica, quasi umana. Per non parlare del fraseggio dell’ocarina.
Ma perché riferisco tutto questo? Non lo so.
Forse perché mi godevo la musica e la pace di quel momento mentre all’esterno il traffico della fifti fifti eveniù diventava sempre più aggressivo.
Osservai la mezza luna all’una e mezza di quel febbraio bisestile dalla finestra a tutto sesto del mio bivano al secondo piano: il sole sarebbe sorto dietro le cime della “little big Hornette Coleman” trascinando sul palco del creato un altro giorno.
La musica echeggiava nel mio ufficio da detective, un ambiente essenziale e sobriamente arredato, asettico, quasi un ambulatorio medico, solo scaffali colmi di libri, la scrivania e un cartello appeso al muro con la scritta ”dica trentatrè” .
Non è molto grande, prima di me ci abitava una coppia di nani che lo lasciò per qualcosa di più ampio, ma io sono soddisfatto, sono sempre stato di poche pretese.
L’ufficio è collocato al settimo piano di un palazzo in costruzione, al momento ci hanno edificato solo due piani, ma io non mi lamento, a parte l’affitto, le vertigini, l’umidità, il freddo, il caldo, i topi, gli scarafaggi, le piante carnivore e il traffico rumoroso. Sono sempre stato uno di poche pretese.
Il traffico della fifti fifti lo sento parecchio, meno quello della fifti che sta oltre il palazzo e quasi per niente quello della fif, dietro l’isolato. Magari, un giorno, mi trasferirò dietro l’isolato.
Una contrazione muscolare mi distrasse dai pensieri immobiliari e mi riportò alle necessità dei miei piedi. Erano irrequieti come cavalli selvaggi, per questo avevo spesso la necessità di immergerli in un infuso di acqua e tabacco.
L’acqua fumava, aggiunsi dell’altro trinciato. In quel momento ero ben lontano dall’intuire come sarebbe andata a finire quella giornata. O quella dopo, o la settimana seguente. Non sono mica un indovino.
Improvvisamente qualcuno ebbe la pessima idea di bussare alla porta. Non aspettavo visite, a quell’ora, a parte Joe il ragazzo della pizza, Rosy la fioraia, Sam il pianista, Roger il fantino, Clem il podologo, Phil il rabbino, Bob il dentista, Cassius il pugile, Minnie la fornaia e Fulgido il parrucchiere per signora.
“Non c’è nessuno – urlai sottovoce – tantomeno il sottoscritto. Se non mi credete bussate di nuovo…”. Mi sdraiai per terra, volevo controllare sotto la porta, per capire chi ci fosse dietro. I miei sospetti e timori si rivelarono fondati, vidi i piedi ma soprattutto riconobbi il tallone da chiller. Mi stavano cercando. Bussarono più forte.
“Non c’è nessuno...” ripetei scandendo le sillabe.
“Vedi, non c’è nessuno…” esclamò una voce dal tono seccato “l’ha detto, ma tu niente, non ti fidi, non ti fidi mai, sei proprio un afide, eh Gutierrez?”
“Non mi fido no Osvaldez, per questo sono ancora vivo e vegeto. Tu, invece, sei vivo per miracolo e di salute cagionevole, questo perché ti fidi troppo, in particolare del tuo medico”
“Non lo posso abbandonare”
“A no? Ricordi quando avesti quell’attacco di peste suina e ti diagnosticò un raffreddore da fieno? O quella volta che ti curò la gotta con la magnesia? Ricordi quando ti consigliò una convergenza perché avevi la pressione bassa? O quando ti prescrisse un clistere contro la caduta dei capelli?...”
“Basta, basta, per carità. Errori trascurabili, piccole manchevolezze, è un bravo medico”
“Allora, a parte te che comunque non godi di buona salute, perché gli altri pazienti sono tutti morti?”
“Pura sfortuna. Comunque è mio fratello, non lo posso abbandonare, ha fatto i sacrifici. Studiava mentre lavorava, lo scortichino, brutto lavoro, si è laureato alla C.I.P.P.A. di Osford, vicino a Mogadiscio, a sessantadue anni. Sai, un agnello di quà due maiali di là…”.
A quel punto non potei fare a meno d’intervenire: “Ma se studiava mentre lavorava, quando minchia studiava?” mi venne spontaneo e mi morsi la lingua, ma con prontezza di spirito corressi il tiro “ma forse non è poi così male, come scortichino. Diamogli fiducia”.
“Ok, amico, grazie del consiglio. Vedi, Gutierrez, io ascolto i suggerimenti del signore, io ascolto…”
“Io no, non mi fido di nessuno, neppure di me stesso. In fondo chi sono io? Come sono veramente dentro? Non lo so. Tu sai come sei dentro? Hai forse visto il tuo colon? No. I reni, il fegato, la milza? No. Allora come puoi affermare di conoscerti intimamente? Diosanto Osvaldez, non hai mai visto le tue tonsille, capisci, le tonsille… rifletti, come puoi dire di conoscerti se non hai mai scambiato due parole neppure con le tue tonsille? ora capisci perché non mi fido? Capisci perché ogni tanto mi chiedo: “chi sei? mostra la patente!” debbo essere certo di me stesso, sicuro che non mi sto fregando. Ti consiglierei di fare altrettanto, amico”.
“Allora come la mettiamo?” proferii spazientito, interrompendo quella briosa conversazione.
“Siamo sicuri che non ci sia nessuno?” mi parve la voce di Gutierrez
“sicuro al bicarbonato di sodio, ma se vuole controllo meglio”
“ci farebbe una grossa cortesia, così potremmo andare via tranquilli e tornare un'altra volta”
“un momento, allora”.
Presi tempo, mi feci una doccia, mangiai un piatto di polenta con fagioli e cervello di gallina, ascoltai le previsioni del tempo poi mi riaccostai alla porta.
“Ho controllato veramente bene, in ogni angolo, non c’è proprio nessuno”
“ok, allora andiamo via. Ah, senta, se per caso rientra Pomatha e lo vede, gli dica pure che sono venuti a cercarlo Gutierrez e Osvaldez. Gli riferisca che quando lo troveremo useremo le sue interiora per farci una fionda”
“ok amici, glielo dirò. Ma…non sarebbe meglio usare un buon elastico per la fionda?”
“Hai sentito Osvaldez, cosa ha detto il signore? Ahahah… un buon elastico… ahahah divertente, davvero divertente”. Osvaldez rise di rimando e fece qualche battuta ironica.
“A proposito, signore, lei chi è?”
“Nessuno. Il mio nome è Nessuno” replicai rispolverando un’efficace battuta mitologica
“Signor Nessuno?”
“Esatto amico, signor Nessuno. Mi chiamo così, non chiedermi perché, nessuno lo sa”
“dunque lei lo sa, signore”
“Lo so che sembra strano ma non lo so, non lo sa nessuno”
“Mi pare che abbia le idee confuse… lo sa, non lo sa, che storia è questa? Inoltre cosa fa in questa casa?”
“Anche questo non lo so. Mi sono trovato qui per caso mentre portavo il canarino a passeggio. A proposito, che fine ha fatto il mio canarino? L’avete per caso visto?”
“Come si chiama?” chiese Gutierrez.
“Argo, l’abbreviativo di Imbargo. Si chiama così perché quando era implume l’ho imbarcato sull’Ulisse, il mio canotto. Ulisse è l’abbreviativo di pulisse. Si, perché chi lo vedeva esclamava: ”minchia, se lo pulisse…” così l’ho chiamato Minchia”
“ha detto Ulisse…”
“come secondo nome. Il primo è Rolescap”
“minchia che confusione…”
“vi capisco. Anche perché pure il mio cane da guardia si chiama Argo. Il nome completo è Letargo. Uno spinone di lisca figlio di un pastore maremmano e di una duchessa d’Alba, gran bella bestia. Un cane da guardia di ferocia inaudita, sarebbe capace di fare a pezzi un tritacarne e farci uno spremiagrumi, se non fosse sempre addormentato. Brutta storia”.
“Anch’io una volta avevo un cane, si chiamava Betlemme” disse Osvaldez con un tono di rimpianto “lo chiamavo Lemme perché era un posapiano. Non mi fidavo di lui e lui non si fidava di me, ci guardavamo in cagnesco. Finché un brutto giorno, mentre smontavo la calibro 32, sfortuna volle che impigliai l’indice nel grilletto e partirono involontariamente sedici colpi, forse diciassette, proprio mentre Lemme passava là davanti, purtroppo fu crivellato dai proiettili dum dum. Morì senza un lamento. Un cane introverso”.
“Bene, allora se vedete gli Argo ditegli che tornino a casa. Ora mi scuso ma debbo proprio andare”
“andiamo anche noi. Ah, signor Nessuno…”
“Si?”
“non dica a ness… ad anima viva che siamo stati qui”
“Sarò muto come un cane”
“Ma non era come un pesce?”
“Ok, come un pescecane”.
I due andarono via. Sentii i passi allontanarsi e tirai un sospiro di sollievo, erano chillers molto pericolosi e intelligenti, due professionisti. Chi li aveva mandati certamente mi conosceva bene e sapeva di non potersi affidare a due dilettanti. Ma chi era il mandante? inoltre, erano venuti in auto o a piedi? Con la moto o col risciò? A dorso di mulo o in metropolitana?
Interrogativi al momento irrisolvibili. Mica potevo avere una risposta per tutto, che sono un indovino? Il fatto è che nella testa mi rimbombava una domanda senza risposta. Perché mi avevano cercato? Uai? Purcuà? Porché? 何故? Perché proprio io e non un altro? O perché un altro e non un altro ancora? O perché un altro ancora e non un altro altro ancora? O perché un altro e non io? Quell’ultima domanda soprattutto mi rimbalzava da un emisfero all’altro del cervello come la boccia rimbalza da un emisfero all’altro del tavolo da biliardo. In ogni modo la sentivo stonata come un cantante jodler, eppure la soluzione doveva essere dietro l’angolo.
Mi rimisi comodo nella mia poltrona e presi a pulirmi le orecchie con il cottonfiok, forse i pensieri sarebbero usciti con maggiore libertà.
Stavo quasi per addormentarmi cullato dallo strofinamento auricolare, quando avvertii un lieve profumo. Lo riconobbi immediatamente, fragranza di alga del Borneo: l’acqua di colonia di Sandokan. Si espanse nell’ufficio diffondendosi e permeando l’habitat di una densa nuvola trasparente. Solo che questa volta non si trattava di un pirata della Malesia, ma di lei… aprii la porta e quando la vidi entrare sperai di non vederla uscire, era il prodotto di genere femminile più attraente che avessi mai odorato, a parte la zuppa di cozze. Camminava come una mannequinn, si muoveva come una mannequinn, sorrideva come una mannequinn.
Era parente di Antony Quinn?
I capelli rosso fuoco le incorniciavano il perfetto ovale del viso, a parte le orecchie, e scendevano mollemente sulle spalle spazzolando il colletto del paltò.
Il suo corpo era altrettanto perfetto, come quello di una mannequin, vestito come una mannequin, sinuoso come una mannequin.
Era parente di Antony Franciosa?
Ondeggiava la chioma ad ogni passo, scrollando la testa come fanno i cani bagnati di pioggia e, come loro, schizzava gocce di bava nell’intorno, lasciando dietro di se una scia di purezza quasi palpabile. Anche il profumo era di puré e mentre avanzava con le movenze di una mannequinn, nonostante non avesse parenti, lanciava sguardi di fuoco carichi di allusioni e promesse mai mantenute. Trasudava erotismo da ogni singolo poro e, considerato quanti sono i pori, immaginiamo quanto trasudava.
Sapeva di essere bella e, soprattutto, sapeva che si vive una volta sola, anche se lei non era fatta per vivere da sola. E si, era bella, troppo bella per uno come me. Non che mi perdessi d’animo, non sono un adone ma nella mia vita ho incrociato tante volte donne bellissime e non mi sono mai tirato indietro, al contrario di loro, che si sono sempre tirate indietro. Stupide oche piene di boria e tracotanza, non sapranno mai cosa si sono perse, al contrario di me che lo so bene.
Lei comunque era la più belle di tutte, aveva la carnagione bianca come la forfora e un corpo da urlo. Non era una donna era una bestia, metà donna e metà carpa.
“E’ lei Tito Pomatha?” chiese con voce melodiosa
“Io non rispondo alle domande, le faccio. Sono io Tito Pomatha?”
“Si, è lei…” Rispose arrossendo.
“Chi lo cerca?” la incalzai
“lo cerco io, chi altri. Mi chiamo Vipera Ciarlatana Cooperfield”
“bel nome”
“dunque lei è il famoso Pomatha”
“per servirla. Desiderio Tito Agostono Melandro Pomatha”
“Agostino…”
“no, proprio Agostono. Sa, mia madre sperava che nascessi a maggio, che è un mese più fresco e ripeteva sempre “agosto no, agosto no”. Invece sono nato a ferragosto, giusto perché non c’era una data più centrale e mi hanno chiamato Agostono”
“Non è un granché ma sempre meglio di Simaggio”
“sono d’accordo, ma non credo sia venuta qua per parlare del mio nome, sbaglio?”
“Come lo ha capito? Impressionante il suo spirito di osservazione”.
I complimenti mi lasciano indifferente ma quella donna… la sua voce, il suo sguardo, mi provocarono qualcosa che non so dire, un non so che. D’altro canto non è che posso sapere tutto, altrimenti avrei fatto l’astrologo invece che il detective.
“Si accomodi – le dissi – posso chiamarla Vipera? mi racconti tutto dall’inizio signorina, così capisco meglio. Gradisce un drink, un cake, uno snake, dello speck, uno stock?”
“sto bene così, grazie. Ha ragione, sono venuta da lei per un fatto grave, gravissimo, per il quale solo lei mi può aiutare, Tito. Posso chiamarla Tito? Sono disperata, mi hanno rubato…diodiodio…mi hanno rubato…”
“si faccia coraggio Ciarlatana, posso chiamarla così? Sono qua per aiutarla, mica per fare l’autostop”
“la passera! – fu quasi un urlo – mi hanno rubato la passera”
“no! – urlai anch’io con trasporto – vigliacchi!”
“ vigliacchi, si. E vorrei tanto riaverla indietro…”
“la capisco Vipera, posso chiamarla così? Bastardi, era meglio se le rubavano un seno”
“un seno?... non capisco Desiderio. Posso chiamarla Desiderio? Tengo molto alla mia passera, sa?”
“posso immaginare, anch’io tengo molto al mio…”
“gliela descrivo”
“ma no, lasci perdere”
“chiara, di taglia media, piumaggio rado”
“signorina, posso chiamarla così? non è tenuta a…”
“si chiama Marilù. Se la sentisse cinguettare, Agostono. Posso chiamarla Agostono? Oh se solo la sentisse cinguettare”.
“Marilù? Suvvia pure il nome… cinguettare? Diavolo, mai saputo che cinguettassero”
“dunque lei è un esperto? Ringraziando il cielo sono capitato con l’uomo giusto”
“non esageriamo, proprio un esperto no, ma modestamente ne ho viste, ecco”
“allora accetta l’incarico? Troverà il mio amato uccello?”
“come uccello… ma non era… ahahah, certo, l’uccello, il passero, anzi la passera… ohohoh che sciocco, per un attimo ho pensato alla… uhuhuh naturalmente, intendevo dire… il mondo ornitologico, con le sue varietà, le meraviglie del creato… glielo hanno rubato? Il mondo è pieno di ladri, si figuri che a me hanno rubato l’antifurto”
“sono felice che ami gli animali. La mia bestiola è un ploceide vivace e garrulo, allevato in cattività. Me lo regalò mio padre al compimento del diciottesimo anno. Me la ritrovi Melandro. Posso chiamarla Melandro? Me la ritrovi anche se dovesse arrivare in Messico. Le sarei riconoscente vita natural durango”.
Presi il taccuino degli appunti e iniziai a scrivere e fare domande.
“Perché le regalò una passera di diciotto anni?”
“la passera ne aveva uno, io diciotto”
“quale delle diciotto passere le hanno rubato?”
“io avevo diciotto anni…”
“la passera?”
“uno”
“bene, la posso chiamare Vipera? Signorina, le cose sono chiare e lei è abbastanza preparata”
“allora accetta l’incarico, Pomatha? Posso chiamarla Pomatha? La prego accetti questo lavoro”
“Il problema sta là. Lavoro. Ma sa che la parola in se mi stressa? Possibile che tutti vogliate offrirmi un lavoro e mai nessuno un bel viaggio premio, chessò una crociera sul Nilo, Pasqua ai Caraibi, ferragosto in Cina…”
“la prego, signore, posso chiamarla signore?”
“Mi chiami semplicemente Desiderio Tito Agostono Melandro Pomatha e mi dia del tu o, se preferisce, mi dia un acconto”. Sorrise, capì che avevo accettato l’incarico e già questo mi fece sudare.
Andò via e io rimasi a rimuginare sugli eventi. Mi lasciò una foto in bianco e nero della passera. Era sfocata, scattata di notte in un luogo buio da un fotografo con la tremarella e con la nebbia che si tagliava a fette. Inoltre la macchina non aveva la pellicola. Meno male che era digitale. Osservai a lungo quell’immagine, la girai e rigirai, mi parve di conoscerla ma potevo sbagliarmi, in fondo ci sono due miliardi di passeri al mondo e sono tutti uguali, poteva trattarsi di una somiglianza.
Decisi allora di andare da Big Ben, il mio amico proprietario del pub “Faschiffo’s” esperto ornitologo. Uscii dall’ufficio che la notte era più fonda di Harry e mi diressi verso il locale.
A quell’ora era praticamente deserto, a parte un vecchio che beveva in disparte e Big Ben dietro il banco, che faceva i compiti. Nonostante avesse cinquant’anni suonati e lavorasse sodo aveva deciso di laurearsi in ingegneria aerospaziale e al momento frequentava con profitto la seconda elementare.
“Ehi, Tito vecchio cammello, riposi?”
“No, sgobbo. Una birra plis”. Conoscevo Ben da tanti anni e quella sera mi sembrò strano, teso. Comunque gli raccontai di Vipera e della passera. Gli mostrai la foto e lui notò un particolare che a me era sfuggito “guarda qua, vecchio dromedario, guarda bene la zampetta sinistra, se osservi con attenzione noterai che non è una zampetta bensì un piede femminile n.41. Quella ti vuole fregare, lascia perdere o ci fai la figura del somaro. Dammi retta, stalle alla larga o allarga le stalle, così ci stai comodo anche tu”.
Maledizione, non riuscivo a capirci niente. Due chillers erano interessati alle mie interiora per una fionda e una femmina da capogiro mi aveva incaricato di trovare un volatile con un piede da donna. Le cose non tornavano, mancavano alcune tessere del mosaico. Che diavolo voleva dire tutto ciò? Inoltre, come mai Ben sapeva che quella scarpa era n. 41? Un rivolo di sudore mi attraversò la schiena.
“Non ho mai visto un passero con i piedi, Ben”
“neppure io, amico. Ho visto molti piedi, molti passeri, molti passeri in piedi, ma con i piedi mai. Soprattutto n.41”.
“Ben, come fai a sapere del numero della scarpa se non hai ancora studiato le tabelline?”
Ben mi guardò sorpreso poi esplose in una fragorosa risata. L’avevo fregato. Si tolse la maschera e mi saltò addosso. Il vecchio scattò in piedi, anche lui si tolse la maschera, era Osvaldez.
Gutierrez, intanto, mi era sopra con un pugnale puntato all’altezza del pomo d’adamo, non sapeva che ero cintura nera di ping pong e nel corpo a corpo avevo pochi rivali. Con un morso quasi gli staccai il naso, iniziò a urlare “il naso no, non l’avevo considerato” mentre si rotolava per terra. Schivai un montante di Osvaldez e gli assestai una pedata sulla rotula. Anche lui iniziò a rotulare per terra lamentandosi che l’avevo colpito a tradimento. Comunque ne approfittai per legarli. Li avevo in pugno e la loro vita era appesa a un filo.
“Fate bene attenzione a ciò che dico, ora vi farò delle domande e se le risposte non mi piaceranno, vi taglierò la lingua, le orecchie, il naso, le palpebre, le labbra, vi amputerò le mani e i piedi, vi caverò gli occhi…”
“Scusa – mi interruppe Osvaldez – non per interromperti, ma non potresti semplicemente ucciderci invece che fare tutto questo macello?…”
“seee, e dove sta il divertimento?” ribattei con un ghigno
“ma mica ci divertiamo…” Obiettò Gutierrez.
“Allora, dov’è Ben?”
“al doposcuola, ci siamo offerti di sostituirlo. Telefona se vuoi”.
Lo feci ed effettivamente Ben era a al doposcuola per il recupero di matematica.
“Perché mi volevate sventrare oggi pomeriggio? E chi vuole le mie interiora?”
“No, Pomatha, non è come credi. Ti avremmo sventrato domani. Non possiamo dirti chi è il mandante, segreto professionale. Mai e poi mai, neppure sotto tortura, sarebbe la fine della nostra carriera…”
“Ma non lo dirò a ness… ad anima viva, lo giuro”
“ ah bé, allora te lo dico. Ci ha mandato Vipera Cooperfield”
“no!” urlai in preda una furia incontenibile
“si!” urlarono i due all’unisono
“no!” urlai più forte
“Si!” urlarono più forte all’unisono. Lasciai perdere, eravamo due contro uno.
Corsi via dal locale, la testa mi girava per tutto quello schifo. La nausea saliva dal profondo dello stomaco, volevo stare all’aperto, respirare aria pura. Mi lanciai nella notte e feci un grande respiro a pieni polmoni, proprio mentre passava un’auto smarmittata col carburatore sporco. Il gas che respirai, mi disse lo pneumologo due anni dopo, era l’equivalente di ventiduemila sigarette senza filtro. Una media di sessanta al giorno per un anno.
Decisi che nel giro di un paio d’ore avrei risolto il caso.
Uscii dal pub all’una che era l’una meno venti. Come era possibile? rivolsi lo sguardo intorno con aria circospetta e mi accertai che il ferro fosse nella fondina, insieme all’asse da stiro. Li avrei stesi tutti. (N.d.A.: questa non è originale ma non è che le posso scrivere tutte originali).
Era giunto il momento di fare una visita alla famiglia Cooperfield. Salii nella mia buick verde marcio. Buick perché ha un grosso buco nel cofano, la carrozzeria è verde all’esterno marcio all’interno, ma ci sono affezionato e non la cambierei neppure con una mercedes 300. Tuttalpiù con 300 mercedes, ma dubito che qualcuno mi proporrebbe uno scambio del genere. In questa città di merda c’è solo gente di merda, la solidarietà è un opscional.
Percorsi la fifti per alcune centinaia di chilometri poi svoltai a destra e imboccai piazza piazza P. Galilei. Si chiama così perché sono due in una, con la particolarità che ha un solo lato. Un lato a due piazze. Così la volle la progettista a cui è intestata, Piazza Galilei.
Superai la piazza piazza e proseguii immettendomi nel traffico della sera. Accesi la radio e aprii il finestrino, l’aria pungente mi pungeva come uno sciame d’api impazzito. Superai il Ponte dei Rantoli e imboccai la diciotto corsie, percorsi quattro o cinquecento chilometri e in men che non si dica mi ritrovai nel quartiere d’’O Sole Nasciente. Una zona residenziale per ricchi con grandi prati verdi e case di tipo vittoriano. La differenza stava solo nelle tasche dei proprietari, c’era la Vitto, la casa mezzo vittoriano e la Ano, la casa un terzo vittoriano. Il colore predominante il verde, ma non quello dell’erba, quello dei dollari.
Fermai l’auto davanti all’edificio più bello e più grande. Una villa maestosa immersa nel verde, circondata da un giardino all’inglese, con prato all’inglese. “Spero non mi offrano della zuppa inglese” pensai, è un dolce che odio.
Percorsi a piedi il viale di accesso, dopo 16 km avvertii la stanchezza, ne feci altri 15 in discesa, 18 in pianura e finalmente giunsi a destinazione.
Bussai alla porta e contemporaneamente mi tirai su i calzoni, mi grattai il fondoschiena, chiusi l’ombrello, mi legai una scarpa, controllai l’ora, mi pulii gli incisivi, mi cambiai le mutande, feci un sudoku e accesi una sigaretta. Soffiai il fumo verso l’alto e osservai la voluta innalzarsi verso il cielo. In quel momento esatto un passero di passaggio, o una passera, mi cagò sulla spalla sinistra. Era forse un presagio? Un vaticinio? quell’uccello era un oracolo mandato dal cielo? Osservai il cielo ma non colsi segnali particolari, salvo una nuvola di forma singolare. Rappresentava una sala operatoria con il letto, il tavolo con i ferri chirurgici, i medici e gli infermieri intorno al paziente collegato a flebo e macchinari e la caposala che passava un bisturi al primario. La marca del bisturi era “Krupp” e il primario aveva una scritta sul taschino: “Ogni operazione è un terno al lotto per il paziente e una grande occasione per il chirurgo”. Il chirurgo sorrideva, gli mancava il canino sinistro e aveva una protesi dentaria in Flexite ungherese. Alla parete un poster della Cappella Sistina e sotto una fotografia con dedica di Yul Brinner.
Si trattava di un intervento chirurgico a cielo aperto.
Improvvisamente una folata di vento disciolse la nuvola in tanti riccioli bianchi e non seppi mai come andò a finire quell’asportazione di cistifellea .
Mentre riflettevo sul fatto venne ad aprire un maggiordomo. Mi guardò come si guarda la larva di una cimice “buondì, desidera SIGNORE? si fa per dire...”
“sono Pomatha. Desiderio Tito Agostono Pomatha” accesi un’altra sigaretta e buttai il fiammifero ancora acceso vicino alle sue scarpe lustre “debbo vedere il sig. Cooperfield. Non ho capito la seconda cosa…”.
“Niente d’importante, SIGNORE, si fa per dire”. Il maggiordomo spense il fiammifero sputandoci sopra “per sicurezza” esclamò, rivolgendomi un ghigno da iena “si accomodi”. Se c’era una nota sardonica nella sua voce la ignorai.
Vicino al portone d’ingresso campeggiava una grossa targa in bronzo con la scritta: “questa casa e tutto ciò che contiene è di Vittorio Van Vittoren Cooperfield”.
“Bene – pensai – una tipica casa vittoriana” e con decisione varcai la soglia.
“Da questa parte SIGNORE, si fa per dire”. Quel maggiordomo era decisamente antipatico.
Entrai in un salotto enorme, le pareti erano rococò la volta barocca, il divano baroccocò. Mi ci accomodai. La stanza era un grande mausoleo con i busti degli antenati Van Vittoren scolpiti nella pietra, alle pareti erano appesi i dipinti delle pietre, prima che fossero scolpite. In quella stanza aleggiava una sconcertante simmetria, l’ala sinistra era molto destra e la destra era molto sinistra, e questo m’impauriva.
Mentre ero in balia di cupi pensieri, entrò nella sala il padrone di casa su una biga romana trainata da 28 cavalli bianchi. Saltò giù agevolmente e mi venne incontro con la mano tesa e un sorriso aperto. Era magro e alto ma di età indefinibile, tra i 25 e i 130 anni. “Sono Sepolcro Timoteo VanVittoren Cooperfield, lei è?...”.
“Pomatha. Desiderio Tito Agostono Pomatha”.
“Sarà meravigliato dei 28 cavalli, immagino, in effetti sono 30 ma due hanno la febbre da fieno. Bella biga no? A cosa debbo questa visita alle tre del mattino?”
“questione di abitudine, io le faccio sempre a quest’ora” sghignazzai come un labrador, con le labbra molli e pendule e lo fissai con cattiveria.
“Sua figlia, cerco sua figlia sig. Cooperfield. Ciarlatana Vipera. Dov’è? Non ci giro intorno, il girotondo non è per uno della mia età, sua figlia mi ha aizzato contro due temibili chillers e subito dopo è venuta a propormi un lavoro, perché tutto questo? Soprattutto perché ha proposto un lavoro a uno scansafatiche?”.
L’uomo che avevo davanti quasi si accasciò, si sedette sul divano e si strinse la testa tra le mani, come per spremere un foruncolo.
“Santo cielo – mormorò – santo cielo, santi apostoli, san gennaro, san sepolcro, san luri, san toro, san cosma e damiano, santa pace, san…”
“ma via, non faccia così…” cercai di consolarlo
“non è possibile, non è possibile, come è possibile? Ma è possibile? Possibile?”.
Quell’uomo mi stava innervosendo, soffocai la tentazione di stenderlo. Comunque prima della fine della notte avrei risolto il caso.
“perché una donna avvenente come sua figlia mi vuole morto?” gli chiesi a bruciapelo.
L’espressione di VanVittoren mutò repentinamente e mi guardò con aria interrogativa.
“Avvenente? Mia figlia non è affatto avvenente, è la femmina più brutta del quartiere”.
Quell’affermazione mi colse impreparato, cosa diavolo stava succedendo? Chi era allora la donna che mi voleva morto e che mi aveva dato un lavoro? A meno che non mi avesse dato un lavoro proprio perché mi voleva morto”.
“Lei sa niente di una passera col piede da donna n. 41?”
Van Vittoren si gratto la testa perplesso, riflettè per quaranta minuti circa poi rispose sconsolato ”passera col piede da donna…mi dispiace ma non mi dice niente. Se parliamo di donne con la pass…”
“lo so lo so – lo interruppi sgarbatamente - di quelle ne conosco anch’io, ma si tratta di una cosa diversa. Ok, VanVittoren, credo di aver fatto un buco nell’acqua, pertanto tolgo il disturbo. Mi saluti Ben Hur”. E andai via sconsolato.
Non ero riuscito a togliere un ragno dal buco ma, d’altro canto, nessuno mi aveva pagato per farlo e personalmente non avevo niente contro i ragni né contro i buchi. Ripercorsi le cinquanta miglia che mi separavano dalla buick e la ritrovai dove l’avevo lasciata. Per sicurezza controllai il buco della mia auto, niente ragni. Accesi l’ennesima sigaretta e feci lavorare il cervello, malvolentieri, l’unico risultato fu un poderoso mal di testa.
“Eppure – pensai – entro tre giorni risolverò il caso, costi quel che costi”.
Rientrai nello studio passando per vie traverse e secondarie per depistare eventuali inseguitori, creditori compresi, e mi accasciai prostrato nella fida poltrona. Ero certo che entro la settimana avrei risolto il caso. Ora dovevo riposare, prendere tempo, riflettere sugli avvenimenti e collocare tutte le parti del puzzle negli incastri giusti. Vipera, i due chillers, la passera, VanVittoren, troppo per quella lunga notte. Dovevo riposare, dormire, recuperare energie fresche, entro il mese avrei risolto il caso. Il sonno e la stanchezza mi travolsero, chiusi gli occhi e mi addormentai come un neonato.
Al momento sto ancora dormendo, ma appena mi sveglierò risolverò il caso, sicuro al limone di magnesio. Entro l’anno.



Ultima modifica di granchio il Dom 01 Mag 2011, 18:51, modificato 2 volte

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Messaggio Da caspiterina il Dom 01 Mag 2011, 14:37

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Messaggio Da Aspide il Dom 01 Mag 2011, 18:55

Casp, letto e votato. ma, se non erro, lo avevo già letto. Ti ricordi che ti dissi che mi ricordava "Il giorno della marmotta" e tu mi rispondesti che ra uno dei tuoi film preferiti?
L'italiano è molto buono.
Granchio, voglio leggere il tuo. Ma certo che non te l'hanno pubblicato!!!!! Una passera con le scarpe? cheers
A quei bacchettoni gli sarà preso un colpo. pale
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Messaggio Da Aspide il Lun 02 Mag 2011, 14:35

Dove sono le parolacce. Granchio? Alcuni doppi sensi, alcuni non sensi. Può darsi che l'abbia visionato qualche intelligentone privo di senso dell'umorismo e non ci abbia capito nulla. Io l'ho trovato molto buffo e ben scritto. Certo, sono più per la tradizione, ma questo è un bel racconto, molto particolare. Solo che bisogna aguzzare il cervello, di tanto in tanto. Cosa che molti fanno con difficoltà.
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Messaggio Da caspiterina il Lun 02 Mag 2011, 14:36

granchio ha scritto:Il mistero della passera col piede da donna n.41


Ho letto il tuo racconto, Grank, e ho poco da dire: sei fantastico. Hai un talento enorme per giocare con le parole. Io adoro questo tipo di scrittura, e trovo che la tua ironia sia sopraffina e arguta. Non capisco come tu non sia ancora riuscito a pubblicare niente! Mi piacerebbe leggere il seguito di questo racconto; anzi, mi piacerebbe leggere i diversi libri con il tuo detective surrealecome protagonista ! Bravissimo.
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Messaggio Da caspiterina il Lun 02 Mag 2011, 14:39

Aspide ha scritto:Casp, letto e votato. ma, se non erro, lo avevo già letto. Ti ricordi che ti dissi che mi ricordava "Il giorno della marmotta" e tu mi rispondesti che ra uno dei tuoi film preferiti?
L'italiano è molto buono.
Granchio, voglio leggere il tuo. Ma certo che non te l'hanno pubblicato!!!!! Una passera con le scarpe? cheers
A quei bacchettoni gli sarà preso un colpo. pale

Ti ringrazio x l'italiano è molto buono! Mi sento meglio. cheers Hai ragione, questo racconto l'avevo inserito (i pargrafi iniziali) qui sul forum, chiedendo il vostro parere, e vi avevo anche spiegato la trama.
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Messaggio Da ale il Lun 02 Mag 2011, 15:07

Ho letto il racconto, il tuo detective surreale è meraviglioso.
Ma Gra, secondo me, se vuoi far funzionare questo racconto devi anche scervellarti un po' e trovare un mistero 'vero' che alla fine il detective risolve alla sua maniera.
Così tutto resta fine a se stesso: se si scoprisse che la rossa è l'amante di Van Vittel, che ha rubato la passera della figlia per farle un dispetto, e che vuole uccidere il Desiderio perché la figlia di Vittel aveva detto che lui avrebbe risolto il caso...

oddio, in cosa sono andata a impelagarmi?
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Messaggio Da Ratsy il Lun 02 Mag 2011, 16:36

Bene, bene, vedo che hai già ricevuto un bel po' di complimenti Granchio, allora il tuo racconto lo leggerò stasera a casa, dopo una giornata infernale a lavoro, con i vicini Black & Decker che ristrutturano casa e i bambini che urlano fuori dalla finestra perché ormai c'è sole fino a tardi e i genitori possono sbarazzarsene in giro mentre si scolano gli aperitivi. Così spero di riuscire a darti un giudizio pessimo, per riequilibrare un po' la critica! Razz
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Messaggio Da granchio il Lun 02 Mag 2011, 17:12

Ratsy ha scritto:Bene, bene, vedo che hai già ricevuto un bel po' di complimenti Granchio, Razz

ti dirò, sono addiritura imbarazzato, non sono abituato ai complimenti, anche perché non me li fa mai nessuno, quindi, quando li ricevo non so come reagire. Come si reagisce ai complimenti? per dire, ora ho fame, è una reazione corretta o sconveniente? E' adeguata o fuori luogo? Se fosse una reazione coerente dovrei trarre la conclusione che i complimenti fanno ingrassare...
Comunque grazie di cuore.

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Messaggio Da Ricciardello il Lun 02 Mag 2011, 17:38

ale ha scritto:Ho letto il racconto, Granchio, il tuo detective surreale è meraviglioso.

Giudizio sintetico: 9
Ottimo lavoro, compiuta la forma, gradevole il contenuto, malgrado il titolo non ben scelto ed è questo che abbassa il valore dell’opera da 10 a 9.

Forma ottima, il testo è piacevole e scorre veloce, vorresti leggere di più.
Vi sono belle ideazioni surreali di una vena piena di ricchezze creative metafisiche… e va ancora aggiunto l’aver saputo avvincere la lettura di uno che tradizionalista è...
L’autore ti acchiappa e ti porta sui suoi pensieri, sulle orme dei suoi pensieri e ti ritrovi a ricalcarle senza che tu stesso te ne accorga e anche tu finisci con l’essere convinto che prima o poi l’eroe riuscirà anche se non è chiaro che diavolo riuscirà a fare, e non deve esserlo, e dopo quella lettura la virgola non può che chiudere il discorso rimanendo in attesa,




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Messaggio Da caspiterina il Lun 02 Mag 2011, 18:06

Ricciardello ha scritto:
ale ha scritto:Ho letto il racconto, Granchio, il tuo detective surreale è meraviglioso.

Giudizio sintetico: 9
Ottimo lavoro, compiuta la forma, gradevole il contenuto, malgrado il titolo non ben scelto ed è questo che abbassa il valore dell’opera da 10 a 9.

Forma ottima, il testo è piacevole e scorre veloce, vorresti leggere di più.
Vi sono belle ideazioni surreali di una vena piena di ricchezze creative metafisiche… e va ancora aggiunto l’aver saputo avvincere la lettura di uno che tradizionalista è...
L’autore ti acchiappa e ti porta sui suoi pensieri, sulle orme dei suoi pensieri e ti ritrovi a ricalcarle senza che tu stesso te ne accorga e anche tu finisci con l’essere convinto che prima o poi l’eroe riuscirà anche se non è chiaro che diavolo riuscirà a fare, e non deve esserlo, e dopo quella lettura la virgola non può che chiudere il discorso rimanendo in attesa,




Anche io sono d'accordoche il titolo non è adatto al racconto.

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Messaggio Da Ricciardello il Lun 02 Mag 2011, 19:27

Amica Caspiterina , Petala sul corriere,

hai scelto uno pseudonimo simpaticissimo "Caspiterina" che subito richiama un sorriso di simpatia, ma quel "Petala"?
Comunque andando al tuo racconto:

Ha qualche durezza nel linguaggio, dovuta al comprensibile uso di una lingua che non è la tua lingua madre, anzi devo dire che te la cavi benissimo, tranne appunto qualche durezza nella costituzione del periodo.
L'ideazione del racconto è geniale... però, però io sono un lettore di lungo pelo e questo tema, con sviluppo "leggermente" diverso, è di un famoso racconto lungo di Francis Scott Fitzgerald.
Sappi che qualcuno potrà accorgersene così come è accaduto a me.
Nel lungo racconto di Francis Scott Fitzgerald il protagonista, tornando indietro nel tempo, arrivato al momento della nascita finisce con il morire, nel tuo racconto invece ha la speranza di una nuova vita.
Non so se il libretto che ti ho citato è ancora in pubblicazione, comunque se vorrai lo cercherò e te ne indicherò edizione e anno.




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Messaggio Da Aspide il Lun 02 Mag 2011, 19:41

Granchio, ci nho pensato oggi pomeriggio a scuola Sad
Il problema era nel titolo drunken
Quelli hanno letto "passera" e si sono sconvolti affraid
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Messaggio Da caspiterina il Lun 02 Mag 2011, 20:30

Ricciardello ha scritto:Amica Caspiterina , Petala sul corriere,

hai scelto uno pseudonimo simpaticissimo "Caspiterina" che subito richiama un sorriso di simpatia, ma quel "Petala"?
Comunque andando al tuo racconto:

Ha qualche durezza nel linguaggio, dovuta al comprensibile uso di una lingua che non è la tua lingua madre, anzi devo dire che te la cavi benissimo, tranne appunto qualche durezza nella costituzione del periodo.
L'ideazione del racconto è geniale... però, però io sono un lettore di lungo pelo e questo tema, con sviluppo "leggermente" diverso, è di un famoso racconto lungo di Francis Scott Fitzgerald.
Sappi che qualcuno potrà accorgersene così come è accaduto a me.
Nel lungo racconto di Francis Scott Fitzgerald il protagonista, tornando indietro nel tempo, arrivato al momento della nascita finisce con il morire, nel tuo racconto invece ha la speranza di una nuova vita.
Non so se il libretto che ti ho citato è ancora in pubblicazione, comunque se vorrai lo cercherò e te ne indicherò edizione e anno.




Petala in portoghese vuol dire petalo: è il nick che uso in altri siti di scrittura.
Non conosco il racconto che citi. Conosco altri romanzi che parlano nel ritorno nel tempo, ma non quello che dici tu. Vado subito a cercarlo. Se non lo trovo, e se puoi essere così gentile da indicarmi il titolo, ti ringrazio.
Sono felice che te e Asp abbiate detto che il mio italiano non faccia proprio ribrezzo, xché scrivere male in italiano è una delle mie più grosse paure. pale
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Messaggio Da granchio il Lun 02 Mag 2011, 20:44

caspiterina ha scritto:
Sono felice che te e Asp abbiate detto che il mio italiano non faccia proprio ribrezzo, xché scrivere male in italiano è una delle mie più grosse paure. pale

cas ma tu scrivi bene, appena avrò metabolizzato ti dirò meglio come scrivi. Nel senso che prima devo riflettere, elaborare le sensazioni.

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Messaggio Da caspiterina il Lun 02 Mag 2011, 20:46

granchio ha scritto:
caspiterina ha scritto:
Sono felice che te e Asp abbiate detto che il mio italiano non faccia proprio ribrezzo, xché scrivere male in italiano è una delle mie più grosse paure. pale

cas ma tu scrivi bene, appena avrò metabolizzato ti dirò meglio come scrivi. Nel senso che prima devo riflettere, elaborare le sensazioni.

Sei un amore <3 ti ringrazio!
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Messaggio Da caspiterina il Lun 02 Mag 2011, 20:51

Ricciardello ha scritto:però, però io sono un lettore di lungo pelo e questo tema, con sviluppo "leggermente" diverso, è di un famoso racconto lungo di Francis Scott Fitzgerald.
Sappi che qualcuno potrà accorgersene così come è accaduto a me.
Nel lungo racconto di Francis Scott Fitzgerald il protagonista, tornando indietro nel tempo, arrivato al momento della nascita finisce con il morire, nel tuo racconto invece ha la speranza di una nuova vita.
Non so se il libretto che ti ho citato è ancora in pubblicazione, comunque se vorrai lo cercherò e te ne indicherò edizione e anno.

L'ho ttrovato, Ricciardello, s'intiola Il curioso caso di Benjamin Button. Non l'ho mai letto ma lo leggerò! C'è un altro, di Ligabue, La neve se ne frega, che sviluppa sempre lo stesso tema. C'è un altro ancora, di romanzo con il tempo al rovescio, ma non mi ricordo il titolo. C'è anche il film!

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Messaggio Da Ratsy il Lun 02 Mag 2011, 21:09

Caspy, di questo racconto hanno fatto, poco fa, un (pessimo) adattamento cinematografico con Brad Pitt. Ho letto il tuo racconto in velocità e per questo non ti ho ancora inviato nessun commento perché voglio prendere il tempo per rileggerlo come si deve (non so cosa succede ma in questo periodo non ho il tempo di fare NIENTE). Comunque a prima lettura pensavo che il tuo fosse in qualche modo un "tributo" al racconto di Fitzgerald! Invece è uscito così dal nulla o ti riferivi ad altri fonti che non conosco?

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Messaggio Da ale il Lun 02 Mag 2011, 23:14

Caspi, mi è piaciuto e è scritto molto bene!
Triste il finale, credi nella predestinazione, tu?

Per l'italiano posso solo dirti, all'inizio, quando scrivi:

A un certo punto la sveglia suonò e gli occhi di Luigi si aprirono. Come ogni mattina, lui allungò una mano per spegnerla e poi si alzò. S’infilò le ciabatte blu, andò in bagno, s’avviò verso la cucina intenzionato a preparare la colazione alla moglie, e nell’attimo in cui iniziava ad apparecchiare la tavola, le vennero in mente le immagini del suo malessere.

Quel le deve essere un 'gli' visto che si tratta di Luigi.

Tra i vari libri e film che trattano questo argomento devo inserire il più importante:
il senso inverso, di Philp K. Dick.
Ti piacerebbe, credo, Casp.
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Messaggio Da caspiterina il Mar 03 Mag 2011, 02:16

ale ha scritto:Caspi, mi è piaciuto e è scritto molto bene!
Triste il finale, credi nella predestinazione, tu?

Per l'italiano posso solo dirti, all'inizio, quando scrivi:

A un certo punto la sveglia suonò e gli occhi di Luigi si aprirono. Come ogni mattina, lui allungò una mano per spegnerla e poi si alzò. S’infilò le ciabatte blu, andò in bagno, s’avviò verso la cucina intenzionato a preparare la colazione alla moglie, e nell’attimo in cui iniziava ad apparecchiare la tavola, le vennero in mente le immagini del suo malessere.

Quel le deve essere un 'gli' visto che si tratta di Luigi.

Tra i vari libri e film che trattano questo argomento devo inserire il più importante:
il senso inverso, di Philp K. Dick.
Ti piacerebbe, credo, Casp.

Uh, Ale, che errorone! Grazie di avermelo segnalato; lo sistemerò nel mio originale!
Grazie Ale: quando vi "sento dire" che il mio italiano non è male sto veramente benissimo!
Quanto al libro di Dick lo leggerò senz'altro. Di suo ho letto la svastica sul sole e mi è molto piaciuto.
Non so se la predestinazione esista o no, però a volte mi va di credere che certe situazioni succedano perchè dovevano succedere volente o nolente. Se sia vero o no, sta a noi crederlo, visto che non possiamo provarlo. Mi piace molto leggere e scrivere sugli argomenti tempo e destino.

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Messaggio Da caspiterina il Mar 03 Mag 2011, 02:34

Ratsy ha scritto:Caspy, di questo racconto hanno fatto, poco fa, un (pessimo) adattamento cinematografico con Brad Pitt. Ho letto il tuo racconto in velocità e per questo non ti ho ancora inviato nessun commento perché voglio prendere il tempo per rileggerlo come si deve (non so cosa succede ma in questo periodo non ho il tempo di fare NIENTE). Comunque a prima lettura pensavo che il tuo fosse in qualche modo un "tributo" al racconto di Fitzgerald! Invece è uscito così dal nulla o ti riferivi ad altri fonti che non conosco?


Ah, ecco, sì, infatti, sapevo che c'era il film dell'uomo che diventava giovane, con Brad Pitt, ma non sapevo fosse tratto da un romanzo di Fitzgerald!
Quando ho scritto il mio racconto non avevo letto nulla del genere, ma l'idea del tempo che torna indietro mi affascina, e spesso ho delle idee che mi girano x la testa sull'argomento!
Ho letto il romanzo di Ligabue, La neve se ne frega, molto bello (nonostante tanti parlino male del cantante...), del tempo al rovescio, però ha poco a che fare con ilmio racconto.


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Messaggio Da caspiterina il Mar 03 Mag 2011, 02:40


Ecco, questo è un altro romanzo che parla del tempo che scorre al contrario: Martin Amis, La freccia del tempo.
Non volevo essere originale quando ho scritto il racconto sul tempo, ma anche se avessi voluto non sarei riuscita, visto che tanti altri hanno avuto idee simili molto prima di me! Razz

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Messaggio Da Video il Mar 03 Mag 2011, 14:59

@Granchio. Caro amico hai sbagliato. E' ovvio che non ti abbiano preso il racconto, sei troppo avanti, dovevi inviarlo direttamente per il concorso del 2014! in ogni caso; grande! mi sono piaciuti molto i riferimenti cinematografici (la notte più fonda di Harry!!!)

@Caspiterina : ho letto e votato il tuo racconto, mi è piaciuto molto. Non credo centri molto con il caso di Benjamin Button, li il protagonista cresceva in senso inverso, mentre quì quella che cambia direzione è la vita. mi è piaciuta la scena dell'ultimo/primo giorno con la moglie. complimenti sinceri

nel caso vogliate rovinarvi la bocca dopo queste due prelibatezze, questo è il link per il mio racconto:

http://www.corriere.it/ioscrivo/racconti/racconto-259077.shtml

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