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IL PIACERE

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Messaggio Da Madam Becau il Lun 16 Set 2013, 11:28

IL PIACERE
Ah, le donne che passione!
Non che avessi un forte carisma intellettuale, ma la mia prestanza fisica calamitava l'attenzione delle donne da non resistere a concedersi.
Quale desiderio migliore si poteva provare se non morire avvinghiato a una donna! Poco contava se fosse stata rossa, bruna o bionda, asiatica o europea. L'importante era che fosse donna.
Morire di piacere! C'era, forse, morte più dolce ed appagante?
E' ovvio che auspicavo di morire oltre gli ottanta, quando il desiderio semmai mi fosse calato, ma siccome le cose accadono quando meno te li aspetti capitò che, a soli trent'anni, nel meglio di un amplesso, il mio cuore fibrillò senza lasciarmi il tempo di gridare... cazzo, adesso nooooo....!
Non so per quanto tempo restai ancora fra gli umani, il ricordo si ferma ad un letto d'ospedale con il defibrillatore attaccato al petto. Poi tutto mi apparve innaturale.
Forse ero defunto senza accorgermene?
Un'anima mi accolse conoscendo le mie generalità.
Mi stupii e le dissi “ero atteso?”
“Certo” mi rispose “Noi conosciamo il destino degli umani e il giorno che inizieranno questo soggiorno eterno”.
Visto che si parlava di eterno mi avvicinai all'orecchio dell'anima e gli sussurrai “Ci sono donne?”
“Ovvio” rispose l'anima con un sorriso malizioso.
“Sì, ma per intenderci, parlo di quelle bo...buone, che fanno del bene al prossimo...”.
“Birbantello” rispose l'anima tirandomi un pizzicotto sulla guancia “Il piacere oltre la morte?”
“Perché, non si può?” chiesi.
“Diciamo che non si potrebbe” rispose l'anima strizzando un occhietto.
“Cioè?”
“ Vedi, le donne qui sono divise in caste”.
“Nel senso di caste e pie?”
“No, nel senso di appartenenza. Ci sono le intellettuali al primo piano che preferiscono gli acculturati. Al secondo sono ospitate le racchie e vecchie che non se le fila nessuno e al terzo ci sono le aitanti e prosperose che illuminano il cielo d'immenso”.
“A dire il vero nella vita non sono mai stato schizzinoso tanto che di nessuna me ne ricordo il volto. Ma se dovessi scegliere, senza dubbio, opterei per queste ultime”.
“Magari si potesse scegliere! Dalle prosperose si è creato un esubero tale che le anime stanno strette come sardine.”
Non che mi mancasse il buon gusto ma, per tenere fede ad un principio che mi accompagnava da quando avvertii i primi impulsi sessuali, risposi che con me il problema non esisteva, un piano valeva l'altro.
Così mi assegnò al secondo.
Non obiettai e, sicuro delle mie trascorse esperienze terrene, salii baldanzoso assaporando il piacere di incontri libidinosi. Ma appena aprii la porta le anime, attratte dalla mia prestanza, mi si appiccicarono addosso come api al miele. Cercai di divincolarmi da quelle assatanate ma più mi dimenavo più mi soffocavano tanto da farmi perdere le forze e svenni.
Mi ritrovai in una sorta d'infermeria dove le anime soccorritrici mi rianimarono.
“Ecco un'altra vittima di quelle streghe” dissero fra loro.
Ebbi il dubbio di essere capitato all'inferno e il terrore che dovessi ritornare in quella casta mi fece dare una sbirciatina sulla terra. Vidi quei camici bianchi ancora attorno al mio corpo che si affannavano a farlo ripartire. Non so per quanto tempo fui trapassato, forse secondi o minuti che mi apparvero un'eternità. Il desiderio di ritornare nel mio corpo diventava sempre più preponderante e in balia di una forza innaturale emanai un grido di dolore. D'un tratto udii una voce umana che disse “Finalmente! Ce l'abbiamo fatta.” Aprii a malapena gli occhi e vidi lo staff attorno al mio letto esultare. Erano tutte donne.
”Come si sente.” mi chiese una di loro.
“Solo” risposi affannosamente con ironia “ Non sento più il mio sesso.”
“ Si dia una calmata. Lo sa che il troppo sesso ha causato un grave crac al suo cuore?”
“Non dica baggianate. Lo sa, lei, che il sesso non lo faccio mai con il cuore?”
La donna sorrise alla battuta e andò via.

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I RICORDI INDISSOLUBILI
Quel giorno ricevetti la lettera di Edoardo. Era dal tempo del liceo che non ci vedevamo e questa missiva mi soprese per non avere avuto più nessun contatto da allora.
Dividevamo la stessa classe, nel lontano 1980, e più che essere attratto dalla sua mediocre intelligenza, mi entusiasmava il suo porsche metallizzato, parcheggiato nel cortile della scuola. Non so perchè mi avesse scelto come amico ma a quell'età non ero tanto riflessivo da pormi delle domande. Appena terminavano le lezioni, di corsa ci andavamo ad accomodare in quelle poltrone di pelle, e mentre Edoardo guidava, inserivo nel mangianastri la cassetta con la voce meravigliosa di Freddy Mercury che mi faceva sognare ad occhi aperti. Ricordo che ci atteggiavamo a fumatori incalliti con le immancabili camel conservati nel cruscotto, aspiravamo quel catrame a pieni polmoni finché non ci strafogava una tosse insistente.
Non sapevo se avesse la patente a quell'età ma, Edo, guidava quel bolide con la sicurezza di un provetto pilota.
Mio padre era convinto che lo facesse per snobbarmi visto che noi possedavamo una cinquecento di seconda mano mezza scassata e con il bollo scaduto. Ma a me francamente non me ne fregava. La consideravo solo un'occasione per pavoneggiarmi in quel lusso che non avrei mai potuto possedere.
Era un ragazzo introverso che mostrava poco interesse per le ragazze della nostra età " Sono troppo frivole per il mio carattere introverso" diceva. Così l'unico passatempo che condividevamo era il cubo di rubik. Lo battevo con poche mosse e questo lo incaponiva da chiedermi di andare avanti per ore. "Come diavolo fai" mi diceva" Devi spiegarmi il trucco."


Ciò che, ora, mi spingeva ad accettare il suo invito a recarmi alla sua villa, a mille chilometri di distanza, erono le parole dolci e implo ranti che mi indirizzava proprio per essere stato, a suo tempo, il suo grande amico. Mi scriveva, con grafia tremante, di essere stato colpito da una grave malattia nel corpo e nell'animo, e che la mia presenza gli avrebbe sicuramente giovato.
Questa richiesta mi onorava giacché Edoardo apparteneva ad una famiglia blasonata da più dinastie, alla quale gli si attribuiva il merito di essere stata caritatevole con chi viveva nella più infima povertà.
Partii desideroso di rivedere quell'auto che conservava tanti ricordi e quella immensa villa immersa nel verde di una rigogliosa vegetazione dove i colori variopinti dei fiori accentuavano lo splendore dell'architettura gotica.
Arrivato a destinazione, mi soffermai esterrefatto a guardare ciò che andava oltre ad ogni mia immaginazione. Tutto regnava nel più profondo degrado. Ogni segno di vegetazione era scomparso e un'aria di tetro silenzio aleggiava fra le secche sterpaglie. Anche l'edificio aveva perso la sua antica bellezza con i vetri delle alte finestre quasi tutti frantumati e l'intonaco, scostrato, lasciava intravedere le pietre dei muri maestri. Girai attorno alla villa in cerca dell'auto. La vidi abbandonata sotto un grosso pino accartocciata come se avesse subito uno scontro frontale.
Mi avviai lentamente e con timore verso l'ingresso.
La porta era appena accostata, l'aprii e mi investì un buio pesto e un odore di chiuso. Gridai tre o quattro volte il nome di Edoardo ma non ebbi risposta. Mi inoltrai nel lungo corridoio camminando quasi a tentoni e nel profondo silenzio echeggiavano il rumore dei miei passi che a volte mi facecevano trasalire.
D'un tratto si accese una luce fioca ed Edoardo apparve in tutta la sua sembianza spettrale.
Era smilzo con un colorito cadaverico. Sotto gli zigomi vi erano incavate due profonde fosse ricoperte dalla barba bianca e arruffata che arrivava al petto, pochi fili di capelli, sottili come seta, partivano dalla nuca fino a raggiungere la lunghezza della barba. Due grandi occhi spiritati si delineavano sotto la fronte rugosa . Non aveva conservato nessun segno che me lo ricordasse in gioventù, il suo viso si era talmente trasformato che, per un momento, mi sorse il dubbio di aver sbagliato persona.
Cercai di avvicinarmi ma mi fermò portando avanti le mani scheletrite. "Stammi lontano, non vorrei contagiarti la mia maledizione" disse.
Ci avviammo, camminando l'uno distante dall'altro, verso una stanza dove una fioca luce faceva intravedere amalapena i nostri visi, e fu allora che mi parlò della morte che aspettava di appropriarsi del suo corpo." Viene ogni notte a ricordarmi che un'altro giorno è passato e che l'ora è vicina. Mi terrorizza la sua malefica immagine e il sogghigno appagante che fuoriesce da quelle labbra inumane assetate di cadaveri"
Mentre parlava lo guardavo attentamente e gli vidi cambiare più volte espressione finché non iniziò a cantare una nenia triste e melanconica. La intonò per circa un'ora e mentre lo scrutavo mi resi conto che il suo male era radicato nell'animo e che a nulla sarebbe servita la mia presenza.
Focalizzai lo sguardo in una vetrinetta dove c'erano accatastati dei libri. Mi alzai , mi avvicinai e con somma sorpresa vidi che aveva conservato i vecchi quaderni con la copertina nera e i bordi rossi del periodo liceale. Presi tra le mani il libro "Sapegno" di filosofia e mentre lo sfogliavo una miriade di ricordi mi attraversarono la mente.
"Quelli sono gli unici ricordi che, paradossalmente, non mi rattristano" disse Edo intento a guardarmi. Poi si alzò, aprì un cassetto e ne tirò fuori tre sorte di teche dove conservava la sua collezione di farfalle " Prendi" disse "tienele come mio ricordo, sono rarissime, a me non servono più.
"Ti ringrazio, ma non posso accettare una cosa così preziosa". Ma Edo non rispose, finse di non ascoltare.
Decisi di ripartire l'indomani, il suo spirito era troppo logoro per essere salvato. Appena gli comunicai la mia decisione incominciò ad agitarsi, a smaniare, a bestemmiare e, al culmine di questo delirio, si avventò sul mio corpo, strinse le mani sul colletto della mia giacca e con lo sguardo di chi è posseduto gridò "No. Non puoi abbandonarmi alle malefiche grinfie della morte. Gode della mia solitudine e della mia lenta agonia, così anticiperai la mia condanna". Incominciò a tremare, a sgranare gli occhi e a frantumare tutto ciò che gli era a tiro, finché di coplo si calmò e ricominciò ad intonare la solita nenia camminando per la stanza avanti e indietro.
Quando ritenni il momento giusto, scomparii da quella stanza come un fantasma per infilarmi in un'altra ancora più buia. Fui fortunato. Nel buio tastai qualcosa che assomigliava a un letto e mi ci adagiai per far riposare le mie stanche membra.
Fuori il tempo minacciava tempesta e i lampi illuminavano a intermittenza la stanza e, in quei pochi attimi di luce, riuscii a vedere il degrado che vi regnava. Sembrava che qualcuno avesse combattuto aspramente con la forza del male: mobili distrutti, quadri che pendevano obliqui dalle pareti, tende divelte dai ganci, niente era al suo posto.
Nonostante la stanchezza i miei occhi sembravano impietriti: La nenia incessante di Leonardo divenne un urlo che mi impediva di non ascoltare.
Dopo qualche ora un tetro silenzio s'impossesso di quel luogo e i miei occhi si chiusero per pochi minuti.
Mi svegliai che il sole non era ancora comparso e balzai dal letto pronto ad allontanarmi da quella villa maledetta. Uscii nel corridoio e restai impietrito nel vedere disteso a terra Edoardo che ancora reggeva in mano una bottiglietta vuota di essenza di cianuro. Gli tastai la carotide che aveva smesso di pulsare mentre il corpo era già rigido e freddo. Lo presi tra le braccia e lo adagiai sul suo letto. Mi soffermai a guardare l'espressione poco rassicurante del suo viso che testimoniava quanto avesse lottato prima di cedere alla morte. Aveva gli occhi vitrei sbarrati che gli corrugavano la fronte e le labbra semi aperte imbrattate dalla schiuma del veleno.
l mio sguardo cadde su di un biglietto che giaceva a terra. Mi chinai e lo raccolsi. C'erano impresse poche parole a caratteri sbilenchi scritti da una mano che non controllava più nessuna emotività. Mi aiutai con la luce della finestra e lessi:
"Addio, amico mio. Attendere la morte è un logorio che provoca pazzia. Solo andandole incontro si può dare pace all'anima."





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