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Antonello Giurgola - L' angelo di Lisbona

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Messaggio Da Artemisia il Dom 01 Gen 2012, 11:24

Oggi su "il PaeseNuovo.it" si parla del romanzo "L' angelo di Lisbona" del nostro amico del forum Antonello Giurgola.
Complimenti Antonello e complimenti anche a Vito Antonio Conte per aver scritto un così bell' articolo!



LECCE - “Capita”. Il rosso della lanterna semaforica spezza il tempo e un altro Tempo rimane lì in sospensione tra un sorriso e un auspicio in attesa del colore verde.

Sono tutto quel che ho incontrato, tutto quel che ho letto, tutto quel che ho amato, tutto quel che ho sofferto, tutto quel che ho dato e tutto quel che mi è stato donato e - in una parola - quel che ho vissuto.E, quando dico “quel”, intendo – soprattutto - umanità. E (anche) il contrario di tutto questo. Quando tutto quel che non ho conosciuto è stato – in un modo – qualunque - nei miei pensieri… E, in fine, come questo anno che se ne va con un abbraccio (di quelli forti, ché – lo sappiamo io e lui - non ci rivedremo più qui), il protagonista assoluto, una volta ancora, è stato e ancora è il viaggio. “C’è un posto in cui si ha paura di tornare. Nei viaggi di esplorazione è protagonista la scoperta, in quelli a ritroso è il ricordo. Se si è consapevoli di essere estremamente vicini alla conclusione di un viaggio, si ha la necessità di sedersi sul ciglio della strada o bighellonare senza meta per le strade di Lisbona, aspettando quella parte di se stessi che arriverà all’appuntamento appena in tempo per ripartire insieme e affrontare l’ultimo tratto. A meno che quella parte di sé non si perda, seguendo tutte le discese possibili che portano all’autoassoluzione: in questo caso si sarà trattato di un esercizio di memoria del tutto inutile. Se invece quella parte si presenterà al luogo dell’incontro un po’ più triste o un po’ più allegra dell’altra, tutte e due potranno percorrere insieme il tratto finale, sapendo che realtà e percezione stanno per congiungersi in un punto preciso, segnato da una lastra di marmo su cui si leggono un nome e una serie di cifre che stanno a indicare un giorno, un mese, e un anno. Del resto dei numeri ci si può fidare. I numeri non possono essere manipolati. Cambiare il proprio giudizio, se da questo sono scaturite decisioni e azioni che hanno modificato la vita del prossimo, vuol dire ammettere di aver commesso degli errori…”, e se un’introspezione così “capita” significa che – lungi da qualsivoglia morale - c’è ancora una possibilità di salvezza, esiste un’etica capace di superare ogni inutile “comandamento” scritto e/o tramandato!

Tranquilli. Non affronterò il problema della distinzione tra morale e etica, non vi tedierò con utopie anelanti all’universale, non azzarderò conclusioni filosofiche, ma compendierò il mio pensiero (con tutti i rischi…) rubandone uno a Immanuel Kant: “La moralità non è propriamente la dottrina del come renderci felici, ma di come dovremmo diventare degni di possedere la felicità”.

Le mani, l'ascolto e...

Da qui ponetevi tutte le domande che volete e, se non trovate risposte soddisfacenti, non vi preoccupate: meglio un dubbio che mille certezze! Non ho risposte, ma una possibile e “degna” l’ho trovata mercoledì scorso. Fondo Verri: Le Mani e l’Ascolto: presentazione del libro di Antonello Giurgola, “L’angelo di Lisbona” (Città Futura Edizioni, già “I Libri di Icaro”, nell’azzardo utopico diventato materia di Maurizio Meo), dialogavo con l’Autore e con Maurizio Nocera e, nelle parole dense di passione di Antonello, ha preso forma un pensiero: nessuno mai dovrebbe sentirsi depositario della verità, ché l’unica verità possibile è quella equidistante da ognuno e valida per tutti! Improbabile? Sì, pressoché impossibile, ma già tendervi rende verosimile il sogno.

E cos’altro è la vita se non imperlare d’onirico la realtà e stare nel reale coltivando un sogno?

Il virgolettato che avete letto sopra appartiene al libro in parola. Avrei voluto leggerlo a conclusione degli interventi della serata del ventotto scorso. Non l’ho fatto. Lo spazio della musica sussurrava il suo Tempo, Max Vigneri e Piazza Indipendenza a seguire… ho ascoltato un po’ di live, adesso consumerò il CD. Poi, chissà, ne farò parole.

Tornando a “L’angelo di Lisbona”, e sorvolando sulle divagazioni di Maurizio Nocera (interessante la “sua” lettura del libro, molto meno alcuni suoi deragliamenti letterari e non, locali e non, sui quali rispettosamente” ho dissentito), ho detto, lontano dal magico palchetto e sotto la luce lunare molto turca, senza presunzione (se non quella del lettore), che non è ascrivibile a nessun genere letterario e che, se dell’etichettare per forza ogni cosa me ne fottesse qualcosa, bisognerebbe inventarne uno nuovo per collocarvi dentro l’opera prima di Antonello Giurgola.

Ma, siccome delle classificazioni (che finiscono sempre per creare omologazione) me ne strafotto, me la cavo con un “capita” e affido al caso la possibilità che (almeno) un lettore di questo pezzo –mosso da curiosità- legga il libro e ne faccia quel che vuole, magari coniando una nicchia dove collocare “L’angelo di Lisbona”. Ché esiste il caso e lo si incontra ogni giorno se l’attenzione è compagna del nostro andare. Poi, ci vuole altro. Molto altro. Soprattutto altro.

Il viaggio di Padre Manuel

“Capita” è l’incipit de “L’angelo di Lisbona”. “Capita” è stato il mio incipit per parlare del libro mercoledì sera. “Capita che un viaggio cominci a un tavolo di una “pausada” nella piazza di Cayambè in Ecuador e finisca a Sesimbra, alle otto di una sera qualunque tra Natale e Capodanno. Capita che un viaggio così non possa essere fatto in linea retta, perché non c’è un itinerario tracciato o una rotta marina già percorsa, si vaga tra quattro continenti e nel labirinto irrisolto della vicenda ci si accorge che l’unica strada da cercare è la via d’uscita, magari sapendo che non esiste”.

Aprire un libro che comincia così è lasciarsi dietro ogni passato e iniziare un altro viaggio o un viaggio altro (che non è come dire la stessa cosa!). In quest’anno che sta per compiere il suo ultimo andare ho scritto spesso del “viaggio”, ma questo, credetemi, è uno dei viaggi migliori che ho avuto la fortuna di fare, ché al caso s’è sommato il piacere e la voglia di scoprire contenuti (noti e non) guardati come io li guardo ma da un punto cardinale diverso dal mio.

Potrei dirvi della storia, di padre Manuel e della sua “lontananza da Lisbona… tre anni passati come padre missionario sul Chaco, a Resistencia e in altre missioni del nordest argentino. Dieci li aveva divisi tra Ecuador, Bolivia, Perù e Cile, nove da latitante tra campesinos e indios dai quali aveva imparato il quechua, a ballare lo chamamé, a bere acquavite di canna da zucchero e a ammazzare. Quando seppe della sospensione a divinis lui si era già autosospeso da un bel po’. Poi l’imbarco su un mercantile partito da Buenos Aires, rotta Yemen, Suez, Lisbona”.

L'altro e noi

Del suo essere braccato dalla morte potrei dirvi, o del suo cercarla (la morte) per fare quei conti che non tornano mai, nonostante i numeri non siano manipolabili, ma a volte (e Antonello Giurgola lo sa) fallaci anch’essi. Dei dialoghi potrei dirvi, di quelli di Manuel con Suarez e con Moha, del vecchio professore puttaniere e alcolizzato potrei dirvi e della sua estrema lucidità rispetto alle cose di questo fottuto mondo, e di Ofelia e delle altre donne (che pure ci sono… come una ragazza dai capelli neri e dagli occhi azzurri…) potrei dirvi, ma farei torto all’intima essenza del libro, ché la narrazione qui c’è, eccome, ma è (anche e soprattutto) pretesto per dire altro e si tratta di altro molto consistente, pesante, ché “se le raccontassi cosa ho visto arrossirebbe” e, d’altra parte, scandalizzarsi è necessario per indignarsi… E c’è indignazione (ma non solo…) nel dialogo profondo di Manuel con se stesso, con la sua coscienza, nel suo trovarsi di fronte a finibus terrae (quanti ce ne sono su questa Terra?). E allora il concetto di viaggio diventa estensione di quello geografico, non è partire da un luogo per giungere a un altro luogo, l’essenza del viaggio è l’idea del viaggio stesso, è il viaggio stesso. “A volte la storia del viaggio di un altro può diventare tappa del nostro viaggio personale, con l’effetto di ricordarci che il nostro è solo uno dei tanti percorsi possibili, che felicità e disgrazia sono itinerari comuni e mai esclusivi, e che bisognerebbe usare più di frequente il pronome «noi» che l’inflazionato «io»”. E guardare ogni istante andato con quel sorriso mentre la lanterna del semaforo segna il rosso. In attesa di ripartire.

Ché il Tempo non va sprecato. Il duemiladodici apre le sue porte, buon cammino a tutti.

Vito Antonio Conte

http://www.ilpaesenuovo.it/index.php/cultura/lecce/28264-langelo-di-lisbona-di-antonello-giurgola-citta-futura-edizioni.html

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Messaggio Da caspiterina il Dom 01 Gen 2012, 14:29

Complimenti Antonello!
Bello, l'articolo!




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Messaggio Da melaverde il Lun 02 Gen 2012, 10:34

caspiterina ha scritto:Complimenti Antonello!
Bello, l'articolo!



Mi associo con entusiasmo ai complimenti.

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Messaggio Da antonello giurgola il Mer 04 Gen 2012, 11:35

Grazie a tutte anche a nome di Vito Antonio Conte,ho già avuto occasione di pormi questa domanda :Meglio la recensione del libro? Comunque siete tutte/i estremamente generosi.Ciao

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Messaggio Da granchio il Mer 04 Gen 2012, 20:51

melaverde ha scritto:
caspiterina ha scritto:Complimenti Antonello!
Bello, l'articolo!
Mi associo con entusiasmo ai complimenti.

mi associo pure io. Complimentoni.

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Messaggio Da MLidia il Sab 07 Gen 2012, 18:16

un articolo che invita davvero a leggere il libro: complimenti anche da parte mia
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