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MORIRE E' UN PO COME VIVERE

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Messaggio Da Madam Becau il Ven 13 Set 2013, 19:03

MORIRE E' UN PO' COME VIVERE

Il pensiero della morte si era incuneato nel cervello di Marco fin dalle prime manifestazioni di raziocinio. A furia di essere sgridato fin da bambino, con l'ammonimento che, per ogni marachella, sarebbe potuto morire, crebbe con l'idea della morte come l'ultimo atto perverso designato all'essere.
Ma si poteva conoscere la morte e ciò che ne conseguiva senza mai essere defunti?
L'unica cosa certa era che con la nascita iniziava un processo immanente che terminava con la morte.
Schiavo di questa certezza Marco non si sentiva libero e limitava ogni sua azione ad una mera finalità terrena, considerandosi una nullità nell'universo.
Capì che per dare un senso alla vita doveva affondare le sue meditazioni nel trascendentale e cercare in questo contrastato mito l'essenza dell'io eterno.
E fu così che, per paura “dell'ignoto, dell'inconsistente e dell'intangibile”, si dedicò alla lettura di libri basati su diversi orientamenti religiosi, con la speranza di trovare un minimo di verità oggettiva.
Ma i concetti sulla metempsicosi, sul nirvana, gli sembrarono logici finché qualche grande filosofo o teologo non li contestò con la stessa logicità, facendo si che la speranza della ripetibilità di una vita nuova all'infinito riprendesse inconsistenza nel suo cervello.
Ma un giorno assistette all'imminente morte di un parente. Era un avvenimento spiacevole, ma forse irripetibile, per cui decise di piazzarsi, con una sedia, di fronte al morente con l'intendo di coglierne ogni espressione del viso che si rivelasse illuminante.
Un attimo prima che il morente esalasse l'ultimo respiro gli vide muovere le labbra e gli sembrò aver articolato la parola “mamma” mentre il corpo si irrigidiva e, inspiegabilmente, il viso si rasserenava.
Era stato un fenomeno involontario o ciò nascondeva un'arcana verità?
Spinto da un egoistico desiderio consolatorio cedette all'idea della manifesta anima della mamma. Ma ciò non derivava da un atto di fede per cui, inevitabilmente, non tardò a dimenarsi, ancora, nel dualismo “del certo e dell'incerto”.
Pensò che l'unico essere chiarificatore fosse lo stesso defunto. Così, dopo la tumulazione, iniziò a far la spola fra casa e cimitero.
Quella lastra di cemento divenne il suo luogo di culto che gli trasferiva una illusoria vicinanza al defunto al quale rinnovava la richiesta di un segno tangibile che gli testimoniasse la verità.
Fu il suo inconscio che una notte lo soddisfò, facendogli apparire in sogno il defunto che, mentre gli tendeva una mano, lo invitava a seguirlo nel regno degli inferi.
Era il momento tanto agognato che non lo fece desistere ad afferrare quella mano con una forte presa.
Una eterea sensazione si impossessò del suo corpo che svolazzò come un aquilone mentre da uno Stradivari iniziarono ad uscire delle note melodiche che sembravano compiacersi della sua presenza.
Era un luogo indefinibile, lontano da ogni immaginaria ipotesi della ratio umana, dove l'assenza di spazio e tempo lo rendevano incommensurabile e incollocabile.
Tanti cerchi concentrici davano origine a due tunnel trasparenti paralleli che ospitavano entità di diverse etnie e religioni.
Nel primo sostava chi del proprio potere ne aveva fatto un'arma di sottomissione per i più deboli e a ciò equivaleva la condannava di un eterno rimorso dilaniante.
Nell'altro vigeva la pace per chi aveva sopportato le umiliazioni con dignità senza perdere la speranza di una giustizia ultraterrena.
Fu una visione appagante che, però, durò un lampo di tempo.
Una nube che odorava d'incenso li avvolse mentre lo Stradivari smise di suonare.
Era di dimensione galattica, con miriadi luci che giravano attorno ad essa con un perfetto sincronismo in un silenzio mistico che annullava ogni tipo di pensiero.
Appena la nube si diradò, una luce abbagliante investì i suoi occhi, e una sorta di rumore gli ricordò l'infrangersi dell'onda del mare.
Era frutto di un'eco che, allontanandosi, trascinava quel bagliore dietro il quale si nascondeva un'immensa distesa di acqua statica che brillava come un cristallo.
L'accostamento alla terra era evidente, ma la staticità e la purezza ne facevano la differenza.
Marco si fermò timoroso mentre il defunto gli lasciò la mano iniziando a camminare sull'acqua come fosse una lastra di ghiaccio.
Non un movimento o un cedimento che lo facesse dubitare di poter sprofondare e, mentre camminava come una piuma spinta dalla brezza, gli fece cenno di seguirlo.
Ma Marco non si mosse.
Senza quella magica stretta sembrava svanito l'incantesimo lasciandolo solo con le sue paure.
Ma più fissava quell'acqua più lo attirava un magnetismo preponderante finché, in balia di una forza soprannaturale, incominciò come un automa ad immergersi.
Fece tre passi e sprofondò con tutta la sua gravità in quello specchio cristallino.
Lui non poteva volare. Lui non era defunto e non apparteneva a quel mondo.
A quel punto si svegliò di botto con il cuore che batteva da uscirgli dal petto.
Era stato solo un machiavellico sogno coinvolgente da apparirgli reale.
Si asciugò il sudore della fronte e ritornò a dibattersi nelle umane incertezze.

Madam Becau
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